Di seguito pubblichiamo la nostra intervista ad Atanasio Bugliari Goggia, autore di: Rosso banlieue. Etnografia della nuova composizione di classe nelle periferie francesi, ombre corte, 2022 e di: La santa canaglia. Etnografia di militanti politici di banlieue, ombre corte, 2023.
Si tratta di un’intervista che a nostro avviso assume il carattere di un contributo importante per fissare, da un approccio di classe, i punti fondamentali che caratterizzano il movimento delle banlieues sia come composizione di classe, con le trasformazioni in rapporto alla crisi capitalistica e gli effetti nefasti delle politiche di sfruttamento e repressive dello Stato francese, sia per delineare le ragioni materiali e lo stato delle relazioni con gli altri strati di classe e per fissare i principali problemi di espressione dei prolet delle banlieues, in una linea di continuità e differenza che segna le principali rivolte dal 2005 ad oggi.
In estrema sintesi, siamo di fronte ad uno spezzone estremamente grande della nostra classe, che ci appartiene e a cui siamo obbligati a riferirci in modo approfondito, al fine, sempre, di cercare di delineare i problemi e i punti principali necessari al processo di riconduzione delle forme di insorgenza proletaria dentro una prospettiva organizzata anticapitalista. L’unica che possa far uscire l’insorgenza proletaria dalla sua eterna condizione di pendolo oscillante fra i momenti, anche gloriosi, di “rivolta” e il perpetuo ritorno alla propria condizione di classe sfruttata dal capitale.
Caro Atanasio, innanzitutto grazie per il tempo che hai voluto dedicare al Laboratorio internazionalista e veniamo subito al sodo: chi sono i rivoltosi che tra il 27 giugno e il 2 luglio hanno incendiato la Francia?
Il mio punto di vista sui fatti attuali origina dal periodo di indagine etnografica che ho condotto a Parigi tra il 2011 e il 2012. In questa indagine ho visto in maniera “plastica” e chiara come gli abitanti delle banlieues costituissero, sostanzialmente, il proletariato, la classe operaia francese. Per sostanziare meglio questa mia affermazione devo prima fare una precisazione. Quando sono partito per svolgere l’indagine etnografica avevo in mente un’ipotesi precisa, ossia l’idea che andando in banlieue mi sarei trovato di fronte il lumpenproletariat di Marx [un proletariato straccione, che vive di espedienti e micro criminalità, alla giornata, socialmente marginale e che, di fatto, ha smesso di entrare nel mercato del lavoro NdR]. Ben presto mi sono dovuto ricredere! Nelle banlieues non ho trovato gli inoccupati e inoccupabili, i rimasugli di processi produttivi del passato, bensì gli eredi veri e propri della vecchia classe operaia. Questi erano e sono gli abitanti della banlieue: sia figli dell’immigrazione che figli di francesi “de souche” [di etnia francese NdR] e costituiscono la moderna classe operaia francese, una classe operaia che, al mio arrivo in banlieue, versava in condizioni economiche disastrose a causa della crisi del 2007/08 che aveva scavato un solco enorme nella classe, comportando un processo di intensa e pesantissima proletarizzazione dei settori sociali più bassi. Tra questi spiccavano gli operai di 50/60 anni i cui figli vivevano, per la prima volta dal secondo dopo-guerra, una situazione sensibilmente peggiore rispetto a quella dei genitori.
Sintetizzando questi aspetti: 1) la proletarizzazione della classe media e dei settori operai più benestanti, la cui condizione si era drasticamente degradata; 2) l’impossibilità dell’ascesa sociale da parte delle nuove generazioni. Questi due processi non restituivano tanto un proletariato inoccupato e inoccupabile (lumpenproletariat), quanto piuttosto una classe sociale composta di giovani operai ben inseriti nei processi produttivi ma con lavori di merda, precari, mal pagati, stages gratuiti e, più in generale, una serie di condizioni lavorative anche molto peggiori di quelle che si potevano osservare nello stesso periodo in Italia.
Un proletariato, una classe operaia, pertanto non al fuori ma pienamente inserita nei processi produttivi. Si trattava di fatto della frazione più povera della classe operaia francese, assegnata ai lavori più precari e peggio pagati e per questo incazzatissima proprio a causa delle condizioni di lavoro e di vita che viveva. Questa la banlieue di quel periodo, e tutte – ripeto, tutte – le persone che ho intervistato erano lavoratori e lavoratrici ma con pessime condizioni occupazionali, contratti di primo impiego pagati malissimo, stages a rimborso spesa, lavoro nero, qualcuno dedito anche al piccolo spaccio, ma in sostanza tutti appartenenti alla classe lavoratrice.
Perdonaci se ti chiediamo una precisazione che potrebbe sembrare cavillosa, ma così non crediamo che sia. Riguarda il come ci riferiamo alla classe sfruttata: noi abbiamo scelto di utilizzare il termine prolet, tu mi sembra abbia fatto una scelta ancora più radicale utilizzando il caro vecchio termine “classe operaia” (working class in inglese, classe ouvrière in francese), anche se sicuramente non ti riferisci ai soli operai di fabbrica e in tuta blu a cui rimanda un certo immaginario anni settanta.
Io effettivamente preferisco usare il termine “classe operaia”, poi possiamo chiamarla come ci pare, ma dobbiamo uscire anche da una certa ambiguità sull’utilizzo dei termini. Anche per Marx la working class non è solo il proletariato di fabbrica in tuta blu – sebbene questo rimanga il cuore pulsante, se così vogliamo dire, del proletariato. Penso che parlare di “proletariato e sottoproletariato” o genericamente di “classe lavoratrice” possa dare luogo ad ulteriori confusioni e necessità di spiegazioni, se invece parliamo di classe operaia al limite possiamo precisare che non è solo l’operaio di fabbrica ad essere sfruttato ma rimane di fatto operaio (anche se non di fabbrica) chiunque viva vendendo la propria forza-lavoro in cambio di un salario. Che questo operaio sia poi sfruttato lavorando come cameriere in un bar, che faccia le pulizie, trasporti pacchi, zappi le vigne o al momento viva di sussidi perché fatica a trovare un lavoro o è stato/a licenziato/a, cambia la sua collocazione lavorativa, non certo la sua appartenenza di classe, alla classe operaia, appunto. Per questo deve essere chiaro a chi ci legge che uso il termine classe operaia solo ed esclusivamente in questo senso, esattamente con lo stesso significato di “classe dei venditori di forza-lavoro” che gli attribuite voi quando nei vostri testi parlate di “prolet”.

