Movements in the Crisis – Indonesia, Nepal, Madagascar, Philippines, Ecuador, Peru, Morocco, ad infinitum…

Presentiamo di seguito un testo dei compagni del collettivo “Tridni Valka” ( guerra di classe) della Repubblica ceca, sulla loro valutazione delle rivolte della cosiddetta “Gen Z”, che hanno caratterizzato i moti di classe a livello internazionale dell’ultimo periodo e di cui, per il loro estremo interesse, ci siamo già occupati a più riprese nelle puntate della rubrica “Moti nella crisi”.
Al di là, della aneddotica borghese che mira a mistificare il significato di questi movimenti, solo una lettura di classe può restituirgli l’esatta dimensione e carattere, appartenente al proletariato internazionale e alla sua causa. Riportiamo il seguente testo perché secondo noi ha vari pregi: 1) inquadra con correttezza i movimenti della generazione Z all’interno di una visione e prospettiva di classe, criticando le tante forze che, anche in ambito internazionalista, ancora non riescono a dare il giusto peso e significato a questa serie di eventi, che promette di essere tutt’altro che chiusa. 2) pone in maniera chiara e coerente il problema di come le avanguardie internazionaliste si dovrebbero relazionare a questo tipo di problemi, ossia valorizzandoli e riflettendoci su con molta attenzione, individuando le loro possibilità e prospettive di radicalizzazione in termini di classe, ma 3) senza scadere nello spontaneismo, riflettendo, cioè, a partire dal contesto concreto, sulla necessità della costruzione e sviluppo di un autentico partito di classe (che in questo testo viene definito “partito storico”). 4) il testo ha poi il pregio di criticare in maniera netta la visione occidentocentrica che va per la maggiore, restituendo ai moti della nostra classe nella periferia imperialista tutto il loro significato e importanza: sono gli eventi più significativi per quanto riguarda la vita della nostra classe in questo tormentato primo quarto di secolo.
Testo tradotto e lievemente ridotto da: https://www.autistici.org/tridnivalka/class-war-17-2026-indonesia-nepal-madagascar-philippines-ecuador-peru-morocco-ad-infinitum/
Oggi, o da poco tempo, l’intero spettro delle lotte proletarie contro il deterioramento permanente delle nostre misere condizioni di vita (sopravvivenza) è stato coperto dal velo chic e appariscente, ingannevole e artificiale, della cosiddetta Generazione Z — la “Gen Z”, come viene definita da tutti i media compiacenti.
In poche settimane, non meno di sette grandi rivolte sono scoppiate in tutto il mondo: Indonesia, Nepal, Madagascar, Filippine, Ecuador, Perù e Marocco. E quando diciamo “grandi” è innanzitutto per l’intensità degli attacchi portati avanti dalla nostra classe, nonché per la rottura circostanziale della pace sociale, purtroppo ancora troppo diffusa ovunque…
Senza voler parlare di uno slancio temporale, e certamente non di una “nuova fase” (come va sempre più di moda!), nel secolare confronto tra due classi con interessi immediati e storici visceralmente antagonistici, bisogna tuttavia notare e sottolineare che il ritmo delle rivolte proletarie in tutto il mondo del valore sta subendo una seria accelerazione. Di per sé non è una novità: l’ondata significativa di lotte che ha travolto l’inferno capitalista nel 2018-19 si era già diffusa a macchia d’olio… Algeria, Cile, Ecuador, Francia, Hong Kong, Iraq, Iran, Libano, Sudan… Dopo la battuta d’arresto causata dalla gestione controrivoluzionaria del Covid da parte di tutti gli Stati-nazione del mondo, la rinascita delle lotte non si è fatta attendere, alimentata dagli attacchi frontali alla nostra classe con il pretesto della crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina, che ha provocato l’impennata dei prezzi, ondate di licenziamenti, ecc.
