Tor Sapienza, the condition of the peripheries is a structural problem

Lo scorso 17 agosto, nel quartiere Tor Sapienza, a Roma, è stato ucciso a colpi di pistola Raymond Asosa Agheyisi, 24 anni. Ancora una volta il dibattito pubblico si è indirizzato verso la solita formula magica: più controlli, più forze dell’ordine, più sgomberi.
È comprensibile che gli abitanti chiedano maggiore sicurezza in un quartiere nel quale spaccio, prostituzione, occupazioni abusive e degrado – tutte categorie tanto care al capitalismo – sono diventati fenomeni quotidiani. Proprio partendo dalle condizioni materiali degli abitanti occorre porre però una domanda più radicale: perché i quartieri popolari vengono lasciati a questa deriva?
La sicurezza è un tema complesso: cosa si intende per sicurezza?
Lo Stato deve garantire le condizioni sociali e materiali per la riproduzione del capitale. Nel capitalismo la questione della sicurezza si riduce al mantenere un quadro economico e sociale che permetta la riproduzione del capitale. Vi è perciò uno scarto enorme tra la concezione borghese della sicurezza e ciò che percepisce la popolazione. Lo scarto e il conflitto si fanno più aspri dal momento in cui le necessità di uno si scontrano contro i bisogni degli altri. Il mantenimento di un quadro sociale adeguato alla riproduzione del capitale genera incertezza sociale perché tale quadro prevede l’aumento della precarietà economica ed abitativa, l’allungamento dell’età pensionistica, la rarefazione di servizi come salute e trasporti, la riduzione degli spazi di dissenso. Le campagne demagogiche e le notizie messe in prima pagina servono a orientale il malessere che ne consegue contro gli ultimi e non contro chi ci ha reso ultimi. Contro chi è come noi o chi sta peggio di noi anziché contro chi ha generato ed è responsabile per queste condizioni alienanti.
La stessa vicenda di Tor Sapienza non fa eccezione. Nel complesso ATER di viale Giorgio Morandi, quest’anno sono ripartiti i lavori di demolizione dei corpi centrali pericolanti e di “riqualificazione” dell’area. La Regione Lazio ha annunciato un investimento complessivo di 44 milioni di euro per nuovi alloggi, efficientamento energetico e manutenzione straordinaria del patrimonio ATER (il che rende ancora più ridicola la cifra di 100 milioni stanziata dal governo per il Piano Casa nazionale).
Il dato importante è che il degrado non nasce nel momento in cui compare lo spacciatore sotto casa: lo spacciatore, la prostituzione di strada, l’occupazione abusiva e la criminalità sono manifestazioni successive di una disgregazione sociale che ha radici ben più profonde. Certo, di primo acchito verrebbe da esclamare che lo Stato è assente, ma non è vero, lo Stato c’è eccome sono le volanti della poliziani sfratti, la tutela della proprietà privata dei gruppi immobiliari, l’assegnazione o meno di un alloggio. Il problema è quale forma assume questa presenza e quali rapporti sociali contribuisca a riprodurre.
Una lettura materialista della periferia
Nella società capitalistica, l’abitazione è contemporaneamente un bisogno fondamentale e una merce. Il suolo urbano è contemporaneamente uno spazio nel quale vivere e una fonte di rendita per la proprietà fondiaria. La riqualificazione urbana può essere contemporaneamente una necessità sociale e un’occasione di valorizzazione del capitale.
Questa contraddizione non significa che ogni amministratore sia al servizio diretto di un palazzinaro, né che ogni decisione pubblica sia determinata direttamente da un singolo interesse privato, ma qualcosa di più strutturale: le politiche pubbliche si muovono all’interno di rapporti di proprietà e di produzione che non sono neutrali e tendono sempre a favorire la classe dominante.
Un grande programma di edilizia popolare costruito per garantire il diritto all’abitare può avere un’utilità sociale enorme, ma non offrirà al capitale la stessa redditività di un’operazione immobiliare fondata sulla speculazione e la rendita.
La questione, quindi, non è semplicemente perché il Comune non interviene? bensì, quali interessi economici e quali rapporti di forza rendono possibile, conveniente o sconveniente un determinato intervento?
Una costante è che i poveri vengono messi gli uni contro gli altri. Qui emerge una delle conseguenze politicamente più importanti. Quando il sistema non riesce o non vuole risolvere una contraddizione sociale alla radice, questa può essere trasformata in un conflitto tra gruppi che occupano posizioni subalterne.
L’abitante delle case popolari contro gli immigrati che ricevono un alloggio.
Il lavoratore contro l’immigrato disposto ad accettare salari più bassi.
Il residente contro il piccolo spacciatore, il tossico o la prostituta.
Il pensionato contro il giovane disoccupato.
