Riflessioni a margine delle manifestazioni del 24 ottobre


Reflections on the sidelines of the October 24 demonstrations

Bologna, 24 ottobre, sera.

Stato di polizia, caccia ai giovani e violenza di Stato.

Quello a cui abbiamo assistito sabato, in tutte le città italiane, è la “logica d’emergenza” che si realizza nella gestione dell’ordine pubblico di fronte all’innalzarsi del conflitto e all’incrinarsi della “pace sociale”. Non si tratta, naturalmente, di una novità storica. Nonostante le proteste attuali abbiamo molti caratteri originali, già tantissime volte abbiamo potuto “toccare con mano” la manifestazione autentica della natura repressiva dello Stato borghese. Natura che oggi, in un contesto più critico, si rovescia nel terrorismo preventivo verso ogni forma di conflitto.

Lo Stato ha totalmente militarizzato le città, dispiegando a pieno il suo dispositivo securitario: automezzi blindati, pattuglie, digos, reparti antiterrorismo, droni, elicotteri, strade bloccate, metropolitane chiuse. Provocatoriamente, ma neanche troppo, potremmo dire che, da ieri, sostanzialmente, esiste la presunzione di reato legata all’età: le nuove generazioni sono il nemico individuato, che va fermato, perquisito, schedato (molti sono stati fotografati in volto con il documento ben visibile) e concretamente limitate nelle loro possibilità di manifestare.

Abbiamo visto con i nostri occhi la caccia sistematica e scientifica ai giovani.

Abbiamo visto innumerevoli gruppi di giovani e giovanissime, fermati e circondate da decine di agenti fuori dalle stazioni della metropolitana, sui marciapiedi, subendo fermi preventivi per il solo possesso di maalox, guanti o mascherine. Le maglie della repressione si stringono grazie ai nuovi decreti sicurezza che a parole nascono per arginare le violenze ma nei fatti sanciscono la limitazione del diritto di manifestare e il terrorismo preventivo da parte dello Stato.

Abbiamo visto come in tutte le piazze, nate spontaneamente, la violenza è stata a senso unico. Cortei chiusi dalle forze dell’ordine, senza offrire loro vie di fuga, ai quali sono stati sparati numerosi lacrimogeni come a Torino; cariche a suon di manganellate per colpire manifestanti inermi a braccia alzate come a Bologna; idranti azionati con l’intento di fare male; candelotti lacrimogeni sparati ad altezza uomo che hanno mando all’ospedale varie manifestanti; brutalità commesse anche a danno di giornalisti e street medical.

Ovviamente non ci aspettiamo che queste cose vengano diffuse dalla stampa di regime (praticamente tutta, con poche eccezioni). E’ chiaro lo scopo, per via normativa ma sopratutto di fatto: terrorizzare, svuotare progressivamente le piazze, costruire una condizione dove “il gioco non vale la candela”.

Nonostante le limitazione, i fermi, la caccia al manifestante, il dato notevole è che tantissimi e tantissime hanno deciso di scendere comunque in piazza e sono riuscite ad unirsi in cortei spontanei e a marciare per le città contro governo, carovita e riarmo.

La democrazia autoritaria

Da un punto di vista politico ci interessa dire due cose: la prima è che è sempre la controparte (la borghesia ed il suo Stato, con le sue forze di repressione) a determinare il terreno di scontro. Come abbiamo visto, lo Stato non ha perso tempo per alzare ulteriormente il livello della repressione, trascinando anche le manifestazioni più pacifiche sul terreno dell’illegalità, per giustificarne la repressione.

Oggi il dissenso è di per sé incompatibile con la complessiva tenuta del sistema, questo è il dato reale dal quale partire e che dobbiamo tenere sempre bene a mente. Tale contesto oggettivo è determinato dalla crisi e dalla guerra del capitale, che impongono una riduzione drastica dei margini di contrattazione, agibilità ed espressione del dissenso (e delle lotte).

La seconda riguarda la mutata condizione politica ed economica a cui ci riferiamo quando parliamo della ridefinizione in senso autoritario della democrazia e del suo Stato. La liberale democrazia borghese inizia a non essere più “l’involucro politico migliore” per gestire la crisi del capitale e per “accompagnarci” verso la guerra. Lo Stato democratico ha già iniziato a ridefinirsi, per adeguarsi alla nuova situazione, attraverso leggi, norme e dispiegamento poliziesco in senso autoritario. È una tendenza irreversibile come è irreversibile la tendenza del capitale alla crisi e alla guerra, bisogna farci i conti: nessun allarme sulla democrazia in pericolo e nessun appello alla costituzione violata potrà invertire questa deriva.