E ora che assistiamo all’ascesa della militarizzazione della società, a spese esorbitanti per gli armamenti e, in generale, allo sviluppo accelerato verso la guerra generalizzata e globale — concepita dalla classe capitalista e dai gestori impersonali dell’Ordine Mondiale (sia “vecchio” che “nuovo”!) come “la soluzione” a tutti i problemi di valorizzazione e alla sua inerente tendenza del saggio di profitto a cadere — la vecchia talpa sembra voler riemergere: la nostra classe sta iniziando nuovamente la lotta e rialza la testa…
Perché sotto il sole nero del capitale (un sole cocente, e persino un cielo plumbeo, potremmo dire, fatto di piombo e schegge!), la nostra unica prospettiva, per noi proletari, è la lotta: lotta non per qualche riforma di questa società di guerra, miseria e morte, per la sua totale e definitiva eradicazione…
Anche stavolta, come è sempre avvenuto nella turbolenta storia delle lotte di classe, le ultimissime proteste sono nate sotto vari pretesti specifici: indennità abitative che i parlamentari si auto-assegnano (in Indonesia), il divieto di diversi social network e, più in generale, la “corruzione” e il “nepotismo” endemici (in Nepal), interruzioni di corrente e carenza d’acqua (in Madagascar), la riforma delle pensioni (in Perù), il fallimento del sistema sanitario (in Marocco), ecc.
Tutti questi fattori circostanziali sono solo le scintille che danno “fuoco alla prateria”, mentre il fondamento stesso di tutte queste rivolte è il deterioramento in corso — ovunque! — delle nostre condizioni di lavoro e di vita… è la dittatura sociale del valore, del profitto e dei rapporti sociali capitalisti. Tutte queste dimostrazioni di rabbia, violenza ed esasperazione virulenta della nostra classe non sono episodi nazionali isolati, ma espressioni locali e materializzazioni dello stesso rifiuto dello stato presente delle cose. E ovunque — che piaccia o no, gli attivisti professionisti che si autoproclamano “avanguardia” del proletariato e sostengono la “centralità” dell’Europa e del Nord America nella lotta di classe non possono ignorarlo! —, ovunque, dall’Indonesia al Nepal, dal Madagascar alle Filippine, dall’Ecuador e dal Perù al Marocco… sono ampi settori del proletariato (urbano e rurale) che scendono in strada e che, qui, saccheggiano massicciamente e collettivamente i templi dedicati al Dio-Merce riappropriandosi parzialmente della ricchezza sociale prodotta dalla nostra classe, e lì, distruggono e incendiano i parlamenti borghesi, le sedi dei partiti politici e le ricche dimore di politici e capitalisti, così come i covi delle loro milizie armate…
Non ci soffermeremo qui sulla sequenza precisa di tutti questi eventi, sebbene sia la vita e l’energia della nostra classe a squarciare il lurido velo dell’oppressione, pur in mancanza di un attacco frontale alle fonti stesse dello sfruttamento. Vorremmo tuttavia evidenziare alcuni dei momenti più potenti che sono stati incisi a lettere di fuoco nella nostra coscienza collettiva e nella memoria storica. E questo, contrariamente a — e lo rivendichiamo apertamente! — l’insipida logorrea diffusa nei loro stracci da tutti gli eurocentrici che vaneggiano dell’ennesimo “sciopero” in un settore particolare (tra i postini, ad esempio, o gli insegnanti…), purché accada “qui” e non “là”, nei “paesi centrali” e non nelle “periferie” del capitale…
Desideriamo quindi semplicemente sottolineare l’incredibile e vitale violenza espressa dalla nostra classe in lotta: in Nepal, ad esempio, il proletariato non ha esitato a dare fuoco al parlamento borghese, agli edifici della Corte Suprema e a molti altri palazzi. La rabbia salvifica dei nostri compagni di classe è andata ben oltre il quadro riformista della protesta, al punto che gli “organizzatori” autoproclamati del movimento hanno dovuto ammettere di essere stati “travolti”!!! Questa rabbia si è manifestata anche in un alto livello di terrore rosso, quando noti nemici di classe, politici e borghesi, sono stati bersaglio di vere e proprie scene di linciaggio e di una “caccia all’uomo” nelle strade, nelle campagne… e persino nei fiumi!
