Spin Time, Social Spaces: A Communist Reflection

Lo sgombero di Spin Time, coperto da pretestuose ragioni di sicurezza, segna un ulteriore passo in avanti nella battaglia della classe dominante contro le occupazioni. Il boccone questa volta è particolarmente prelibato perché si tratta di uno spazio voluto e difeso da parte della sinistra istituzionale che lo ha presentato come modello di integrazione e risoluzione dell’annoso problema della casa per chi è più povero. Al suo interno vivevano centinaia di persone e famiglie, italiani e immigrati, a basso reddito, e/o con problemi fisici tali da essere semi inabili al lavoro.
Nella vicenda Spin Time si incrociano sia l’attacco ai residui spazi di iniziativa della cosiddetta “opposizione sociale” che la materializzazione della criminalizzazione degli occupanti di case su cui tanto batte la propaganda governativa. Mentre, fuori da ogni interesse reale dei proletari, si gioca anche la partita strumentale fra partiti e coalizioni che nel “governo del territorio” cittadino misurano la loro commistione con gli interessi forti che spingono per la ristrutturazione della città.
Emergenza sociale e tendenze autoritarie
Lo sgombero degli spazi occupati e la criminalizzazione delle occupazioni di case, sono parte di quella tendenza autoritaria che abbiamo più volte denunciato. A fronte dell’emergere di problemi sociali sempre più pesanti, in particolare tra le fasce maggiormente svantaggiate del proletariato come quelle provenienti dai paesi più poveri, i giovani, i più poveri e in difficoltà si risponde con la repressione poliziesca, la violenza, le multe, le denunce, la criminalizzazione, disegnando aree urbane repulsive dove non ci si può sdraiare sulle panchine e gli spazi sono chiusi da cancelli e monitorati 24 ore su 24 da telecamere che presto potrebbero generalizzare il controllo attraverso il riconoscimento facciale tramite l’IA.
A fronte di un disagio sociale ed economico crescente, fatto di precarietà, bassi salari, difficoltà occupazionali e prezzi crescenti, i servizi sociali vivono da tempo un taglio progressivo. Il fondo per le politiche sociali si attesta da anni a sempre nuovi minimi storici, lo stesso piano casa, recentemente varato dal Governo in vista delle elezioni politiche 2027, vuole dare una risposta di facciata ad un problema molto più grave e in continuo aggravamento anche a causa del proliferare di BnB e abitazioni destinate ad affitti brevi, che alimentano la spirale degli aumenti dei costi degli affitti a lungo termine.
Prendiamo i dati di Roma pubblicati dal Campidoglio il 7 agosto, che riportano come i residenti a via Modesta Valenti (la residenza fittizia fornita dal comune a chi non ha una dimora) sono stati al 31 dicembre 2025 ben 40.383 persone. In aumento del 30% rispetto al 2024 e del 60% rispetto al 2023. Una vera e propria marea montante. Di questi il 70% sono di origine non italiana, mentre un po meno di 1 su 3 sono donne. Comunque lo si voglia interpretare, il dato ci parla di una società fortemente disgregata nella quale le fasce più deboli e povere faticano a soddisfare i loro bisogni primari.
In questa grave situazione lo sgombero degli spazi sociali e delle case occupate non fa che aggravare il problema abitativo e degli spazi. Il suo unico obiettivo è infatti l’espulsione di settori sociali estremamente poveri dalle zone interessate ad una ristrutturazione urbana funzionale al profitto. Mentre nei quartieri più periferici la “pacificazione” imposta dalla “legalità” è lo strumento per l’accettazione del degrado progressivo che si accompagna al venir meno di ogni forma di welfare state.