A latere notiamo come anche le strutture fasciste si stiano mobilitando in direzione razzista e reazionaria a difesa dello Stato e, come sempre, al fianco delle forze di polizia: lo si è visto in Francia negli attacchi congiunti di polizia e fascisti a discapito dei cortei di Nizza e Montpellier; lo si è visto in Italia con le frange più di destra del movimento ultrà scese nelle strade a difesa dei negozi e “contro i Maranza”; lo si è visto nei contro-cortei chiamati dalla destra istituzionale in varie città; lo si è visto anche nella grigia commistione tra provocatori di polizia e fascisti che infiltrano i cortei con il fine apposito ed esclusivo di provocare violenze volte a giustificare le cariche di polizia verso i manifestanti.

Movimento ed avanguardie

Due parole sulla tragicommedia dell’arresto dell’ideatore della pagina Instagram del M1710.

Innanzitutto definire questo ragazzo “la mente del movimento” è una menzogna bella e buona. Lui ha semplicemente cercato di dare una direzione a qualcosa che era già nato spontaneamente. La protesta era già esplosa sotto forma di riot lo scorso weekend, la cui causa va – casomai – ricercata nella spinta fornita dal peggioramento delle condizioni di vita di giovani e meno giovani, dallo spontaneo opporsi alla guerra e dall’assenza di prospettive per il loro futuro, specialmente per chi proviene dalla periferia e dalle situazioni di maggior disagio.

L’applicazione perentoria a danno di Youssef Siher della nuova normativa dell’ultimissimo decreto legge con l’aggravante della “finalità di terrorismo”, è di fatto un atto politico che coinvolge tutto il quadro delle proteste presenti e future: invitare a manifestare diventa criminale. La gestione della piazza e il suo contraltare giuridico stabiliscono l’affermarsi del “diritto di guerra”, volto a disinnescare lo spettro di una presente o futuribile insorgenza proletaria. Questa l’essenza generale della questione, oltre le vicende del singolo.

La semplice constatazione del  fatto che sabato tantissime e tantissimi non sapessero dove andare, che stessero con il cellulare in mano in attesa di una comunicazione (che non è mai arrivata) sulle piazze dove dirigersi, dimostra – almeno nel piccolo della gestione della piazza – che una guida, a questo come a qualsiasi movimento, serve eccome.

Una guida serve da un punto di vista politico, perché la critica contro carovita, tagli al welfare, corsa alla guerra e Stato di polizia possano maturare nella prospettiva dell’anticapitalismo; perché prenda sempre più piede l’idea della necessità della rivoluzione proletaria; perché si assuma una prospettiva generale di classe e comunista e non una vaga visione generazionale, popolare e riformatrice; perché, da un punto di vista organizzativo, è necessario proteggere chi va in piazza dagli abusi di polizia e serve stabilire pratiche condivise a tutela dei cortei e della loro agibilità politica.

Ancora una volta la storia che si svolge sotto i nostri occhi ci dimostra che il lavoro che dobbiamo continuare a fare è quello di costruire lo strumento della lotta di classe rivoluzionaria, intessendo relazioni, riflessioni e organizzazione dentro a ciò che si muove, senza pregiudizi né sterili ricette preconfezionate.

Reflections on the sidelines of the October 24 demonstrations

Police state, youth manhunt, and State violence.

What we witnessed on Saturday in all Italian cities is the “emergency logic” turned into articulated practice in public order management in the face of rising conflict and the fracturing of “social peace.” Not a historical novelty—we have seen it countless times—but the authentic manifestation of the repressive nature of the bourgeois State, which today, in a more critical context, turns into preventive terroristic form against any manifestation of conflict. The State has fully militarized cities, deploying its security apparatus. Armored vehicles, patrols, DIGOS (political police), anti-terrorism units, drones,helicopters, blocked streets, closed subway stations. Provocatively, though not overly so, we could say that since yesterday, a presumption of guilt linked to age essentially exists: the new generations are the identified enemy that must be stopped, searched, cataloged (many were photographed in the face with their ID visible), and concretely limited in their ability to demonstrate.

We saw with our own eyes the systematic and scientific manhunt targeting young people.

