
Sappiamo che il capitale, spinto dalla sua strutturale tendenza all’accumulazione che ingenera crisi di valorizzazione e caduta tendenziale del saggio di profitto, tende alla distruzione dei capitali in eccesso attraverso crisi e guerre ricorrenti, su scala sempre più allargata. Tuttavia, non possiamo prevedere le forme che assumerà la guerra domani. Le due guerre mondiali sono distanti da noi la bellezza di un secolo e due rivoluzioni tecnologiche. La terza guerra mondiale potrebbe essere stata silenziosa, con l’epilogo dell’implosione del blocco sovietico. Ciò che invece sappiamo è che viviamo in un’epoca in cui le guerre si cronicizzano, si diffondono, pervadono l’intera società. Sappiamo che guerra e crisi economica sono due facce della stessa medaglia e sappiamo anche che con l’avanzare di entrambe si sta progressivamente affermando, in tutti i paesi, una vera e propria economia di guerra. Questo, in sintesi, significa che sempre più risorse verranno sottratte alla popolazione (le fasce più deboli della società pagano sempre di più) per essere dedicate agli armamenti e all’industria di guerra. Consapevoli di questa corsa mondiale verso conflitti generalizzati e cronici che è già in corso, la realtà ci impone di cercare di comprendere concretamente le forme attraverso le quali la guerra si esprime e si esprimerà, per trarne insegnamenti e formulare indicazioni rivolte alla classe. Consapevoli dei limiti inevitabili di questo lavoro, tentiamo almeno di sondare il terreno.
Il carattere della guerra nell’epoca del capitalismo globalizzato
A partire dal 2022, con il ritorno della guerra in Europa — preceduta dai conflitti nei Balcani degli anni ’90 — circola con insistenza, in diversi ambienti politici, l’idea che il mondo si stia avviando inevitabilmente verso una “Terza guerra mondiale”.
Riproponendo gli schemi e le logiche che hanno caratterizzato i primi due conflitti mondiali (1914-18, 1939-45), questa lettura, per quanto formalmente e apparentemente corretta, rischia però di riprodurre schemi interpretativi novecenteschi, senza considerare lo sviluppo del capitalismo degli ultimi 50 anni (ossia la rivoluzione industriale del microprocessore e della rete e, quella attuale, dell’IA) e le trasformazioni intervenute a partire dal 1991. La crescita della conflittualità bellica è caratteristica permanente del capitalismo e va letta dentro il sistema per come è oggi, che ha esteso il proprio dominio assoluto su scala planetaria, eliminando ogni sacca di economia precapitalistica e ristrutturando al tempo stesso le forme della produzione e della guerra, contribuendo in ciò a globalizzare lo scontro tra i grandi attori imperialisti.
A proposito di schemi interpretativi che non colgono la dinamica del capitalismo oggi, dobbiamo rapidamente citare l’idea di multipolarismo. Secondo questa concezione un mondo multipolare avrebbe portato pace ed equilibrio all’interno del sistema capitalista. È sotto gli occhi di tutti come questa tesi fondata sull’idea che più poli imperialisti in concorrenza tra loro avrebbero prodotto uno sviluppo idilliaco è falsa. Prima o poi la guerra viene sempre fuori come momento ineliminabile della vita capitalista.
Dalla guerra “classica” alla guerra globalizzata.
Nel corso del Novecento, le grandi guerre mondiali non costituiscono un fenomeno omogeneo, ma denotano piuttosto un’evoluzione continua nel modo in cui la guerra si sviluppa nel capitalismo.
La Prima guerra mondiale (1914-1918) si colloca in un contesto di competizione tra potenze imperialiste dove c’è la centralità degli Stati nazionali e degli Imperi e dove il conflitto funge da strumento per la ridefinizione degli equilibri territoriali e coloniali. Al suo avvio i generali hanno una concezione dell’evento bellico fondamentalmente napoleonica, ma ben presto le cariche di cavalleria vengono annientate dalle mitragliatrici e dall’artiglieria moderne. Ne conseguì uno stallo che si strutturò nella logorante guerra di trincea. Ben presto vengono introdotti i gas tossici, nel corso dell’intero conflitto si sviluppa sempre più il ruolo dell’aviazione, mentre sul finire del conflitto fanno la loro apparizione i carri armati (tanks) che rilanciano la possibilità della guerra di manovra. È questo lo scenario nel quale Lenin tratteggia i caratteri fondamentali e tutt’ora validi dell’imperialismo (i famosi cinque contrassegni), per i quali la guerra rappresenta lo sbocco inevitabile delle contraddizioni che caratterizzano il capitale e che danno vita alla guerra tra capitali nazionali in competizione.