Grazie, torniamo al tuo ragionamento. Hai parlato della frazione più povera della classe operaia… incazzatissima per le sue condizioni di lavoro e di vita. Come si esprimeva questa rabbia, che è sicuramente una rabbia di classe, che forme assumeva?
Durante le rivolte del 2005 i banlieusards [abitanti della banlieue NdR] se la sono presa soprattutto con le agenzie del lavoro, che sono andate letteralmente a fuoco e in maniera anche piuttosto estesa. Allo stesso modo sono andate a fuoco anche le fabbriche che erano state installate in banlieue in cambio di importanti sgravi fiscali da parte dello Stato. Il punto però è che queste aziende ricevevano le agevolazioni per il solo fatto di insediarsi in banlieue ma non avevano nessun obbligo di assumerne i residenti. Per questo motivo i precari, i malpagati e i disoccupati le vedevano solo come corpi estranei che li respingevano, nei loro stessi territori oltretutto! Sono state tra le prime ad andare a fuoco.
In base a quanto hai osservato nella tua indagine, in che modo la banlieue plasmava, e plasma, le nuove forme e la nuova composizione di classe operaia?
Tutto il discorso, cari compagni e care compagne, va innanzitutto collocato nella fase di crisi economica che nel 2011 si era aperta da poco. La crisi economica – secondo me come secondo voi irreversibile – iniziata nel 2007, faceva allora sentire i suoi morsi in maniera importante. Il capitale stava in quel momento testando nelle banlieues “nuovi” processi produttivi e ristrutturazioni industriali, processi e ristrutturazioni che sarebbero poi stati estesi altrove. In quella prima fase si iniziarono a delineare le nuove politiche di gestione della crisi che si sostanziavano nel tentativo di estrarre plusvalore attraverso una intensiva “schiavizzazione” del lavoro, attraverso la pura e semplice intensificazione dello sfruttamento per mezzo dell’applicazione di forme di lavoro semi-schiavistiche. In un momento di forte crisi dalle caratteristiche strutturali questo era l’unico modo per aumentare il plusvalore estorto e cercare di rianimare il saggio di profitto [attraverso quello che Marx chiama plusvalore assoluto, ossia attraverso l’allungamento della giornata lavorativa, l’intensificazione dello sfruttamento e la compressione dei salari NdR].
Questo ha comportato la trasformazione della banlieue in un banco di prova: 1) per i nuovi processi produttivi che massimizzavano lo sfruttamento e tenevano bassi i salari; 2) per le forme di controllo di quella stessa classe che viveva nelle banlieues. Era infatti evidente che un così drastico peggioramento in senso “schiavizzante” nelle condizioni di lavoro avrebbe comportato anche la necessità di dotarsi di nuovi modelli disciplinari, nuovi modelli repressivi adatti alla fase, la necessità di disporre di nuove possibilità di reprimere ancora più la classe operaia nuova ma anche, se necessario, quella vecchia. La banlieue è stata insomma un modello per testare questi nuovi processi produttivi a ribasso, vere e proprie forme di sfruttamento intensivo, ma anche un test per le forme del controllo della forza lavoro [esempi pratici di questi “nuovi modelli repressivi” sono facilmente rintracciabili nei filmati che ci mostrano l’aggressione ai manifestanti francesi attuata con centinaia di agenti antisommossa che si muovono all’unisono o nella brutalità con cui vengono attuati i fermi nelle strade. Basta fare una semplice ricerca digitando le parole “brutalité policière” su youtube per averne un saggio piuttosto esteso NdR].
Perché credi che sia scelta proprio la banlieue come banco di prova di queste trasformazioni?
Per sperimentare la ristrutturazione produttiva venne scelta la banlieue innanzitutto perché vi abitavano persone per lo più provenienti dalle ex-colonie, quelli che il potere considera “cittadini di serie B”; inoltre, perché fino al 1993 c’era una legge che di fatto non permetteva l’accesso scolastico libero per tutti. In pratica questa legge comportava che chi nasceva da famiglia operaia dovesse “per legge” rimanere a sua volta operaio [i famosi OS-à-vie, cioè operai comuni a vita, soprattutto immigrati nordafricani ma anche in parte autoctoni francesi NdR].
Nella banlieue pertanto abitavano “i disperati”, una classe operaia di serie B anche rispetto al resto della classe operaia francese, poco scolarizzata, e quindi con poche aspettative: un banco di prova eccezionale per testare nuove possibilità di incrementare lo sfruttamento.
Per quanto riguarda invece la sperimentazione delle nuove forme di controllo e di repressione che avrebbero accompagnato il peggioramento nelle condizioni di lavoro, la banlieue venne scelta perché si trattava di uno dei luoghi d’Europa in cui, in passato, la classe operaia aveva dato maggiormente prova della propria forza, tanto come classe operaia nel suo insieme quanto come classe operaia di origine immigrata. Il ragionamento del capitale fu: “Se riusciamo a mettere a punto dei modelli capaci di contenere la rabbia di questa nuova classe operaia della banlieue francese, saremo in grado di contenere la rabbia operaia ovunque questa dovesse insorgere in Europa”.
Nei tanti giornali che a vario titolo hanno affrontato le cause delle rivolte di questi giorni si pone l’accento sulla condizione di esclusione etnica e razziale che sarebbe la vera causa della rivolta. Secondo te il fattore razziale è veramente così centrale e determinante per comprendere cosa sta accadendo nelle banlieues, soprattutto da un punto di vista rivoluzionario?
Grazie per questa domanda che mi permette di mettere a fuoco un elemento secondo me assolutamente centrale. Partiamo dal considerare il contesto generale all’interno del quale si è infiammata la protesta, che è quello della precarizzazione diffusa delle vite della classe operaia della banlieue, la quale sta subendo i morsi di una crisi economica senza fine, strutturale e irreversibile come abbiamo già detto. In Francia la crisi ha concentrato i suoi effetti nefasti soprattutto nelle banlieues dove si raccoglie una grandissima concentrazione di classe operaia e questa è la differenza principale con i centro città.
Questa è una differenza sostanziale con l’Italia dove la divisione tra centro e periferia naturalmente esiste, come dappertutto, ma non è così marcata come in Francia dove, di fatto, tra banlieue e città osserviamo la presenza di due nazioni differenti [nazione nel senso di insieme di persone che costituiscono una categoria omogenea e che di tale unità hanno coscienza NdR]. Si tratta di una divisione spaziale nettissima in virtù della quale, al contrario che in Italia, una mescolanza di classe media e classe operaia nei medesimi territori è di fatto impossibile: un banlieusard che dovesse emergere socialmente avrebbe, come primo impulso, quello di fuggire il più rapidamente possibile dalla banlieue verso il centro città.