Vale anche la pena notare, tra gli altri esempi, un’espressione di associazionismo proletario, come manifestatosi in Nepal attraverso la voce del “Safal Workers’ Street Committee”, che dichiara:
“Siamo un gruppo di marxisti indipendenti che hanno da tempo rifiutato tutti i partiti, essendo comunisti solo di nome.
Restiamo innanzitutto un Comitato di Strada, formato per organizzare la Difesa della Classe Operaia.
Siamo nati per necessità, poiché i partiti comunisti hanno abbandonato la classe operaia proprio quando questa aveva più bisogno di una guida.
Il nostro compito ora è separare la classe operaia dai partiti democratici della classe media. Impedire la riproduzione della democrazia borghese.
Ci stiamo ancora organizzando e invitiamo tutti i comunisti e gli alleati che la pensano allo stesso modo a formare i propri comitati e a unirsi a noi in un Fronte Operaio”.
D’altra parte, va notato (un fenomeno che non sembra essersi verificato in paesi diversi dal Madagascar) che una forte discordia è apparsa apertamente all’interno dell’esercito malgascio quando i soldati si sono ammutinati (come avevano già fatto durante le lotte del 2009) per protestare contro la repressione delle manifestazioni: “Rifiutate di essere pagati per sparare ai nostri amici, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle. […] Non obbedite più agli ordini dei vostri superiori. Puntate le armi contro chi vi ordina di sparare ai vostri fratelli d’arme, perché non saranno loro a prendersi cura delle nostre famiglie se dovessimo morire”.
Il rifiuto di certi settori della polizia di sparare ai propri fratelli e sorelle di classe è sempre un momento cruciale nello scontro tra il proletariato e lo Stato. In effetti, l’arruolamento di proletari nelle forze di repressione è la pietra angolare del dominio borghese. Le lotte di classe in Bolivia nel 2003 furono un esempio notevole di questa contraddizione, quando ampi settori della polizia disertarono e passarono “con armi e bagagli” dalla parte del proletariato in lotta, assaltando caserme, svuotando arsenali e affrontando le unità d’élite come ultimi bastioni del settore centrale dello Stato.
Purtroppo, in Madagascar, come spesso accade in altre lotte, i limiti e le debolezze del movimento hanno neutralizzato la forza sovversiva di questo esplicito rifiuto dei soldati di sparare e partecipare alla repressione, trasformandolo in un sostegno implicito al “cambiamento democratico”.
Purtroppo, sembra che l’ammutinamento non sia riuscito a sviluppare o dare slancio — con tutte le conseguenze che ne derivano — a queste manifestazioni iniziali di disfattismo rivoluzionario. Di fronte a questa situazione, che mostra quanto l’ordine capitalista tema il vuoto di potere, il gioco dell’”alternanza democratica” ha prevalso grazie alla sua efficacia ultima nello schiacciare il movimento, un’efficacia di gran lunga superiore a qualsiasi cosa lo Stato avesse tentato di fare fino a quel momento nel corso della lotta.
Non possiamo che vedere nei forti limiti dell’associazionismo proletario una delle principali debolezze che si riveleranno fatali per i potenti episodi di rivolta radicale contro il sistema nel suo insieme, sia in Madagascar che in Nepal, in Indonesia o in Marocco, ecc. Queste rivolte si sono manifestate attraverso sommosse, saccheggi e attacchi mirati, ma non sembrano aver compiuto salti qualitativi sufficienti in termini di coordinamento e organizzazione, tali da agitare i settori più esitanti del proletariato.