Il cittadino che non trova una casa contro chi vive in una casa occupata.
Il conflitto sociale viene così spostato orizzontalmente.
Invece di interrogarsi sulla distribuzione della ricchezza, sulla rendita, sulla precarizzazione del lavoro, sull’insufficienza dell’edilizia pubblica e sulla progressiva erosione dei servizi, si finisce per individuare nel povero che vive accanto a noi il responsabile della nostra stessa precarietà.
Quando le risorse sono scarse, ridotte a briciole, le persone sono lasciate a litigare per esse mentre chi sta ai vertici pasciuto trasuda di abbondanza.
Il problema non è il povero contro il povero, il penultimo contro l’ultimo, il probo cittadino contro il disonesto furfante, ma: perché non ci sono sufficienti risorse? Chi si accaparra i beni producendo scarsità sociale e distribuzione diseguale?
Fintanto che le diseguaglianze regneranno ci sarà sempre un focolaio di disagio sociale pronto ad accendersi. Disoccupazione, precarietà, povertà, disagio abitativo, abbandono urbanistico e assenza di prospettive, sono lo specchio dell’accumulo della ricchezza e dei beni nelle mani dei ricchi e dei potenti. La repressione è l’illusione di risolvere i problemi con la violenza di stato, mentre si coltivano le condizioni materiali per la loro riproduzione.
Come affrontiamo il problema della sicurezza da comunisti
La sicurezza delle classi subalterne non può consistere soltanto nella protezione dalla criminalità, deve comprendere la sicurezza materiale dell’esistenza: casa, lavoro, servizi per tutti. Questa è l’unica ricetta per estirpare il degrado una volta per tutte dalle nostre città.
Sicurezza significa poter avere accesso ad una casa senza il rischio di perderla dopo pochi mesi senza lavoro.
Significa avere un salario che non venga divorato dall’inflazione, un contratto di lavoro stabile, lavorare senza essere consumati da orari incompatibili con una vita dignitosa, avere servizi sanitari, scuola, trasporti e spazi pubblici e, soprattutto, poter guardare al futuro senza vivere costantemente nell’angoscia della propria riproduzione materiale.
Qui che la distinzione tra assistenza e trasformazione sociale diventa fondamentale.
Perché una società capace di produrre tanta ricchezza produce continuamente persone che hanno bisogno di essere aiutate? Perché così funziona il capitalismo, privatizza i profitti e socializza la crisi e il disagio.
Tor Sapienza non è soltanto un problema di sicurezza, ma una manifestazione tra le tante di un disagio sociale palpabile, che nasce dall’essenza stessa del capitalismo. Bisogna rifiutare l’idea che sicurezza significhi semplicemente più polizia.
Le periferie delle grandi città devono essere restituite ai suoi abitanti. Ovvero, la lotta di classe, l’organizzazione proletaria deve arrivare a riprendersele, a riprendersi l’intera società organizzandola a misura di essere umano e non di profitto.
Solo seguendo questa via diventa possibile intervenire sulle condizioni materiali che hanno permesso al degrado di diventare strutturale mentre i ricchi speculatori ingrassavano. Una società fondata sul privilegio di classe non distribuisce in maniera uguale né la ricchezza, né la sicurezza, né la possibilità stessa di vivere una vita dignitosa. Perché anche la sicurezza diventa merce. Finché non si mette in discussione il capitalismo, continueremo a inseguire i sintomi: oggi a Tor Sapienza, domani in un’altra periferia, dopodomani altrove. Cambierà il quartiere, non cambierà il problema. Cambiamo il problema, iniziamo ad organizzarci per superare il capitalismo.
Tor Sapienza, the condition of the peripheries is a structural problem.
On August 17th, in the Tor Sapienza neighborhood of Rome, 24-year-old Raymond Asosa Agheyisi was shot and killed. Once again, public debate has turned toward the usual magic formula: more checks, more law enforcement, more evictions.
It is understandable that residents demand greater security in a neighborhood where drug dealing, prostitution, squatting, and decay—all categories so dear to capitalism—have become daily phenomena. Yet, precisely starting from the material conditions of the residents, a more radical question must be asked: why are working-class neighborhoods left to drift like this?
Safety is a complex issue: what do we mean by safety?
The State must guarantee the social and material conditions for the reproduction of capital. Under capitalism, the question of safety is reduced to maintaining an economic and social framework that permits the reproduction of capital. There is, therefore, a massive gap between the bourgeois conception of safety and what the population perceives. The gap and the conflict grow sharper as the necessities of the former clash with the needs of the latter. Maintaining a social framework suitable for the reproduction of capital generates social uncertainty, because such a framework entails an increase in economic and housing precariousness, an increase in the retirement age, the thinning out of services like healthcare and transport, and the reduction of spaces for dissent. Demagogic campaigns and front-page headlines serve to direct the resulting discontent against the last, rather than against those who made us the last. Against those who are like us or worse off than us, rather than against those who created and are responsible for these alienating conditions.