Solo se capiamo bene questo concetto possiamo sviluppare un ragionamento più situato riguardo l’origine di questa classe operaia che vive in periferia. Partendo da tali presupposti, e voglio essere molto chiaro in merito, dal mio punto di vista l’origine etnica di questi proletari assume un peso assolutamente secondario.
L’etnia e/o la razza (che poi le razze non esistono nemmeno essendo tutti razza umana!) sono elementi secondari perché le banlieues non sono abitate solo da francesi di origine straniera e anche quella quota di popolazione di origine immigrata che vi vive è comunque francese in quanto nata in Francia, ha fatto le scuole in Francia, lavora in Francia ed è sfruttata in Francia. Questi giovani e meno giovani sono di fatto francesi, indipendentemente dalla religione che dicono di professare e dalle origini immigrate dei loro genitori o dei loro nonni. Insomma non saremo sicuramente noi a fare nostri i discorsi reazionari sulle origini cristiane e bianche dell’Europa e della Francia!
Serve precisare, inoltre, che al contrario delle retoriche che descrivono le banlieues come “ghetti” assimilabili agli slums degli Sati Uniti, le periferie francesi – come visto durante la ricerca sul campo e come sostenuto da gran parte degli e delle intervistati/e – costituiscono un esempio eccezionale e positivo di mixité razziale ma, dall’altro lato, rappresentano dei veri e propri ghetti economici. La ghettizzazione è esclusivamente di tipo economico, non razziale.
Inoltre, c’è un’importante quota di popolazione bianca che vive in banlieue e ci vive perché assegnata a lavori precari e mal pagati, esattamente come i loro colleghi di (più o meno lontana) origine immigrata. In sintesi possiamo tranquillamente affermare che si vive in banlieue non per etnia ma perché si è poveri e assegnati a determinati tipi di lavori.
Poi sicuramente la classe operaia francese è in larga parte di origine immigrata, ma questo dato statistico non cambia il fatto che il problema sia legato al lavoro. La centralità del problema del lavoro emergeva con estrema chiarezza in tutte le interviste che sono riuscito a compiere. Il razzismo entra in campo solo come arma ideologica della borghesia. Il razzismo è una sovrastruttura messa in campo dal padronato per dividere la classe operaia al proprio interno così da alimentare la cosiddetta guerra tra poveri e aumentare la loro messa in concorrenza al ribasso. Questo è il modo in cui il problema del razzismo veniva (e viene) visto dai militanti di banlieue che ho potuto conoscere.
I militanti più impegnati sul fronte dell’immigrazione sviluppavano un discorso di classe che era molto attento a non sganciare mai il razzismo dal sistema produttivo che lo produce. Per loro non può esistere una società capitalista senza il razzismo e ne consegue direttamente – e giustamente, a mio modo di vedere – che il problema risiede nel capitalismo: senza farla finita con il capitalismo il razzismo non potrà mai scomparire.
Da tutto questo ne deriva che il discorso del colore della pelle è, per questi militanti, una questione secondaria, una mera arma della borghesia e del padronato contro la classe operaia, alla stregua della polizia che provoca e reprime, degli assistenti sociali che controllano i giovani giorno e notte, del sistema elettorale che pesca ogni tanto qualche banlieusard che ha voglia di uscire dalla merda e che è disposto a rinnegare le sue origini di abitante delle banlieues pur di ottenere un posto in un consiglio comunale o regionale. In questo modo la democrazia si autocelebra e tenta di dimostrare che stare in banlieue è questione di cattiva volontà e che: “Chi vuole uscire dalla banlieue, se lo desidera veramente, può. Se gli altri ci rimangono è colpa loro”.
Per farla breve, il colore della pelle è solo ed esclusivamente un’arma ideologica contro la classe. I militanti da me intervistati parlavano sì di razzismo, ma la loro era una teoria materialista del razzismo nel senso che il razzismo non veniva inteso come causa della marginalità, bensì quale prodotto di un più ampio sistema di dominio. Il razzismo esiste insomma perché esiste la divisione in classi della società. Questo è il concetto chiave da mettere al centro del ragionamento rispetto a tutta la retorica su colonialismo, post-colonialismo e razzismo in banlieue. Loro in effetti, da questo punto di vista, si rifacevano a Fanon, per il quale il razzismo è una conseguenza dello sfruttamento economico, non una causa. Ossia: io non sono sfruttato di più perché sono nero, ma sono nero perché sono il più sfruttato. Di fatto la condizione di appartenenza alla classe operaia rende neri anche i bianchi. Il problema del colore esiste esclusivamente in quanto questione subordinata a quella dell’appartenenza di classe.

Parlando di banlieue stiamo parlando di classe operaia, questo mi sembra l’elemento fondamentale delle tue osservazioni. Allora, da rivoluzionari e considerando che una piena coscienza di classe (o comunista o rivoluzionaria o come la vogliamo chiamare) si può sviluppare solo attraverso il contatto con i militanti politici rivoluzionari che agiscono nella classe stessa, e vedendo come di militanti rivoluzionari in circolazione ce ne siano oggi piuttosto pochi, ti chiediamo: questa appartenenza così chiara di classe induce anche qualche germe di riflessione politica nelle banlieues? Esiste un istinto di classe? Hai potuto rilevare una certa consapevolezza di appartenere ad una classe sociale con interessi opposti e inconciliabili rispetto a quelli della classe dominante?
Rispetto a questo problema, in base alla mia indagine, quello che posso dire è che io nelle banlieues ho visto la più grande, la più forte, la più solida e consapevole classe operaia d’Europa, ma all’interno di un quadro, come rilevavate anche voi, dove i/le militanti, di avanguardia o meno che fossero, erano totalmente assenti.
Chiariamoci, a chi/cosa ti riferisci quando parli di militanti politici più o meno d’avanguardia?
Naturalmente non sto parlando dei partiti politici istituzionali ma dei movimenti sociali e dei militanti politici “di città”, comunisti o anarchici che fossero. Teniamo bene a mente questa distinzione tra città e banlieue di cui ho già parlato prima perché ha una ricaduta anche attorno al discorso della militanza.
