Authoritarian Trends: Reflections on “Remigration”

Introduzione
Di recente sono state organizzate manifestazioni e banchetti per la raccolta firme in varie città italiane, con a seguito una consistente campagna mediatica e propagandistica dalla destra radicale, culminata nella divulgazione del celebre libro del neofascista austriaco Martin Sellner dal titolo “Remigrazione: una proposta” promosso come supplemento dal settimanale Panorama.
Cos’è davvero la remigrazione? Cerchiamo di fare un’analisi che vada ad indagare prima gli aspetti ideologici, per interrogarci poi sul suo reale significato nella società capitalista odierna.
Remigrazione e destra radicale
“Remigrazione” è un termine che in origine indicava il ritorno volontario dei migranti nel proprio Paese d’origine. Oggi viene utilizzato per descrivere politiche di rimpatrio forzate o indotte – questo cambia poco nella sostanza – sia di persone immigrate che dei loro discendenti: ci troviamo dinnanzi a un eufemismo che attenua nella forma l’idea di espulsione o deportazione di massa tanto cara agli estremisti di destra che ne sono i promotori.
Seppur sul piano del dibattito pubblico vogliano lasciare intendere la messa in atto di misure democraticamente volte ad implementare il rimpatrio volontario e incentivato degli immigrati, le esperienze a cui guarda e che propaganda l’estremismo di destra sono quelle degli USA, che assolda i razzisti militanti – con poca selezione e addestramento – nelle bande dell’ICE, strizzando l’occhio ai concetti di “pulizia etnica” e “purezza della razza”.
I riferimenti “teorici” sono allo Stato völkisch (etnico, nazionale e tradizionale) della visione nazista, nel quale si fondavano alcuni elementi molto specifici come la centralità della razza quale criterio politico e giuridico, l’idea di comunità nazionale omogenea biologicamente e l’esclusione sistematica (e poi persecuzione violenta) di gruppi considerati “non appartenenti”.
Quando parlano di rimpatrio anche per persone integrate o nate nel Paese e quando il criterio implicito diventa l’“origine” più che lo status giuridico, si introduce una logica che può avvicinarsi a una concezione etnico-culturale della nazione, che storicamente è stata centrale nel pensiero nazista.
Se consideriamo la tattica di sdoganamento che da sempre contraddistingue la destra radicale nel perseguire le proprie battaglie in termini politici e se leggiamo tra le righe, la differenza è solo di forma e non affatto di sostanza.
La proposta di legge di iniziativa popolare
A gennaio scorso la Lega ha cercato di presentare alla Camera la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dai responsabili del Comitato Remigrazione e Riconquista: Luca Marsella (CasaPound Italia), Ivan Sogari (Veneto Fronte Skinheads) e Jacopo Massetti (Brescia ai Bresciani). La proposta include sia rimpatri volontari incentivati sia misure più coercitive come restrizione degli ingressi e ridefinizione delle “priorità” nazionali: l’obiettivo dichiarato è ridurre la presenza straniera in Italia.
Il cuore della proposta è l’istituzione di un Programma Nazionale di Remigrazione, che prevede due livelli principali. Prima il rimpatrio volontario incentivato: cittadini stranieri (anche regolarmente presenti) potrebbero ricevere sostegni economici, formazione e assistenza per rientrare nei Paesi d’origine, tramite un “patto” che comporta la rinuncia al diritto di soggiorno in Italia. Poi le forme di rimpatrio forzato o espulsione, con procedure accelerate soprattutto per persone irregolari o condannate per reati.
Accanto a questi due pilastri centrale, il testo introduce una serie di misure collegate:
– rafforzamento del controllo dei flussi migratori e abolizione o forte limitazione dei canali legali di ingresso (come il decreto flussi);
– limitazioni al ricongiungimento familiare;
– stop o restrizioni alle ONG coinvolte nei soccorsi ai migranti;
– confisca dei beni a chi sfrutta l’immigrazione irregolare;
– introduzione di un fondo per la remigrazione e incentivi per il rientro di discendenti di italiani;
– priorità nell’accesso a welfare e servizi per cittadini italiani o stranieri regolari.
La questione fondamentale della “centralità degli interessi degli italiani” a cui si appellano è appunto la centralità della contrapposizione tra lavoratori italiani e immigrati anche nella distribuzione e spartizione del residuo Welfare, nell’occupazione dei posti lavorativi oggi assegnati ai lavoratori migranti sottopagati, nella crisi di quegli strati parassitari che vedono nello straniero una minaccia alla propria condizione. Se l’insicurezza sociale è condizione di tutti, le politiche di “remigrazione” contro il “barbaro” immigrato trovano la loro impalcatura di sostegno in quelle politiche securitarie che identificano il nemico nello “straniero”, nel povero, ecc. Chi era super sfruttato fino a ieri oggi è bandito quale sovrappiù e possibile elemento di profonda instabilità sociale. In questo senso le politiche della destra radicale si accompagnano alla spinta degli Stati a gestire le contraddizioni economiche e sociali secondo le necessità del capitale, fomentando odio e divisioni nella classe.