The situation in Tor Sapienza itself is no exception. In the ATER complex on Viale Giorgio Morandi, work resumed this year on demolishing unsafe central buildings and “redeveloping” the area. The Lazio Region has announced a total investment of 44 million euros for new housing, energy efficiency, and extraordinary maintenance of ATER’s housing stock (which makes the 100 million euro figure allocated by the government for the National Housing Plan seem even more ridiculous).
The key takeaway is that decay does not begin the moment a drug dealer appears outside your home: the drug dealer, street prostitution, squatting, and crime are subsequent manifestations of a social breakdown with far deeper roots. Sure, at first glance, one might be tempted to exclaim that the State is absent, but that is not true—the State is very much present: it takes the form of police cruisers, evictions, the protection of private property owned by real estate groups, and the allocation or non-allocation of housing. The issue is what form this presence takes and what social relations it helps reproduce.
A Materialist Reading of the Periphery
In capitalist society, housing is simultaneously a fundamental need and a commodity. Urban land is simultaneously a space in which to live and a source of rent for property owners. Urban redevelopment can simultaneously be a social necessity and an opportunity for capital appreciation.
This contradiction does not mean that every administrator is in the direct service of a real estate developer, nor that every public decision is directly dictated by a single private interest, but something more structural: public policies operate within property and production relations that are not neutral and always tend to favor the ruling class.
A large-scale public housing program built to guarantee the right to housing can have immense social utility, but it will not offer capital the same profitability as a real estate operation based on speculation and land rent.
The question, therefore, is not simply “why doesn’t the City Council intervene?”, but rather: what economic interests and what balances of power render a given intervention possible, profitable, or inconvenient?
A constant factor is that the poor are pitted against one another. Here emerges one of the most politically significant consequences. When the system cannot or will not resolve a social contradiction at its root, that contradiction can be transformed into a conflict between groups occupying subaltern positions.
- The public housing resident against immigrants receiving housing.
- The worker against the immigrant willing to accept lower wages.
- The resident against the small-time drug dealer, addict, or prostitute.
- The retiree against the unemployed youth.
- The citizen who cannot find housing against the person living in squatted property.
Social conflict is thus shifted horizontally.
Instead of questioning wealth distribution, land rent, job precariousness, the insufficiency of public housing, and the progressive erosion of public services, we end up singling out the poor person living next door as the person responsible for our own precariousness.
When resources are scarce, reduced to crumbs, people are left to fight over them while those well-fed at the top ooze abundance.
The problem is not the poor against the poor, the second-to-last against the last, or the honest citizen against the dishonest rogue, but rather: why are there insufficient resources? Who is hoarding goods, creating social scarcity and unequal distribution?
As long as inequality reigns, there will always be a hotbed of social distress ready to ignite. Unemployment, precariousness, poverty, housing instability, urban neglect, and lack of prospects are the mirror of wealth and asset accumulation in the hands of the rich and powerful. Repression is the illusion of solving problems through state violence, while the material conditions for their reproduction continue to be cultivated.
How We Address the Problem of Security as Communists
The security of the subaltern classes cannot consist solely of protection from crime; it must encompass the material security of existence: housing, jobs, and services for all. This is the only recipe for eradicating decay from our cities once and for all.
Security means having access to housing without the risk of losing it after a few months out of work.
It means having a wage that is not devoured by inflation, a stable employment contract, working without being consumed by hours incompatible with a dignified life, having healthcare services, schooling, public transport, and public spaces, and, above all, being able to look to the future without constantly living in the anxiety of one’s own material reproduction.
Here, the distinction between relief assistance and social transformation becomes fundamental.
Why does a society capable of producing so much wealth continuously produce people who need to be helped? Because that is how capitalism works: it privatizes profits and socializes crises and distress.
Tor Sapienza is not merely a security problem, but one manifestation among many of a palpable social distress that stems from the very essence of capitalism. We must reject the idea that security simply means more police.
The outskirts of major cities must be given back to their residents. That is to say, class struggle and proletarian organization must step in to reclaim them, to reclaim society as a whole, organizing it to a human scale rather than for profit.
Only by following this path does it become possible to intervene in the material conditions that have allowed decay to become structural while wealthy speculators grew fat. A society founded on class privilege distributes neither wealth, nor security, nor the very possibility of living a dignified life equally. Because security, too, becomes a commodity. As long as capitalism is not called into question, we will continue to chase symptoms: today in Tor Sapienza, tomorrow in another outer suburb, the day after somewhere else. The neighborhood will change, but the problem will not. Let’s change the problem; let’s start organizing to overcome capitalism.