Come dicevo, c’era una pressoché totale assenza di militanti nelle banlieues. Tuttavia ho incontrato diversi “gruppi organizzati di banlieue”. Mi soffermo un attimo su questi perché hanno caratteristiche comuni e molto determinate. Si tratta per lo più di gruppi nati e cresciuti nelle periferie, attivi fin dagli anni ‘80 ma che oggi hanno subìto una vera e propria emorragia di militanza. La loro riduzione numerica è stata fortissima perché i ragazzini si orientano sempre più verso modelli – come abbiamo visto in questi giorni – di “spontaneismo puro” o nel migliore dei casi di “spontaneismo organizzato”. Pertanto i gruppi di banlieue attraversano una vera e propria “crisi di militanza” legata alla perdita della loro capacità attrattiva ma anche alla repressione eccezionale alla quale sono sottoposti, su questo aspetto magari ci torniamo dopo.
Se dalla banlieue ci spostiamo verso il centro, invece, incontriamo un’ampia fascia di militanti “di città”. Sono gli stessi che negli ultimi anni hanno animato sia il movimento dei Gilet Jeunes (GJ) che il recente movimento di lotta contro la riforma delle pensioni. Si tratta di una componente sociale che non ha nessuna presa sulle banlieues e che di conseguenza non ha, di fatto, nessuna presa sulla classe operaia francese. I movimenti dei GJ o contro la riforma delle pensioni sono stati movimenti che poco o nulla avevano a che vedere con la classe operaia e quel poco di proletariato che li attraversava era costituito dagli strati più garantiti e benestanti, che si muovevano all’interno di centrali sindacali completamente vendute.
Hai voglia di approfondire un poco il ruolo dei sindacati? Perché li definisci “venduti”?
Guarda, non si tratta di una mia percezione quanto piuttosto di un dato di realtà che potrà essere confermato da qualsiasi militante “serio”, di banlieue o di città che sia. Se tu gli chiedessi cosa pensa dei sindacati francesi ti risponderebbe la stessa cosa, che sono tali e quali a tutti i sindacati del mondo: una merda, che, in quanto sindacati, difendono solo gli interessi dei loro pochi iscritti, che fanno accordi con il governo, che cercano di sopravvivere come struttura e che non hanno nulla a che fare con il mondo del lavoro. Questo dato è dimostrato anche dal fatto che, sia dentro le manifestazioni dei GJ che nelle rivolte di questi giorni, le componenti più serie dei movimenti di città così come i “ragazzini più spontanei” hanno apertamente attaccato anche le centrali sindacali e lo hanno fatto perché le percepiscono come estranee e nemiche, perché le centrali sindacali francesi non rappresentano nulla se non loro stesse e qualche iscritto – per lo più garantito – al sindacato. Se osserviamo le rivolte di questi giorni capiamo subito che stiamo parlando di giovanissimi che non hanno partecipato al movimento per le pensioni perché il discorso della pensione non lo hanno nemmeno iniziato a mettere in piedi, giovani per i quali, soprattutto, le centrali sindacali non hanno nessun peso e nessun significato reale.
Da questo punto di vista io ritengo assolutamente rispondente a quanto ho potuto osservare il punto di vista sul sindacato del Laboratorio Internazionalista e di quella parte di Sinistra Comunista Italiana per la quale il sindacato è nel migliore dei casi, come le varie micro-sigle del sindacalismo di base, un’arma spuntata che divide la classe in tante chiesuole in competizione tra loro e la corrompe nelle logiche del “vertenzialismo” democratico e opportunista; nel peggiore dei casi, come i sindacati ufficiali, uno strumento capitalista volto al controllo e al disciplinamento della variabile forza lavoro all’interno dei processi produttivi.
Da questo punto di vista, arrivo a sostenere che movimenti come quello dei GJ o contro la riforma delle pensioni, con tutte le contraddizioni che avevano al proprio interno e sul piano ideologico, con tutto l’interclassismo che li ha contraddistinti, abbiano potuto esplodere con una forza così dirompente anche e soprattutto perché l’affiliazione sindacale in Francia, al contrario che in Italia, non raggiunge neppure il 30 per cento tra la forza lavoro.

Abbiamo subito compreso che il recente movimento contro le pensioni era attraversato da molteplici contraddizioni, una sua saldatura con le istanze delle periferie gli avrebbe dato uno slancio e una forza inediti. Perché secondo te questo non è avvenuto?
Oltre al ruolo profondamente negativo giocato dal sindacato (che non aveva nessun interesse a che il movimento si estendesse e si rafforzasse) nell’indebolire e fiaccare quell’ondata di lotta, dobbiamo ribadire con chiarezza che la classe operaia di banlieue non è stata minimamente toccata dai contenuti espressi dai movimenti di città che abbiamo elencato (GJ e pensioni). Questo non coinvolgimento ha alla sua base una serie di motivi molto concreti: a mobilitarsi nelle banlieues sono per lo più i ragazzini e molte delle riforme del lavoro contestate in Francia negli ultimi 15/20 anni non toccavano i giovani della classe operaia di periferia perché questi erano già talmente precari e sfruttati che una riforma in tal senso per loro non spostava proprio nulla. Così come non spostava nulla il movimento per le pensioni. Pensiamo solo al fatto che in Francia se anche un immigrato ha maturato sul territorio francese i contributi per andare in pensione, non può godersela rientrando nel suo paese di origine: se non trascorre in territorio francese almeno 9 mesi l’anno perde il diritto alla pensione maturata.
È una situazione paradossale. Sono milioni gli immigrati che hanno arricchito il padronato francese facendo gli operai durante i 30 gloriosi. Questi vivevano solitamente in residenze statali, di fatto catapecchie con i servizi in comune, e possono continuare a godere della pensione solo se continuano a vivere in quegli alloggi fatiscenti.
Le lotte contro la riforma delle pensioni non sono state partecipate dagli abitanti di banlieue perché questi non sono toccati da questi peggioramenti e perché già vivono nella merda più totale e angherie come la perdita della pensione le subiscono da anni. Inoltre, i banlieusards non partecipano ai movimenti “di città” perché negli ultimi 30/40 anni questi ultimi non hanno mai espresso solidarietà verso le banlieues, non c’è stato nessun riconoscimento in tal senso. I militanti di città non riconoscono le banlieues, perché le banlieues dovrebbero partecipare ai loro movimenti?
Finiamo questo aspetto più legato alle forze politiche democratiche. Cosa mi dici del rapporto tra le banlieues e i partiti istituzionali?