Durante queste poche settimane di lotta intensa (e le braci sembrano ancora abbastanza calde da riaccendere il fuoco alla minima occasione, qui o altrove), la maggior parte del proletariato non ha rotto con le illusioni democratiche, legalitarie e riformiste che attribuiscono l’origine di tutti i mali alle politiche di un presidente in carica, a politici “corrotti” (e lo sono ovviamente!), a istituzioni parlamentari e altro, “disconnesse” dalla realtà della nostra sopravvivenza quotidiana come proletari, ecc. Sebbene settori del proletariato in lotta, attraverso le loro denunce e azioni, abbiano evidenziato l’origine capitalista della loro attuale sofferenza sociale, la rivolta non è riuscita a esprimere chiaramente la propria rottura con la sottomissione democratica e cittadina, né si è diffusa a sufficienza nel tempo (nonostante il crescendo incessante dell’incendio!) e nello spazio (nonostante l’eco fragorosa che ogni lotta “locale” produce sulla capacità di lotta dei proletari nei paesi vicini, e persino in altre aree geografiche), cosa che ovviamente costituisce, ancora e ancora, uno dei problemi principali delle lotte proletarie in tutto il mondo.
Vale anche la pena accennare alla questione delle bandiere, in particolare quella che sventolava durante le lotte classificate come quelle della “Gen Z”. Consideriamo, ad esempio, la diffusione virale di certi gesti collettivi che si sono sviluppati in Indonesia e si sono diffusi molto rapidamente in Nepal, nelle Filippine, in Madagascar, in Marocco, in Ecuador e in Perù… e che si sono concretizzati, tra le altre cose, attraverso la ripetizione dello stesso gesto: innalzare una “bandiera pirata” ispirata a un manga giapponese molto popolare nella “cultura di massa” (One Piece), e che di fatto è servita come risposta creativa (per quanto semplicistica) all’appello del presidente indonesiano affinché i cittadini sventolassero la bandiera nazionale prima del giorno dell’indipendenza del paese.
Certamente, avremmo tutti preferito che i proletari, che scendono in strada e devastano i simboli della loro miseria quotidiana, innalzassero invece la bandiera rossa e/o nera dell’anarchia e/o del comunismo, la bandiera del partito della sovversione e del proletariato rivoluzionario — sebbene in Indonesia la bandiera nera dell’anarchia sia stata sventolata in molte scene di scontro! Ma proprio come la rivoluzione sociale non è una questione di partito formale, di partito politico (nel senso stretto del termine), di un partito autoproclamatosi “avanguardia del proletariato”, la rivoluzione non è nemmeno una questione di bandiera formale. Va notato, tuttavia, che nel manga in questione, la “bandiera pirata” viene innalzata più volte come dichiarazione di guerra contro “il Governo Mondiale”. In questo senso, il governo indonesiano non ha avuto torto nel descriverlo come un atto di disobbedienza e tradimento contro la patria, perché è proprio così: è diserzione attiva, un simbolo che rappresenta più o meno la promessa di una rivoluzione, una rivoluzione che non conosce né Stati né frontiere…
Sul terreno della lotta di classe, la realtà materiale è estremamente complessa: i proletari — giovani, giovanissimi o anche meno giovani; uomini, donne, “cittadini” e persino “contadini” — esprimono un odio sano, vigoroso e incommensurabile. Ma sfortunatamente, non hanno ancora stabilito una struttura organizzativa all’altezza della posta in gioco — una struttura capace di guidare l’intero processo verso i suoi obiettivi. Questi sono i limiti ricorrenti nella storia di tutte le nostre lotte: l’indebolimento delle forze organizzate della nostra classe porta inevitabilmente alla cooptazione del potenziale rivoluzionario da parte di poteri esterni e/o interni che lo sfruttano per fini capitalisti e imperialisti per rinnovare la propria dittatura sociale.