Remigrazione e capitale
La proposta di “remigrazione”, pur trovando i suoi sponsor negli ambienti della destra radicale, in realtà matura come espressione politica di una tendenza generalizzata che si va strutturando e materializzando in quasi tutti i paesi capitalisti che hanno alti tassi di immigrazione. Se gli statunitensi sono stati all’avanguardia nella persecuzione dei lavoratori latinos e stranieri in generale, paesi come l’Iran perseguitano ed espellono con le buone e con le cattive i numerosi lavoratori afgani e beluchi che in quel paese avevano trovato accoglienza e lavoro, senza citare il trattamento riservato dagli arabi in Israele. In tutti questi casi siamo nelle fasce più basse della forza lavoro, iper sfruttati e in condizioni miserrime. L’azione della destra radicale canalizza e da voce politica alla concorrenza e alla frammentazione indotta dalla svalorizzazione della forza lavoro, che tocca ogni ambito delle classi subordinate, trasformando la frammentazione oggettiva della classe in contrapposizione politica. Si sfrutta il peggioramento generalizzato delle condizioni di vita proletarie, che tocca tutti italiani e migranti, mettendole in contrapposizione le une con le altre, anche nella prospettiva delle massicce ondate di licenziamenti che potrebbero derivare qualora l’introduzione dell’IA divenisse massiva negli ambiti della produzione e distribuzione.
Tanto più precari ricattabili sono i lavoratori immigrati tanto più il loro salario e condizioni di vita si abbassano. In questo modo i lavoratori italiani sono messi in concorrenza, al ribasso, con settori di forza lavoro immigrata, costretta ad accettare situazioni occupazionali sempre peggiori.
La così detta volontà popolare
La proposta di legge di iniziativa popolare entra in gioco su questo punto: legittimare come volontà della massa un sentimento di intolleranza verso chi è considerato non appartenente alla comunità secondo i parametri convenzionali della nazionalità, ma anche di cultura, tradizioni, religione, storia.
La propaganda pomposa che si situa dietro al tema parla di una “incredibile partecipazione” popolare alla raccolta firme ai banchetti che periodicamente vengono organizzati in molte città italiane (oltre 60 secondo i promotori) e iniziative pubbliche documentate in centri come Roma, Torino e Perugia, affiancate da una forte componente digitale che ha contribuito in modo decisivo al raggiungimento delle firme necessarie.
La proposta ha superato rapidamente il quorum minimo di 50.000 firme, arrivando nel giro di poche settimane a oltre 100.000 sottoscrizioni, con cifre che – secondo i promotori – si avvicinano o superano le 150.000 firme complessive. Ovviamente i promotori non sono fonti indipendenti, quindi è corretto considerarle come stime dichiarate, tutte da verificare.
La cosa preoccupante è che se fosse confermata questa tendenza ciò evidenzierebbe una certa tendenza razzista che va ad affermarsi. Si tratta di un sentimento che, per quanto deprecabile, è reale. Noi ne evidenziamo la causa che risiede nella logica borghese del divide et impera, vecchia come il mondo, della guerra orizzontale molto più facile da esercitare rispetto a quella verticale contro il potere che crea le condizioni del malessere sociale: da che mondo è mondo, prendersela con gli ultimi è più gratificante per le proprie frustrazioni in termini contingenti che attaccare il vero nemico che sta a monte.
Internazionalismo e remigrazione
Se la remigrazione punta, con la sua natura reazionaria, a controvertere un processo naturale come l’emigrazione umana – per quanto possano incidere altri fattori ad accelerarne i processi – e a “preservare” l’identità bianca europea per non “alterarne” cultura, tradizioni e – diciamo pure per esplicito ciò che i nostri tacciono volutamente – i parametri biologici e razziali, noi da sempre anteponiamo la nostra concezione materialistica della storia e del mondo, rivoluzionaria, l’unica in grado di poter cambiare veramente quest’ultimo: l’internazionalismo proletario.
La questione, il nocciolo del problema non risiede, almeno in ultima istanza, nelle categorie sovrastrutturali di cultura e tradizioni, perché per quanto esse possano aver inciso nella nostra storia e nelle nostre vite rimangono in mano a chi detiene i mezzi di produzione, la borghesia, la quale impone la propria educazione, la propria visione del mondo, la propria cultura: lo Stato borghese è il migliore involucro per l’esercizio di ciò.