Direi che su questo tema non c’è da soffermarsi a lungo. Basta tornare agli ultimi decenni di storia delle banlieues per leggere una traiettoria fatta di tradimenti da parte della sinistra istituzionale verso le istanze di questa specifica popolazione. Qualunque militante organizzato di banlieue o ragazzina/o che ha partecipato alle rivolte di questi giorni nutre un odio profondo verso tutta la sinistra francese. Un odio immenso. L’origine storica di tale odio sta nel fatto che le centrali sindacali e i partiti istituzionali non hanno mai voluto occuparsi della questione dei movimenti di liberazione nazionale del periodo anni ‘50 (Algeria) per paura di rompere il fronte operaio: tanto il Partito Comunista Francese quanto i sindacati francesi non hanno sostenuto il Fronte di Liberazione Nazionale.
Se questo rifiuto di appoggiare la lotta di liberazione nazionale fosse avvenuto su di un piano di lotta di classe, di rifiuto dell’ideologia nazionalista e della costruzione di nuovi confini nazionali borghesi, sarebbe stato anche interessante e condivisibile, ma ovviamente non era questo il punto. Il loro punto di vista era semplicemente e pienamente borghese: si sono schierati dalla parte del colonialismo francese sostenendo che fosse sano e giusto. Tornando all’oggi, lo stesso Melanchon ha dato solamente un blando appoggio di facciata ai motivi della protesta, ma guardandosi bene dal mettere in discussione anche solo la legge che permette ai poliziotti di sparare a vista, come successo con Nahel [L’ex Primo ministro Cazeneve, pupillo dell’ignobile Hollande, nel 2017 fece votare la legge sul “rifiuto d’obbedire allo stop da parte delle polizie” (réfus d’ottémperer), dispositivo a sua volta manipolabile in nome del diritto alla legittima difesa delle polizie NdR].
Lo stesso discorso che facciamo per i sindacati, i partiti e l’associazionismo di sinistra possiamo comunque farlo per l’intera società civile francese. La mia ipotesi è che il sentire comune “del popolo” (se questo termine vuol dire qualcosa) verso la questione operaia in Italia sia profondamente diverso rispetto alla Francia. Oltralpe vige un vero e proprio rifiuto verso la classe operaia e ciò che la riguarda: il proletariato è qualcosa il cui lavoro è necessario per mantenere i privilegi della borghesia, ma che deve essere tenuto il più lontano possibile dalla vista, dai centri cittadini borghesi. Se nell’Italia degli anni ‘70 c’è stato un certo movimento operaio e un certo riconoscimento generalizzato della narrazione della classe operaia, in Francia no. Nel sentire del “francese medio” (ammesso che anche questo termine significhi qualcosa) la classe operaia è merda e merda deve rimanere. Il razzismo verso la classe operaia è sempre stato molto forte in Francia e il sentire comune è sempre stato completamente anti-operaio e anti-proletario, al 100%. Questo odio contro la propria classe è vivo e presente anche all’interno della classe operaia maggiormente benestante e garantita che vive in città.
Per concludere questo punto, allargando il discorso a tutti i partiti, movimenti, sindacati, associazioni francesi che si riconoscono negli ideali democratici e repubblicani, possiamo affermare senza problema che è vivo e molto forte in loro uno storico rifiuto viscerale verso tutto quello che a livello politico e sociale proviene e si muove dentro le banlieues.
Hai tratteggiato un quadro molto ampio e chiaro che speriamo possa aiutare chi ci legge a capire meglio di cosa si parla quando si tratta di Francia, banlieue e lotta di classe in quel Paese. Per avviarci verso la conclusione di questo intenso incontro vorremmo chiederti una riflessione rispetto agli elementi di continuità e/o di rottura che hai riscontrato tra le rivolte attuali e quelle che hanno infiammato la Francia nel 2005.
Vi ringrazio per la domanda perché secondo me, cari compagni/e, questo è il cuore del problema che stiamo affrontando ed è qui che si ricongiungono tutti i fili del discorso sviluppato finora. Guardando le differenze tra questo 2023 e il 2005 si può cogliere esattamente il compimento di alcuni processi che nel periodo della mia indagine etnografica (che ricordo essere il 2011/2012) vedevo in nuce e potevo solamente ipotizzare.
Partiamo dalla tesi centrale di quelli che sono i due libri che ho scritto, ossia che l’emergere di nuove condizioni di sfruttamento nelle banlieues non sia casuale: si è trattato piuttosto del tentativo, da parte del capitale, di testare sul terreno un “nuovo” modello basato su forme di lavoro del tutto precarie e prive di tutela e su modalità estreme di controllo sociale, un paradigma che di lì a poco si sarebbe imposto a livello globale.
In altri termini, la partita che il potere economico giocava in banlieue chiamava in causa, anticipandole, tanto una riorganizzazione delle forme di lavoro, che assumevano tratti di vero e proprio schiavismo quanto, conseguentemente, nuove forme di disciplinamento contro la conflittualità della nuova classe operaia che la riorganizzazione avrebbe prodotto, con lo scopo di renderla docile ed obbediente a questi nuovi processi produttivi. Questa è stata la risposta della borghesia francese alla crisi di profitto di cui la crisi del 2007 è stata causa e conseguenza.
In banlieue venivano testate sia le nuove forme di lavoro che gli effetti che queste avrebbero prodotto a livello sociale, era pertanto imprescindibile associarle alla definizione di nuovi modelli disciplinari volti a contrastare la capacità di reazione della classe. Non è un caso che, in tal senso, i cicli di rivolta di cui mi sono occupato abbiano di poco preceduto o seguito lo scoppio della crisi del 2007.
Dal fronte di classe, nel 2005 come oggi, lo sterminato proletariato di banlieue non è rimasto a guardare, ma ha provato ad agire in rivolta contro questi processi in atto, sostenuto da solidi legami di solidarietà, ben inseriti nel solco di una potente, per quanto istintiva, visione di classe dei rapporti economici e sociali, una chiara visione di classe fatta propria dalla maggioranza degli abitanti delle banlieues. Questo è un punto fondamentale da comprendere se si vuole cogliere veramente il significato della capacità di rivolta che hanno espresso in questi giorni i giovani di banlieue.
Un punto comune tra il 2005 e l’oggi è la solidarietà di classe presente nelle periferie francesi, che è un esempio a livello mondiale. Nelle banlieues vive una sterminata classe sociale riconducibile senza esitazioni alla classe operaia metropolitana. Questi proletari sono impiegati in lavori precari e malpagati e, nella loro componente giovanile più attiva nelle rivolte, sono muniti di uno straordinario istinto di classe. Questo vuol dire che sebbene non abbiano chiaro un programma rivoluzionario da perseguire, sono comunque pienamente consapevoli di appartenere al gradino più basso della società e sanno anche individuare molto chiaramente i responsabili di questa loro condizione.