We saw countless groups of youth and very young people stopped and surrounded by dozens of officers outside subway stations and on sidewalks, subjected to preventive detentions merely for possessing Maalox, gloves, or face masks. The net of repression is tightening thanks to the new security decrees, which in words are created to curb violence, but in practice mandate the restriction of the right to demonstrate.

We saw how in all the squares, which emerged spontaneously, violence was one-sided. Marches boxed in by police without offering them escape routes, targeted with numerous canisters of tear gas; baton charges hitting defenseless protesters with their arms raised; water cannons operated with the intent to inflict harm; tear gas canisters fired at eye level that sent several protesters to the hospital; brutalities committed even against journalists and street medics. But obviously,we do not expect these things to be broadcast by the regime press (practically all of it, with very few exceptions). The purpose is clear, by regulatory means but above all in practice: to terrorize, to progressively empty the squares, to create a condition where “the game is not worth the candle.”

Yet despite the restrictions, the detentions, and the manhunt for demonstrators, the remarkable fact is that so many people chose to take to the streets anyway, managing to join in spontaneous marches and march through the cities against the government, the high cost of living, and rearmament.

Authoritarian democracy

From a political point of view, we are interested in emphasizing two things: the first is that it is always the adversary (the bourgeoisie and its State, with its repressive forces) that determines the field of engagement. As we saw, the State wasted no time in further raising the level of repression, dragging even peaceful demonstrations onto the terrain of illegality to justify their suppression. Today, dissent is incompatible with the overall stability of the system. This is the real fact to start from and one we must keep firmly in mind. This objective context is determined by the crisis and the war of capital,which mandate a drastic reduction in the margins for bargaining, room for maneuver, and expression of dissent (of struggles). It is precisely to this altered political and economic condition that we refer when we speak of the authoritarian redefinition of democracy and its State. Liberal bourgeois democracy is beginning to no longer be “the best political envelope” to manage the crisis of capital accumulation and to lead us toward war. The democratic State has begun to redefine itself in an authoritarian direction through laws, regulations, and police deployment. It is an irreversible trend,just as capital’s tendency toward crisis and war is irreversible, and we must reckon with it: no alarmism about democracy in danger and no appeals to a violated constitution will reverse this drift.

On a side note, we observe how fascist structures are also mobilizing in a racist and reactionary direction in defense of the State and, as always, alongside police forces: this was seen in France in joint police-fascist attacks against marches in Nice and Montpellier; it was seen in Italy with the rightmost fringes of the ultra movement taking to the streets to defend shops and “against the Maranza”; it was seen in the counter-marches called by the institutional right in various cities; it was also seen in the murky blending of police provocateurs or fascists infiltrating marches for the explicit and exclusive purpose of provoking and justifying police charges against demonstrators.

Movement and vanguards

A few words on the tragicomedy of the arrest of the creator of the M1710 Instagram page. First of all, defining this kid as “the mastermind of the movement” is a blatant lie. He simply tried to give direction to something that had already arisen spontaneously. The protest had already exploded in the form of riots last weekend, the root cause of which must be sought in the push provided by the worsening living conditions of young and older people alike, in spontaneous opposition to war, and in the absence of future prospects perceived by the youngest—especially those coming from the suburbs and from situations of greatest hardship. The peremptory application against Youssef Siher of the new regulations from the very latest decree-law, with the addition of “terrorist intent,” is in fact a political act that impacts the entire framework of present and future protests: street management and its legal counterpart establish the “law of war” of this phase against the formidable proletarian uprising. This is the general essence of the matter, beyond the circumstances of the individual.

The simple observation of the fact that on Saturday so many people did not know where to go, that they stood with cell phones in hand waiting for a communication (which never came) about which squares to head toward, proves that a leadership for this—as for any movement—is thoroughly needed.

A leadership is needed from a political standpoint, so that the critique against high living costs, welfare cuts, the rush to war, and the police State matures into anti-capitalism. So that the idea of the necessity of a proletarian revolution takes ever deeper root. So that a general class and communist perspective is adopted rather than a generational, popular, and reformist one.

A leadership is needed from an organizational standpoint, to protect those who go to the square from police abuse and to establish shared practices to safeguard marches and their political viability.

Once again, history proves to us that the work we must continue to carry out is that of building the instrument of revolutionary class struggle, weaving relationships, reflections, and organization within what moves, without prejudice or pre-packaged recipes.


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