Propaganda reazionaria e “nuove politiche sociali”
Il disagio sociale che si produce diviene l’ulteriore elemento contro il quale si coagulano le forze reazionarie di quella “maggioranza silenziosa e sediziosa” dei ceti piccolo-proprietari, la canea nera in cerca di spazio politico e riconoscimento, nonché, sul terreno sociale più generale, terreno di legittimazione dell’azione di governo e delle sue politiche in funzione repressiva. In questa prospettiva propagandistica le nuove “figure emergenti” sono gli influencer di destra che narrano situazioni che “minacciano le tradizioni e le identità italiane”: vanno nei contesti, provocano e poi filmano la risposta per montarla a proprio uso e diffondere sui social una narrazione volta a orientere l’attenzione dei proletari verso le tematiche dell’”emergenza nazionale”, cavalcando così l’onda emotiva generata del disagio sociale creato dalla borghesia.
Le “ nuove politiche sociali” fondate sul “bastone” e sulla paura del “diverso” (chiunque esso sia) finiscono per frammentare ulteriormente gli strati sociali proletari in via di progressivo impoverimento. Si alimenta la “lotta di classe orizzontale”, individuale ed egoistica verso l’altro, pari a se stesso, invece che orientare la contrapposizione “in verticale” sulle reali motivazioni, verso le responsabilità della classe dominante. La “guerra fra poveri” viene alimentata quotidianamente e punta a disinnescare la reale capacità di riconoscersi in una condizione comune, su un reale unità di interessi, disinnescando preventivamente, per quanto parzialmente, il reale conflitto di classe.
Questo modello, per quanto oggi implementato dal governo di destra, trovato la sua origine e i passaggi di sviluppo in tutti quei governi tecnici o di centro-sinistra che lo hanno promosso nei decenni scorsi. Si conferma così la continuità di un governo del territorio, del disagio sociale e della povertà volto al profitto, e delle misure che gli hanno dato sostanza, trovando ampio utilizzo già in precedenza. A ciò si è sovrapposta, soprattutto a livello locale, una logica corporativa che utilizzando e dosando repressione e mediazione ha teso a circoscrivere – e lì dove possibile inglobare – quelle esperienze sociali più esplosive, svuotandole di ogni possibilità di generalizzazione e spostandone il fulcro intorno ad una continua contrattazione della propria situazione tesa a normalizzarla nei limiti compatibili con il sistema. Ciò anche grazie alla preminenza di un personale neo-riformista “in perdita” che su questa prospettiva ha guidato queste esperienze.
Prospettive di classe
I centri sociali e gli spazi occupati che si sono diffusi in Italia a partire dagli anni ’90 hanno fallito. Spin Time ne è l’ennesima dimostrazione. Da un lato gli spazi che hanno cercato legittimazione e legalizzazione davanti alle istituzioni di fatto hanno disinnescato ogni aspirazione di conflitto di classe e ogni carica eversiva che pure questi spazi avrebbero potuto avere; dall’altro gli spazi più radicali, anti istituzionali, che però si sono isolati nella loro progettualità autoreferenziale, hanno perso anch’essi l’orizzonte della prospettiva del conflitto di classe e dell’anticapitalismo (ci si perdoni la generalizzazione).
Dalla centralità del conflitto di classe e dell’anticapitalismo crediamo invece che le avanguardie politiche debbano ripartire, non come progetto autoreferenziale, ma come motore di unione di tutte le istanze di opposizione sociale e sui luoghi di lavoro.
La questione della povertà e della precarietà della nostra condizione non si risolve semplicemente nel vedere il proprio “spazio sociale” in piedi. I venti di guerra e l’economia di guerra che morde le nostre chiappe segnano un orizzonte che va ben oltre il piccolo spazio che abbiamo davanti agli occhi. Non ci sono più, se mai ce ne sono stati, tempi comodi o misurati, pur con tutta l’onestà possibile sulla propria realtà. Le certezze di ieri si vanno via via sgretolando. Non esistono più fortini che ci accolgono. Il nemico ha fatto il suo “dovere di classe”, lì ha smantellati. Così come costantemente ha messo in discussione ogni momento della nostra resistenza. La posta in gioco si fa alta. Riflettere e fare bilanci delle proprie esperienze significa non riprodurre all’infinito modalità e contenuti non (più) idonei a rappresentare ciò che vogliamo sul terreno politico e pratico.