Il tentativo che portano avanti i/le militanti più coscienti e organizzati/e di banlieue consiste nella volontà di fornire gli strumenti politici necessari affinché i/le giovani acquisiscano consapevolezza della necessità di poter modificare la propria condizione non solo attraverso rivolte circoscritte, ma anche e sopratutto attraverso un lavoro politico di lunga durata. In altri termini per questi militanti, o almeno per i più avanzati tra loro, quello che occorre è un passaggio dall’istinto di classe ad una piena coscienza politica di classe.
Quello che a me personalmente ha sempre colpito molto delle banlieues e che continua a costituire una delle molle che, ieri come oggi, spinge all’azione in questi territori, è la capacità degli abitanti di tessere legami di solidarietà sulla base di questa chiara e comune appartenenza di classe. Le rivolte del 2005 come le attuali hanno visto una partecipazione estesa, ma anche una condivisione altrettanto estesa. E questo nonostante sullo sfondo ci fossero, oggi molto più di ieri, un controllo poliziesco e sociale dai tratti distopici.

L’istinto di classe di cui parli è un fattore che in Italia sembra scomparso. Quali sono, secondo te, le ragioni materiali che nutrono questo “chiaro e comune sentire condiviso” nelle banlieues?
Questi legami di solidarietà di classe prendono corpo, da un lato, dalle umiliazioni che i banlieusards subiscono quotidianamente prima a scuola e poi sul lavoro, nelle relazioni con la polizia e con le istituzioni in generale, ma anche – e questa è una peculiarità francese – dalla trasmissione della memoria delle lotte. Le banlieues francesi hanno una lunga storia di lotte e resistenze agite dalla classe operaia tanto nella sua componente di origine immigrata quanto da quella di origine francese ma relegata in periferia. Dalle lotte anti-coloniali, ai conflitti per il lavoro e la casa, fino alle battaglie più legate all’immigrazione, un’istintiva coscienza di classe si è trasmessa nel corso del tempo, ed emerge ancora oggi vivida e forte. Nel libro uso l’immagine dei “racconti che girano in banlieue”, sono racconti orali che rendono conto della capacità degli abitanti di costruire un orizzonte comune attraverso il richiamo ad un passato di lotte e ad un presente di sfruttamento.
Questo il quadro generale che è emerso dalla mia ricerca, quello di una classe operaia di periferia ben distinta territorialmente e come appartenenza rispetto al centro cittadino, che ha anche una capacità di riconoscersi e di agire come classe. Una classe capace di riconoscersi perché vive sulla propria pelle tutte le schifezze dello sfruttamento, perché sperimenta ogni giorno il peggioramento costante delle proprie condizioni di vita e che è investita da tutto l’apparato ideologico, di controllo e repressione messo in atto dallo Stato attraverso la polizia e gli assistenti sociali, nelle scuole di merda in cui è costretta ad andare, attraverso i lavori precari e mal pagati che è costretta a svolgere, fino alla piccola delinquenza alla quale deve a volte attingere.
Le rivolte maggiori di cui abbiamo parlato (2005/2007/2023) non sono che la punta dell’iceberg delle continue e cicliche rivolte “minori”, focolai, micro-rivolte che toccano continuamente le banlieues, soprattutto a Parigi e Lione.
Per tornare al discorso principale, questa classe operaia di cui io ho tentato di definire i contorni è ben distinta dalla classe media (piccoli imprenditori, professionisti, intellettuali, bottegai e operai particolarmente garantiti e benestanti) che vive in città, ma anche la porzione minoritaria di proletariato che vive in città è comunque munita di un istinto di classe molto più spiccato di quello che potremmo trovare in Italia.
In Italia un operaio “medio” (sempre inteso in senso lato) ha le idee molto più confuse rispetto ad un suo omologo francese riguardo le condizioni che vive, su chi ne siano i responsabili, etc.
Per questi giovani operai francesi l’unico modo di ribellarsi contro tutto questo sfruttamento, controllo e repressione sono appunto le rivolte, è attraverso di esse che i banlieusards cercano di dire basta alla condizione di sfruttati e repressi che vivono quotidianamente. Tutto questo si manifesta in termini di rivolta “semi-insurrezionale” anche per l’assenza di un lavoro politico nei territori delle banlieues da parte di quelle che dovrebbero essere le avanguardie politiche organizzate.
Negli abitanti di banlieue è assente una qualunque connessione con i movimenti di città e questo, ancora, per una questione prevalentemente di appartenenza di classe. Manca qualunque riferimento ai partiti della sinistra e ai sindacati istituzionali, che, anzi, come abbiamo visto, odiano.
In alcune frange dei movimenti di città esiste una prospettiva di classe che rimane comunque innestata in condizioni di vita che ancora oggi restano privilegiate.
Poi ci sono i movimenti politici di banlieue che hanno sicuramente una visione di classe molto più chiara ma che, come abbiamo detto, da molti anni sono entrati in crisi sia a causa di una perdita costante di militanti, sia per il fatto che i giovani non si riconoscono più neanche in queste organizzazioni perché hanno visto i fallimenti a cui sono andate incontro nonostante tutta la generosità che hanno espresso.
I giovani di banlieue sono entrati nell’ottica che l’unico modo per portare al centro dell’attenzione le loro rivendicazioni, che sono totalmente politiche perché sempre legate in primo luogo al lavoro, è attraverso le rivolte, anche perché un’avanguardia politica capace, insieme a loro, di inquadrare politicamente questi problemi, come detto, è totalmente assente.
Fin qui ci sembra tu abbia trattato soprattutto gli elementi di continuità tra il 2005 e il 2023. Cosa ci dici invece delle differenze?
Rispetto al 2005 in questi giorni si sono manifestate delle differenze di non poco conto, differenze che vanno sempre nella direzione dell’estremizzazione di quei processi che ho rilevato durante la ricerca, nel 2011 e 2012. Si tratta di un’estremizzazione che può farci cogliere in maniera lampante lo stato di putrefazione in cui versa il sistema capitalista nella metropoli.
All’indomani delle rivolte ho intervistato due compagne e un compagno di Lione, Marsiglia e Parigi. Il quadro che ne emerge è, a mio modo di vedere, chiarissimo.
Come ho già detto, la tesi centrale che emergeva dalle mie ricerche era che in banlieue si fossero testate nuove forme di sfruttamento e nuove forme di disciplinamento legate alla nuova fase di crisi economica in cui aveva cominciato ad affondare il capitalismo. Nei 10 anni che sono trascorsi questo solco che io avevo individuato si è approfondito sotto tutti i punti di vista, estremizzandosi in maniera paurosa.