Per superare la spontaneità, i limiti e le contraddizioni delle attuali rivolte e trasformarle così in forze dinamiche per l’eradicazione dei rapporti sociali capitalisti, è necessario organizzare e rafforzare l’associazionismo proletario, la costituzione del proletariato come classe e come partito storico della rivoluzione comunista mondiale:
“Quando parliamo di partito, non ci riferiamo, ovviamente, alle infami mafie e cricche che portano quel nome, ma piuttosto al partito storico della rivoluzione, che non può essere opera di alcun gruppo o insieme di gruppi particolare, ma solo della classe proletaria stessa, costituita come organismo sociale autonomo. Siamo lungi dal credere che le attuali debolezze della classe possano essere rimediate artificialmente da una avanguardia rivoluzionaria che inietti coscienza dall’esterno. Al contrario, ci riconosciamo come parte del partito diffuso della sovversione all’interno della società capitalista, e la nostra riflessione come un contributo, modesto senza dubbio, alla costituzione della classe proletaria come partito storico.”
“La teoria rivoluzionaria, la prospettiva del partito storico della rivoluzione, ha oggi un compito titanico: produrre la sintesi rivoluzionaria della nostra epoca prima che il degrado delle condizioni terrestri imponga — in misura ancora maggiore rispetto al presente — scenari catastrofici per l’intera specie. La minaccia di una corsa agli armamenti tra le potenze centrali del capitalismo globale, la crisi ecologica e le rivolte nei diversi continenti sono, finora, la tendenza del nostro futuro immediato.”
[Citazioni da *La democracia es el orden del capital* / 2020]
Questa realtà materiale trascende anche le separazioni borghesi tra i “paesi centrali” del capitalismo e i “paesi periferici”… Per parafrasare Marx, che alla fine della sua vita sfidò la concezione dominante ed eurocentrica della rivoluzione, potremmo evocare “la possibilità che la rivoluzione inizi prima nei paesi periferici, meno industrializzati, dove le forze produttive capitaliste sono ancora limitate e persistono forme sociali ‘arcaiche’, prima di raggiungere il centro”. E le numerose esplosioni di rabbia proletaria nel mondo negli ultimi anni e decenni non ci smentiscono. Al contrario, ci incoraggiano a cogliere il fatto che la nostra classe si sta organizzando ed è portatrice della determinazione dell’umanità persino nei luoghi “meno sviluppati” — secondo i disgustosi criteri dell’economia politica borghese!
Stesso sfruttamento, stesse azioni!
I brutti giorni finiranno!
Movements in the Crisis – Indonesia, Nepal, Madagascar, Philippines, Ecuador, Peru, Morocco, ad infinitum…
Below, we present a text by the comrades of the “Class War” (Guerra di classe) Collective regarding their evaluation of the so-called “Gen Z” revolts. These revolts have characterized international class movements in the recent period, and due to their extreme interest, we have already addressed them on several occasions in the columns of the “Movements in the Crisis” section.
Beyond the bourgeois anecdotes aimed at mystifying the significance of these movements, only a class-based reading can restore their exact dimension and character as belonging to the international proletariat and its cause. We are publishing the following text because, in our view, it possesses several merits:
- It correctly frames the movements of Generation Z within a class vision and perspective, criticizing the many forces—even within internationalist circles—that still fail to give the proper weight and meaning to this series of events, which promises to be far from over.
- It clearly and coherently poses the problem of how internationalist vanguards should relate to these types of issues: by valuing them and reflecting upon them with great care, identifying their possibilities and prospects for radicalization in class terms.
- It does so without lapsing into spontaneity; it reflects, starting from the concrete context, on the necessity of constructing and developing an authentic class party (referred to in this text as the “historical party”).
- Finally, the text has the merit of sharply criticizing the prevailing Western-centric vision, restoring to the movements of our class in the imperialist periphery all their significance and importance; these are the most significant events regarding the life of our class in this tormented first quarter of the century.
The text by the “Class War” comrades certainly addresses the recent movements of the youth proletariat in the countries of the imperialist periphery from these viewpoints.