Occorre discernere: un operaio che vive in una comunità “omogenea” culturalmente o biologicamente come vorrebbe la remigrazione rimarrebbe ad ogni modo uno sfruttato ed un oppresso, la questione è sempre di classe, mai nazionale o identitaria.
Per questo noi Internazionalisti ci sforziamo ogni giorno nel portare avanti la causa di tutta l’umanità e non di una parte di essa: gli sfruttati sono tali ovunque, a prescindere dalla loro provenienza, religione o altre categorie ideologiche sovrastrutturali: lavorare ad una soluzione delle contraddizioni del capitali significa muoversi nella prospettiva del suo superamento rivoluzionario.
Conclusioni
Per questo invitiamo a superare l’educazione borghese e non rimanerci dentro, superando la struttura stessa: il capitalismo.
Questo può essere possibile solo costruendo solidarietà tra gli sfruttati, partendo dal sostenere le battaglie economiche contingenti di tutti i giorni, ma avendo una prospettiva futura nel superamento del capitalismo, ciò possibile tramite l’edificazione del partito comunista rivoluzionario, l’unico strumento politico che lavoratori e proletari hanno come arma a difesa dei propri interessi di classe.
Non è una ricetta pronta, uscita da chissà quale grimorio: è la strada. Non ci sono mezze misure.
Here is the complete translation of the text into English, maintaining the original structure and content without omissions or summaries.
Authoritarian Trends: Reflections on “Remigration”
Introduction
Recently, demonstrations and signature-collection stalls have been organized in various Italian cities, accompanied by a substantial media and propaganda campaign by the radical right. This culminated in the distribution of the famous book by Austrian neo-fascist Martin Sellner, titled “Remigration: A Proposal,” promoted as a supplement by the weekly magazine Panorama.
What is remigration, truly? Let us attempt an analysis that first investigates the ideological aspects, and then questions its real meaning within today’s capitalist society.
Remigration and the Radical Right
“Remigration” is a term that originally indicated the voluntary return of migrants to their country of origin. Today, it is used to describe forced or induced repatriation policies—which changes little in substance—targeting both immigrants and their descendants. We find ourselves before a euphemism that formally softens the idea of mass expulsion or deportation so dear to the right-wing extremists who promote it.
Although they wish to imply in public debate the implementation of democratic measures aimed at incentivizing voluntary repatriation, the experiences right-wing extremism looks to and propagates are those of the USA. There, the state enlists militant racists—with little selection or training—into ICE gangs, nodding toward concepts of “ethnic cleansing” and “racial purity.”
The “theoretical” references point to the völkisch state (ethnic, national, and traditional) of the Nazi vision, which was founded on specific elements: the centrality of race as a political and legal criterion, the idea of a biologically homogeneous national community, and the systematic exclusion (and subsequent violent persecution) of groups considered “non-belonging.”
When they speak of repatriation even for integrated people or those born in the country, and when the implicit criterion becomes “origin” rather than legal status, a logic is introduced that approaches an ethno-cultural conception of the nation—a concept that was historically central to Nazi thought.
If we consider the “normalization” tactics that have always characterized the radical right in pursuing its political battles, and if we read between the lines, the difference is only in form, not in substance.
The Popular Initiative Bill
Last January, the Lega (League) attempted to present a popular initiative bill to the Chamber of Deputies, promoted by the heads of the Comitato Remigrazione e Riconquista (Remigration and Reconquest Committee): Luca Marsella (CasaPound Italia), Ivan Sogari (Veneto Fronte Skinheads), and Jacopo Massetti (Brescia ai Bresciani). The proposal includes both incentivized voluntary repatriations and more coercive measures, such as entry restrictions and the redefinition of national “priorities”: the declared goal is to reduce the foreign presence in Italy.
The heart of the proposal is the establishment of a National Remigration Program, which involves two main levels. First, incentivized voluntary repatriation: foreign citizens (including those legally present) could receive economic support, training, and assistance to return to their countries of origin through a “pact” involving the renunciation of the right to reside in Italy. Second, forms of forced repatriation or expulsion, with accelerated procedures especially for undocumented persons or those convicted of crimes.
Alongside these two central pillars, the text introduces a series of linked measures:
- Strengthening the control of migratory flows and the abolition or severe limitation of legal entry channels (such as the decreto flussi);
- Limitations on family reunification;
- A halt or restrictions on NGOs involved in migrant rescues;
- Confiscation of assets from those who exploit irregular immigration;
- Introduction of a remigration fund and incentives for the return of descendants of Italians;
- Priority in access to welfare and services for Italian citizens or legal foreign residents.