Lottare per la casa , il lavoro, contro la precarietà, contro l’economia di guerra e la guerra, contro ogni singolo aspetto che oggi vuole gettare la nostra classe ancora più indietro, significa che ogni aspetto parziale che affrontiamo va legato alla prospettiva più generale di alternativa anticapitalista a questo sistema. La centralità del conflitto di classe, che tutti a parole riconosciamo, non può frammentarsi nei mille rivoli che i rapporti sociali di sfruttamento e oppressione del capitale ci impongono. Ciò significa affrontarli in un’ottica di ricomposizione politica che trova la sua sintesi sul piano dello sbocco politico per la costruzione dell’alternativa al capitalismo.
Esiste un unico modo molto semplice per azzerare la criminalità e il disagio sociale: garantire casa, lavoro, stipendi dignitosi e servizi per tutti; esiste un unico modo per fermare la guerra, la crisi e la barbarie montante, ma per farlo esiste una sola strada: le lavoratrici e i lavoratori devono prendersi carico dell’intero organismo economico e sociale, trasformando per via rivoluzionaria l’intero sistema, non esiste altra strada.
Spin Time, Social Spaces: A Communist Reflection
The eviction of Spin Time, justified by pretextual security concerns, marks a further step forward in the ruling class’s battle against occupations. This time, the prize is particularly valuable because it concerns a space supported and defended by the institutional left, which presented it as a model of integration and a solution to the long-standing housing problem faced by the poorest. Hundreds of people and families lived there, both Italians and immigrants, with low incomes and/or physical conditions that left them partially unable to work.
The Spin Time affair brings together both the attack on the remaining spaces for initiatives by the so-called “social opposition” and the materialization of the criminalization of housing occupiers, which government propaganda insists so heavily upon. At the same time, regardless of the real interests of the proletariat, an instrumental struggle is also being played out between parties and coalitions that, in their “governance of the city,” reveal the extent of their entanglement with the powerful interests driving urban redevelopment.
Social Emergency and Authoritarian Tendencies
The eviction of occupied spaces and the criminalization of housing occupations are part of the authoritarian tendency we have repeatedly denounced. In the face of increasingly severe social problems, particularly among the most disadvantaged sections of the proletariat, such as people coming from the poorest countries, young people, the poorest, and those in difficulty, the response is police repression, violence, fines, prosecutions, and criminalization. This produces hostile urban environments where people are not allowed to lie down on benches and spaces are enclosed by gates and monitored 24 hours a day by cameras, which could soon generalize surveillance through facial recognition powered by AI.
In the face of growing social and economic hardship, characterized by precariousness, low wages, employment difficulties, and rising prices, social services have been experiencing progressive cuts for some time. The fund for social policies has been reaching new historic lows year after year. The same housing plan recently introduced by the Government in anticipation of the 2027 general elections seeks to offer a superficial response to a much more serious and continually worsening problem, also due to the proliferation of B&Bs and properties intended for short-term rentals, which fuel the spiral of rising long-term rental costs.
Let us consider the data from Rome published by the Capitoline administration on August 7, which report that, as of December 31, 2025, as many as 40,383 people were registered as residents at Via Modesta Valenti (the fictitious address provided by the municipality to people without a home). This represents an increase of 30% compared to 2024 and 60% compared to 2023. A veritable rising tide. Of these, 70% are of non-Italian origin, while slightly fewer than one in three are women. However one chooses to interpret it, the figure speaks to a deeply fragmented society in which the weakest and poorest sections struggle to meet their basic needs.
In this serious situation, the eviction of social spaces and occupied homes does nothing but worsen the housing and space crisis. Its sole objective is, in fact, to expel extremely impoverished social groups from areas targeted for profit-oriented urban redevelopment. Meanwhile, in the more peripheral neighborhoods, the “pacification” imposed in the name of “legality” serves as a tool for accepting the progressive deterioration that accompanies the erosion of every form of the welfare state.