Text translated and slightly abridged from: https://www.autistici.org/tridnivalka/class-war-17-2026-indonesia-nepal-madagascar-philippines-ecuador-peru-morocco-ad-infinitum/
Today, or for some time now, the entire spectrum of proletarian struggles against the permanent deterioration of our miserable living conditions (survival) has been covered by the chic and flashy, deceptive and artificial veil of the so-called Generation Z—”Gen Z,” as it is defined by all the complacent media.
In just a few weeks, no fewer than seven major revolts broke out across the world: Indonesia, Nepal, Madagascar, the Philippines, Ecuador, Peru, and Morocco. And when we say “major,” it is primarily due to the intensity of the attacks carried out by our class, as well as the circumstantial rupture of social peace, which is unfortunately still too widespread everywhere…
Without wishing to speak of a temporal momentum, and certainly not of a “new phase” (as is increasingly fashionable!), in the centuries-old confrontation between two classes with viscerally antagonistic immediate and historical interests, it must nevertheless be noted and emphasized that the pace of proletarian revolts throughout the world of value is undergoing a serious acceleration. In itself, this is not new: the significant wave of struggles that swept through capitalist hell in 2018-19 had already spread like wildfire… Algeria, Chile, Ecuador, France, Hong Kong, Iraq, Iran, Lebanon, Sudan… After the setback caused by the counter-revolutionary management of Covid by all the nation-states of the world, the resurgence of struggles was not long in coming, fueled by frontal attacks on our class under the pretext of the energy crisis caused by the war in Ukraine, which led to skyrocketing prices, waves of layoffs, etc.
And now that we are witnessing the rise of the militarization of society, exorbitant spending on armaments, and, in general, the accelerated development toward generalized and global war—conceived by the capitalist class and the impersonal managers of the World Order (both “old” and “new”!) as “the solution” to all problems of valorization and its inherent tendency of the rate of profit to fall—the old mole seems to want to re-emerge: our class is beginning the struggle once again and raising its head…
Because under the black sun of capital (a scorching sun, and even a leaden sky, we might say, made of lead and shrapnel!), our only perspective, as proletarians, is struggle: struggle not for some reform of this society of war, misery, and death, but for its total and definitive eradication…
Once again, as has always happened in the turbulent history of class struggles, the very latest protests were born under various specific pretexts: housing allowances that parliamentarians grant themselves (in Indonesia), the ban on several social networks and, more generally, endemic “corruption” and “nepotism” (in Nepal), power outages and water shortages (in Madagascar), pension reform (in Peru), the failure of the healthcare system (in Morocco), etc.
All these circumstantial factors are merely the sparks that “set the prairie ablaze,” while the very foundation of all these revolts is the ongoing deterioration—everywhere!—of our working and living conditions… it is the social dictatorship of value, profit, and capitalist social relations. All these demonstrations of anger, violence, and virulent exasperation of our class are not isolated national episodes, but local expressions and materializations of the same rejection of the present state of things. And everywhere—whether they like it or not, the professional activists who proclaim themselves the “vanguard” of the proletariat and champion the “centrality” of Europe and North America in the class struggle cannot ignore it!—everywhere, from Indonesia to Nepal, from Madagascar to the Philippines, from Ecuador and Peru to Morocco… it is broad sectors of the proletariat (urban and rural) taking to the streets and, here, massively and collectively looting the temples dedicated to the God-Commodity by partially reappropriating the social wealth produced by our class, and there, destroying and setting fire to bourgeois parliaments, the headquarters of political parties, and the wealthy mansions of politicians and capitalists, as well as the dens of their armed militias…
We will not dwell here on the precise sequence of all these events, although it is the life and energy of our class that tears through the filthy veil of oppression, even in the absence of a frontal attack on the very sources of exploitation. We would, however, like to highlight some of the most powerful moments that have been etched in letters of fire in our collective consciousness and historical memory. And this, contrary to—and we claim it openly!—the insipid logorrhea spread in their rags by all the Eurocentrics who rave about yet another “strike” in a particular sector (among postal workers, for example, or teachers…), as long as it happens “here” and not “there,” in the “central countries” and not in the “peripheries” of capital…
We therefore wish simply to emphasize the incredible and vital violence expressed by our class in struggle: in Nepal, for example, the proletariat did not hesitate to set fire to the bourgeois parliament, the Supreme Court buildings, and many other palaces. The saving rage of our class comrades went far beyond the reformist framework of protest, to the point that the self-proclaimed “organizers” of the movement had to admit they were “overwhelmed”!!! This rage also manifested in a high level of red terror, when notorious class enemies, politicians, and bourgeois individuals were targets of actual lynching scenes and a “manhunt” in the streets, in the countryside… and even in the rivers!