The fundamental issue of the “centrality of Italian interests” to which they appeal is precisely the centrality of the opposition between Italian and immigrant workers—even in the distribution of residual Welfare, in the filling of jobs currently assigned to underpaid migrant workers, and in the crisis of those parasitic layers that see the foreigner as a threat to their own condition. If social insecurity is a condition shared by all, “remigration” policies against the “barbaric” immigrant find their support structure in those security policies that identify the enemy as the “foreigner,” the poor, etc. Those who were hyper-exploited until yesterday are now banished as a surplus and a possible element of profound social instability. In this sense, radical right policies accompany the drive of States to manage economic and social contradictions according to the needs of capital, fomenting hatred and divisions within the class.
Remigration and Capital
The “remigration” proposal, while finding its sponsors in radical right circles, actually matures as the political expression of a generalized trend that is being structured and materialized in almost all capitalist countries with high immigration rates. If the Americans have been at the forefront of the persecution of Latino workers and foreigners in general, countries like Iran persecute and expel—by hook or by crook—the numerous Afghan and Balochi workers who had found refuge and work there, not to mention the treatment reserved for Arabs in Israel. In all these cases, we are dealing with the lowest brackets of the workforce, hyper-exploited and in miserable conditions.
The action of the radical right channels and gives a political voice to the competition and fragmentation induced by the devaluation of labor power, which touches every sphere of the subordinate classes, transforming the objective fragmentation of the class into political opposition. It exploits the generalized worsening of proletarian living conditions—which affects everyone, Italians and migrants alike—pitting them against each other, also in view of the massive waves of layoffs that could follow if the introduction of AI becomes massive in the fields of production and distribution.
The more precarious and blackmailable immigrant workers are, the lower their wages and living conditions sink. In this way, Italian workers are put into a downward competition with sectors of the immigrant workforce forced to accept increasingly worse employment situations.
The So-Called “Popular Will”
The popular initiative bill comes into play at this point: to legitimize a sentiment of intolerance toward those considered not belonging to the community as the “will of the masses,” according to conventional parameters of nationality, but also culture, tradition, religion, and history.
The pompous propaganda behind the theme speaks of an “incredible popular participation” in the signature collection at stalls periodically organized in many Italian cities (over 60 according to the promoters) and documented public initiatives in centers like Rome, Turin, and Perugia, flanked by a strong digital component that contributed decisively to reaching the necessary signatures.
The proposal quickly exceeded the minimum quorum of 50,000 signatures, reaching over 100,000 within a few weeks, with figures that—according to the promoters—approach or exceed 150,000 total signatures. Obviously, the promoters are not independent sources, so it is correct to consider these as declared estimates, all of which remain to be verified.
The worrying thing is that if this trend were confirmed, it would highlight a certain racist tendency becoming established. It is a sentiment that, however deplorable, is real. We highlight its cause, which lies in the bourgeois logic of divide et impera (divide and rule)—as old as the world—of horizontal warfare, which is much easier to exercise than vertical warfare against the power that creates the conditions of social malaise. Since time began, taking it out on the least among us is more gratifying for one’s own frustrations in the short term than attacking the true enemy at the source.
Internationalism and Remigration
While remigration aims, with its reactionary nature, to subvert a natural process like human migration—regardless of how much other factors may accelerate it—and to “preserve” a white European identity so as not to “alter” culture, traditions, and (let us state explicitly what our opponents deliberately hide) biological and racial parameters, we have always countered with our materialistic, revolutionary conception of history and the world—the only one truly capable of changing it: proletarian internationalism.
The issue, the core of the problem, does not lie—at least in the final instance—in the superstructural categories of culture and tradition. However much they may have influenced our history and our lives, they remain in the hands of those who own the means of production: the bourgeoisie, which imposes its own education, its own worldview, its own culture. The bourgeois State is the best vessel for the exercise of this.
One must discern: a worker living in a community that is “homogeneous” culturally or biologically, as remigration would have it, would still remain exploited and oppressed. The issue is always one of class, never of nationality or identity.
For this reason, we Internationalists strive every day to carry forward the cause of all humanity and not just a part of it. The exploited are exploited everywhere, regardless of their origin, religion, or other superstructural ideological categories. Working toward a solution to the contradictions of capital means moving toward the perspective of its revolutionary overcoming.
Conclusions
For this reason, we invite you to overcome bourgeois education and not remain trapped within it, by overcoming the structure itself: capitalism.
This can only be possible by building solidarity among the exploited, starting from supporting everyday economic struggles, but with a future perspective on the overcoming of capitalism. This is possible through the building of the revolutionary communist party—the only political tool that workers and proletarians have as a weapon in defense of their class interests.
It is not a ready-made recipe from some grimoire: it is the path. There are no half measures.