Reactionary Propaganda and “New Social Policies”
The social hardship that is produced becomes a further element around which the reactionary forces of that “silent and seditious majority” of small property-owning classes rally, along with the black rabble seeking political space and recognition. More broadly, it becomes a basis for legitimizing government action and its repressive policies in the social sphere. Within this propaganda framework, the new “emerging figures” are right-wing influencers who portray situations that “threaten Italian traditions and identities.” They enter these settings, provoke a response, and then film it in order to edit the footage for their own purposes and disseminate a narrative on social media designed to direct proletarians’ attention toward the themes of a “national emergency,” thereby riding the emotional wave generated by the social hardship created by the bourgeoisie.
The “new social policies” based on the “stick” and fear of the “other” (whoever that may be) end up further fragmenting the proletarian social strata undergoing progressive impoverishment. They fuel a “horizontal class struggle,” an individualistic and selfish hostility toward others who are one’s equals, rather than directing confrontation “vertically,” toward its real causes and the responsibilities of the ruling class. The “war among the poor” is fed daily and aims to undermine the genuine ability to recognize oneself as sharing a common condition and a real unity of interests, thereby preemptively, albeit only partially, neutralizing the actual class conflict.
Although this model is currently being implemented by the right-wing government, it originated and developed through the various technocratic and center-left governments that promoted it over previous decades. This confirms the continuity of a model of governing the city, social hardship, and poverty oriented toward profit, as well as the measures that have given it substance, which had already been widely employed in the past. Added to this, particularly at the local level, has been a corporatist logic that, through the use and calibration of repression and mediation, has sought to confine—and, wherever possible, incorporate—those social experiences with the greatest potential for disruption, stripping them of any possibility of generalization and shifting their focus toward the continuous negotiation of their own situation, aimed at normalizing it within the limits compatible with the system. This has also been made possible by the predominance of a “loss-making” neo-reformist political personnel who have guided these experiences along this path.
Class Perspectives
The social centers and occupied spaces that spread throughout Italy beginning in the 1990s have failed. Spin Time is yet another demonstration of this. On the one hand, spaces that sought legitimacy and legalization before the institutions effectively neutralized any aspiration toward class conflict and any subversive potential these spaces might otherwise have possessed. On the other hand, the more radical, anti-institutional spaces, which nevertheless isolated themselves in their self-referential projects, also lost sight of the horizon of class conflict and anti-capitalism (forgive the generalization).
We believe, instead, that political vanguards must start again from the centrality of class conflict and anti-capitalism, not as a self-referential project, but as a driving force for uniting all forms of social opposition and struggles in the workplace.
The issue of poverty and the precariousness of our condition cannot be resolved simply by seeing one’s own “social space” remain standing. The winds of war and the war economy that is biting us in the ass mark a horizon that extends far beyond the small space immediately before our eyes. There are no longer, if there ever were, comfortable or measured times, despite all the honesty possible in assessing our own reality. The certainties of yesterday are gradually crumbling. There are no longer any strongholds to shelter us. The enemy has done its “class duty”: it has dismantled them. Just as it has constantly challenged every moment of our resistance. The stakes are becoming higher. Reflecting on and taking stock of our experiences means refusing to endlessly reproduce methods and contents that are no longer (or are no longer adequately) suited to representing what we want on the political and practical terrain.
Fighting for housing and work, against precariousness, against the war economy and war, and against every single aspect that today seeks to push our class further backward means that every partial issue we confront must be connected to the broader perspective of an anti-capitalist alternative to this system. The centrality of class conflict, which we all acknowledge in words, cannot be fragmented into the thousand streams imposed upon us by the social relations of exploitation and oppression under capital. This means addressing them from the perspective of political recomposition, whose synthesis lies at the level of a political outcome aimed at building an alternative to capitalism.
There is one very simple way to eliminate crime and social hardship: guaranteeing housing, work, decent wages, and services for everyone. There is one way to stop war, crisis, and the rising tide of barbarism. But to achieve this, there is only one path: workers must take charge of the entire economic and social organism, transforming the entire system through revolutionary means. There is no other way.