Il peggioramento delle condizioni di lavoro è arrivato a livelli indescrivibili e questo ha portato ad un ulteriore proletarizzazione e sotto proletarizzazione di quello spicchio di classe media che già era stata costretta a trasferirsi in banlieue. Si è trattato di un complessivo e sostanziale scivolamento verso il basso di tutti quei settori di ceto medio e operaio “garantito” che vivono in banlieue.
Se tempo fa un salario pieno accompagnato da uno part-time erano una condizione sufficiente per vivere, ora non lo sono più. I salari non sono aumentati e chi svolge lavori precari ha visto aumentare i prezzi, i carichi di lavoro e il suo sfruttamento, ma non la retribuzione. I processi di impoverimento si sono assolutamente aggravati. Questo ha indotto, dal punto di vista del capitale, ad un aumento impressionante del controllo e della repressione.
Due dati soltanto: il primo è che la Senna-Saint-Denis (il dipartimento della regione francese dell’Île-de-France che comprende l’area parigina) ha conosciuto il più alto tasso di morti per covid del mondo – fatte le tare con i Paesi non in grado di rilevare seriamente i dati. Questo sia perché l’accesso alla sanità è di fatto inibito ai lavoratori poveri, sia perché questi stessi lavoratori poveri per la gran parte vivono ammassati in alloggi microscopici. La media è di 6 abitanti per trenta metri quadrati; il secondo riguarda il numero di morti collegate all’operato delle forze dell’ordine: 44 solo negli ultimi 24 mesi.
Il maggiore sfruttamento ha implicato l’innalzamento dei modelli repressivi, come abbiamo potuto constatare con chiarezza in queste rivolte: nel 2005 ci furono 23 giorni di rivolta e vennero messi in campo al massimo 11.500 poliziotti al giorno, questa volta ci sono stati 5 giorni di rivolta e i poliziotti mobilitati sono stati, al loro massimo, 45.000 al giorno, più l’esercito. Si tratta di un livello repressivo altissimo, praticamente uno stato di assedio!
Anche a causa di questa risposta violentissima da parte dello stato le rivolte, dopo 5 giorni, si sono fondamentalmente affievolite: Macron ha affrontato la situazione esattamente come se fosse una guerra civile.
Per enucleare alcune delle differenze rispetto al 2005 possiamo dire: 1) peggioramento delle condizioni economiche; 2) conseguente aumento del livello repressivo sia durante le rivolte che in generale; 3) livello di esasperazione e radicalità della classe operaia molto più elevato, e questa per me è una buona notizia.
Rispetto all’ultimo punto le differenze con il 2005 sono notevoli. C’è stato un maggiore livello di accettazione del rischio, come a dire: “viviamo talmente tanto nella merda che non abbiamo più nulla da perdere” e dal mio punto di vista questo evidenzia un rafforzamento di quell’istintiva coscienza di classe di cui ho parlato prima. Nel 2005 in 21 giorni vennero danneggiati una ventina commissariati di polizia, oggi in soli 5 giorni siamo arrivati attorno al centinaio. Nel 2005 vennero bruciate e danneggiate le agenzie interinali, molte macchine di capetti e padroncini e qualche fabbrica e concessionaria Renault, questa volta c’è stato un salto fortissimo, il numero di beni pubblici incendiati e danneggiati è immenso, sono stati incendiati i comuni (almeno 13 di piccole e medie banlieue), cosa che nel 2005 non era successa: questo significa che si è toccato in maniera potente il sistema istituzionale, non a chiacchiere. In terzo luogo sono state distrutte delle centrali legate al sistema di sfruttamento come il Ministero delle Finanze e le sue diramazioni locali. Nella sede centrale le fiamme sono state spente, ma quelli periferici sono andati distrutti. Per me questo è un salto in avanti importante nella radicalità dell’istinto di classe di questi rivoltosi, perché gli obiettivi sembrano essere stati scelti molto meno a caso: i commissariati, i comuni, tutto quello che è legato al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Si è assistito inoltre ai saccheggi dei centri commerciali e delle marche di lusso, luoghi sempre risparmiati nelle precedenti rivolte.
Per chiudere questo punto, le differenze rispetto al 2005 mi sembrano notevoli soprattutto per quel che riguarda l’escalation della rivolta e l’approfondimento dei passaggi che, ai tempi della mia ricerca, io avevo visto solo in nuce, ossia: l’intensificazione dello sfruttamento e l’impoverimento, che sono stati portati dalla grave crisi che investe il sistema capitalista e che fa da sfondo a tutta questa nostra narrazione, il controllo sociale che aumenta per controllare un’inquietudine sociale che cresce in una classe che è disposta a rischiare molto di più rispetto al 2005.
Assistiamo inoltre, e questa è un ’altra differenza, a una fascistizzazione sempre più marcata (quella che voi chiamate tendenza autoritaria dello Stato) del sistema istituzionale francese. Macron è un fascista, i suoi ministri sono ancora più fascisti. Assistiamo più in generale a uno spostamento dell’arco istituzionale verso l’estrema destra. Una parte dei macroniani alle prossime elezioni si alleerà con Le Pen, e probabilmente vinceranno.
La fascistizzazione del sistema istituzionale (o tendenza a forme di dominio sempre più autoritarie) è una diretta conseguenza della crisi economica e si esprime nell’aumento micidiale dell’armamentario repressivo da utilizzare alla bisogna sia per calmare le rivolte che assumono un taglio insurrezionale, sia per disciplinare la classe operaia nella sua vita di tutti i giorni.
Oggi agiscono dei dispositivi legali di repressione allucinanti e impensabili fino
a non molto tempo fa. Un esempio su tutti, oltre allo sbalorditivo dispiegamento di forze repressive più che triplo rispetto al 2005: oggi, ogni volta che viene arrestato un rivoltoso che ha meno di 18 anni, vengono direttamente incriminati anche i genitori, un modo molto potente per spezzare la solidarietà nelle periferie.