It is also worth noting, among other examples, an expression of proletarian associationism, as manifested in Nepal through the voice of the “Safal Workers’ Street Committee,” which declares:
“We are a group of independent Marxists who have long rejected all parties, being communists in name only.
We remain first and foremost a Street Committee, formed to organize the Defense of the Working Class.
We were born of necessity, as the communist parties abandoned the working class precisely when it most needed guidance.
Our task now is to separate the working class from the democratic parties of the middle class. To prevent the reproduction of bourgeois democracy.
We are still organizing and invite all communists and like-minded allies to form their own committees and join us in a Workers’ Front.”On the other hand, it should be noted (a phenomenon that does not seem to have occurred in countries other than Madagascar) that a strong discord appeared openly within the Malagasy army when soldiers mutinied (as they had already done during the struggles of 2009) to protest the repression of demonstrations: “Refuse to be paid to shoot our friends, our brothers, and our sisters. […] Do not obey the orders of your superiors any longer. Point your weapons at those who order you to shoot your brothers-in-arms, because they will not be the ones to take care of our families if we should die.”
The refusal of certain sectors of the police to shoot their own class brothers and sisters is always a crucial moment in the confrontation between the proletariat and the State. In fact, the enlistment of proletarians into the forces of repression is the cornerstone of bourgeois rule. The class struggles in Bolivia in 2003 were a notable example of this contradiction, when broad sectors of the police deserted and went over “lock, stock, and barrel” to the side of the proletariat in struggle, storming barracks, emptying arsenals, and facing elite units as the last bastions of the central sector of the State.
Unfortunately, in Madagascar, as often happens in other struggles, the limits and weaknesses of the movement neutralized the subversive force of this explicit refusal of the soldiers to shoot and participate in repression, transforming it into implicit support for “democratic change.”
Regrettably, it seems that the mutiny failed to develop or give momentum—with all the resulting consequences—to these initial manifestations of revolutionary defeatism. Faced with this situation, which shows how much the capitalist order fears a power vacuum, the game of “democratic alternation” prevailed thanks to its ultimate effectiveness in crushing the movement—an effectiveness far superior to anything the State had attempted until that point in the course of the struggle.
We can only see in the strong limits of proletarian associationism one of the main weaknesses that would prove fatal for the powerful episodes of radical revolt against the system as a whole, whether in Madagascar, Nepal, Indonesia, or Morocco, etc. These revolts manifested through riots, looting, and targeted attacks, but they do not seem to have achieved sufficient qualitative leaps in terms of coordination and organization to stir the more hesitant sectors of the proletariat.
During these few weeks of intense struggle (and the embers still seem warm enough to reignite the fire at the slightest opportunity, here or elsewhere), the majority of the proletariat did not break with the democratic, legalistic, and reformist illusions that attribute the origin of all evils to the policies of a sitting president, to “corrupt” politicians (which they obviously are!), to parliamentary institutions, and more, “disconnected” from the reality of our daily survival as proletarians, etc. Although sectors of the proletariat in struggle, through their denunciations and actions, highlighted the capitalist origin of their current social suffering, the revolt failed to clearly express its break with democratic and citizen submission, nor did it spread sufficiently in time (despite the incessant crescendo of the blaze!) and space (despite the thunderous echo that every “local” struggle produces on the fighting capacity of proletarians in neighboring countries, and even in other geographical areas), which obviously constitutes, again and again, one of the main problems of proletarian struggles worldwide.
It is also worth mentioning the question of flags, particularly the one flying during the struggles classified as those of “Gen Z.” Consider, for example, the viral spread of certain collective gestures that developed in Indonesia and spread very quickly to Nepal, the Philippines, Madagascar, Morocco, Ecuador, and Peru… and which materialized, among other things, through the repetition of the same gesture: raising a “pirate flag” inspired by a Japanese manga very popular in “mass culture” (One Piece), which effectively served as a creative (if simplistic) response to the Indonesian president’s call for citizens to fly the national flag before the country’s independence day.
Certainly, we would have all preferred that the proletarians, taking to the streets and devastating the symbols of their daily misery, had instead raised the red and/or black flag of anarchy and/or communism, the flag of the party of subversion and the revolutionary proletariat—although in Indonesia the black flag of anarchy was waved in many scenes of confrontation! But just as the social revolution is not a matter of a formal party, a political party (in the narrow sense of the term), of a self-proclaimed “vanguard of the proletariat,” revolution is not a matter of a formal flag either. It should be noted, however, that in the manga in question, the “pirate flag” is raised several times as a declaration of war against “the World Government.” In this sense, the Indonesian government was not wrong to describe it as an act of disobedience and treason against the homeland, because that is exactly what it is: it is active desertion, a symbol representing more or less the promise of a revolution—a revolution that knows neither States nor borders…
On the terrain of class struggle, material reality is extremely complex: proletarians—young, very young, or even less young; men, women, “citizens,” and even “peasants”—express a healthy, vigorous, and immeasurable hatred. But unfortunately, they have not yet established an organizational structure equal to the stakes—a structure capable of guiding the entire process toward its objectives. These are the recurring limits in the history of all our struggles: the weakening of the organized forces of our class inevitably leads to the co-option of revolutionary potential by external and/or internal powers that exploit it for capitalist and imperialist ends to renew their own social dictatorship.
To overcome spontaneity, limits, and contradictions of current revolts and thus transform them into dynamic forces for the eradication of capitalist social relations, it is necessary to organize and strengthen proletarian associationism, the constitution of the proletariat as a class and as the historical party of the world communist revolution:
“When we speak of the party, we do not refer, obviously, to the infamous mafias and cliques that bear that name, but rather to the historical party of the revolution, which cannot be the work of any particular group or set of groups, but only of the proletarian class itself, constituted as an autonomous social organism. We are far from believing that the current weaknesses of the class can be artificially remedied by a revolutionary vanguard injecting consciousness from the outside. On the contrary, we recognize ourselves as part of the diffuse party of subversion within capitalist society, and our reflection as a contribution, modest no doubt, to the constitution of the proletarian class as a historical party.”
“Revolutionary theory, the perspective of the historical party of the revolution, has a titanic task today: to produce the revolutionary synthesis of our era before the degradation of terrestrial conditions imposes—to an even greater extent than the present—catastrophic scenarios for the entire species. The threat of an arms race between the central powers of global capitalism, the ecological crisis, and the revolts across different continents are, so far, the trend of our immediate future.”
[Quotes from “La democracia es el orden del capital” / 2020]This material reality also transcends the bourgeois separations between the “central countries” of capitalism and the “peripheral countries”… To paraphrase Marx, who at the end of his life challenged the dominant and Eurocentric conception of revolution, we could evoke “the possibility that the revolution begins first in the peripheral, less industrialized countries, where capitalist productive forces are still limited and ‘archaic’ social forms persist, before reaching the center.” And the numerous explosions of proletarian rage in the world in recent years and decades do not prove us wrong. On the contrary, they encourage us to grasp the fact that our class is organizing and is the bearer of humanity’s determination even in the “least developed” places—according to the disgusting criteria of bourgeois political economy!
Same exploitation, same actions!
The bad days will end!