In questo contesto iper-repressivo lo stato ha messo in campo tutto l’armamentario possibile e immaginabile, compresi i fascisti, e anche questa è una novità. A differenza del 2005 ha avuto libero sfogo la volontà di dare carta bianca ai gruppi di estrema destra organizzati al fine di bloccare la rivolta, fomentare l’odio razziale e favorire una “guerra tra poveri”. Alcune piazze di città come Nanterre, Lione, Angers sono praticamente cadute in mano all’estrema destra i cui militanti, con il beneplacito delle forze dell’ordine, si presentavano in piazza armati di mazze e spranghe per massacrare i ragazzini di periferia [candidamente il Corriere mostrava un video di Nanterre nel quale gli “ultrà buoni” proteggevano i negozi del centro dai rivoltosi, peccato che in realtà nel video ad affrontare i banlieusards con le mazze da baseball alla mano fossero i neo-nazisti NdR].
La reazione rappresentata dall’estrema destra è un fattore di novità da non sottovalutare ed esprime con chiarezza come, in questa fase storica come non mai, tra classe operaia e borghesia al potere non ci sia nulla da mediare.

Un’ultima cosa: in quanto comunisti riteniamo che l’unità della classe sia un punto di forza fondamentale. È possibile secondo te un riavvicinamento tra i movimenti di città e quelli di banlieue? In che termini?
Sicuramente un ravvicinamento c’è stato. La manifestazione più imponente, la marcia bianca di Nanterre di sabato scorso [1 luglio NdR], era assolutamente partecipata anche dai movimenti bianchi e di città e questo è un segnale dell’esasperazione di tutti quei processi che abbiamo fin qui delineato. Con l’acuirsi della crisi, il generalizzarsi della spinta verso il basso delle condizioni sociali ha coinvolto molte frazioni di città. A differenza di 10 anni fa, oggi hai francesi di 18/20/25 anni (la generazione successiva a quella con cui sono entrato in contatto nel 2011 e 2012) che dentro le mura cittadine iniziano a vivere condizioni di esasperazione economica che non sono differenti da quelle che si vivono in banlieue.
C’è un riavvicinamento che se non è ancora politico (rimangono 30-40 anni di conti irrisolti) si manifesta almeno nelle condizioni economiche, è questa la determinazione materiale che ha spinto a una certa partecipazione dei bianchi di città a queste rivolte; inoltre, e questa è un’altra differenza molto importante, le rivolte hanno toccato città e cittadine che nel 2005 erano rimaste immuni. Nel 2005 le condizioni economiche di queste cittadine non erano tali da far emergere una rabbia così forte. Pensiamo a Strasburgo, che è stata devastata ed è una delle città dove è stato messo a fuoco il comune. Nel 2005 non era stata toccata perché vi abitava una vastissima classe media nonché una classe operaia garantita e benestante: tutto questo oggi non c’è più.
Un’altra città che ha visto un peggioramento enorme per importanti fasce della popolazione è stata Nizza, anch’essa risparmiata nel 2005. L’ampliarsi della crisi spiega in definitiva un certo ravvicinamento con i movimenti di città: negli ultimi 10/15 anni una fascia ampia di militanti “di movimento” è stata spinta nello stesso cono d’ombra dei banlieusards, a svolgere i medesimi lavori precari, mal pagati, schiavizzati… questa fascia di popolazione di città prima non era toccata dalla crisi, oggi sì. Prima si trattava al massimo di precari che magari non riuscivano a realizzarsi professionalmente ma che non avevano veri e propri problemi economici, che avevano una rete familiare, che si muovevano in un mercato del lavoro più “aperto”. Oggi tutto questo sta tramontando rapidamente.
Il riavvicinamento con i movimenti di città è un riavvicinamento materiale nella comune condizione di classe sfruttata, ma nonostante questo un riavvicinamento politico non è ancora all’ordine del giorno. Nei movimenti di città dovrebbe nascere la tendenza ad organizzarsi politicamente verso le periferie, un passaggio decisivo per far sì che la rabbia delle banlieues veda accompagnarsi alle giuste insurrezioni altri repertori d’azione e organizzativi di lunga durata.
Oggi la medesima reazione che un tempo coinvolgeva solo le banlieue si sta rivolgendo anche contro le città. Durante le rivolte sono stati feriti gravemente e arrestati molti giovani francesi de souche. La repressione non è più riservata alle sole banlieues ma è stata violentissima sia verso i GJ che verso il movimento contro la riforma delle pensioni. Il movimento “Soulèvements de la Terre” ha visto un compagno rimanere a lungo in coma perché colpito alla testa da una granata esplosiva e successivamente il movimento stesso è stato sciolto coattamente.
Insomma, la crisi conduce a un riavvicinamento nelle condizioni di sfruttamento che porta a sua volta ad un riavvicinamento nella comune istintività di classe e a un riavvicinamento nelle pratiche repressive con le quali bisogna fare i conti. Quest’ultimo punto è quello che maggiormente ha creato una piccola saldatura nel corso degli ultimi anni perché i banlieusards hanno riconosciuto ai movimenti di città, da un lato, una radicalizzazione delle pratiche e, dall’altro, il fatto che vadano incontro a processi di repressione non dissimili da quelli che da sempre investono le banlieues, e tutto questo merita rispetto. Una delle critiche che i militanti di banlieue muovevano a quelli di città è che fossero dei privilegiati, molto bravi a parole ma poco disposti al rischio proprio perché privilegiati dentro questo sistema.
Il vento in tal senso è sicuramente cambiato.

Atanasio, ti ringraziamo veramente per il tuo sforzo chiarificatore e per il tuo contributo alla messa a punto di elementi fondamentali per chiunque guardi il mondo dal punto di vista della necessità della prospettiva rivoluzionaria. Hai fornito moltissimi elementi utili e, salutandoci, il migliore auspicio che possiamo fare a te, a noi e alla nostra classe tutta è di rivederci presto per commentare ulteriori evoluzioni nel dispiegarsi della lotta della classe operaia contro il capitale e, magari, anche nella capacità delle avanguardie rivoluzionarie di organizzarsi, agire ed orientare in senso anticapitalista le future espressioni della lotta di classe.


Una replica a “La rivolta delle banlieues, un’intervista ad Atanasio Bugliari Goggia.”
[…] Parlando di periferie ci torna in mente l’intervento di Atanasio che porta Fanon nelle banlieue francesi: “Il razzismo è una conseguenza dello sfruttamento economico, non una causa. Ossia: io non sono sfruttato di più perché sono nero, ma sono nero perché sono il più sfruttato. Di fatto la condizione di appartenenza alla classe operaia rende neri anche i bianchi. Il problema del colore esiste esclusivamente in quanto questione subordinata a quella dell’appartenenza di classe.” [https://interlab.blog/2023/07/09/la-rivolta-delle-banlieues-unintervista-ad-atanasio-bugliari-goggia] […]
"Mi piace""Mi piace"