La Seconda guerra mondiale (1939-1945), pur muovendosi nel solco della competizione tra potenze, introduce una discontinuità qualitativa attraverso l’istituzione della “guerra totale” e l’integrazione simbiotica tra sistema economico e apparato militare. Se all’avvio del conflitto prevale la logica della “guerra lampo” (Blitzkrieg) basata sulla coordinazione tra mezzi corazzati e aviazione, l’evento evolve rapidamente in uno scontro d’attrito industriale dove la produzione viene interamente asservita alle necessità belliche tramite una pianificazione che pone la ricerca scientifica come pilastro strategico, culminando nello sviluppo dell’arma atomica.
Il conflitto travalica la dimensione territoriale per assumere una valenza sistemica e ideologica, annullando la distinzione tra combattenti e civili, per la prima volta quest’ultimi superano come vittime quelle militari. Il coinvolgimento delle masse si traduce nel bombardamento sistematico dei centri urbani (come Dresda, Hiroshima e Nagasaki), nell’impiego massiccio della manodopera femminile nelle industrie pesanti e in un apparato di controllo sociale volto alla costruzione coatta del consenso e alla repressione del dissenso. In tale scenario, la guerra non funge più solo da strumento di rettifica dei confini, ma si configura come una riorganizzazione complessiva dell’ordine globale, agendo da catalizzatore per la successiva configurazione bipolare e la divisione del pianeta in blocchi contrapposti.
Un ulteriore e più sofisticato grado di sviluppo del conflitto mondiale, per l’appunto, si realizza con la Guerra fredda (1947-1991), fase in cui la contrapposizione sistemica tra USA e URSS si stabilizza in una dicotomia permanente. In questo scenario, l’integrazione tra economia, scienza e apparato militare — perfezionata durante il secondo conflitto — cessa di essere una misura eccezionale per diventare la norma strutturale delle due superpotenze. Lo scontro frontale viene inibito dall’equilibrio del terrore e dalla dottrina (nucleare) della Distruzione Mutua Assicurata (MAD), che sposta la dimensione bellica verso le cosiddette guerre per procura (proxy wars) nelle aree periferiche del globo. La competizione non si limita più al controllo territoriale, ma si estende alla conquista dello spazio, alla supremazia tecnologica e alla penetrazione ideologica, trasformando, grazie anche ai primi sviluppi delle tecnologie del microprocessore, ogni aspetto della vita sociale in un fronte di battaglia potenziale.
Sotto il profilo analitico, la portata globale, la durata pluridecennale e l’intensità della mobilitazione hanno portato diversi storiografi all’ipotesi secondo cui la Guerra fredda possa essere considerata, a tutti gli effetti, la Terza guerra mondiale. Sebbene sia mancato l’olocausto nucleare che in tanti allora prospettavano, il conflitto ha comunque prodotto milioni di vittime nei teatri regionali (Corea, Vietnam, Africa, Medio Oriente, Sud America…), ha imposto una riconfigurazione radicale e coercitiva dei blocchi geopolitici e ha richiesto un dispendio di risorse superiore a qualsiasi scontro precedente, concludendosi non con un trattato di pace, ma con il collasso sistemico di uno dei due contendenti. Sebbene nella metropoli capitalista non vi fu guerra diretta, la “pace europea” fu garantita da una guerra costante e sanguinosa combattuta per procura in Asia, Africa e America Latina.
Oggi anche questo quadro è mutato. A partire dagli anni ‘90, il capitalismo ha conosciuto una fase di espansione senza precedenti. Il trionfo del modello americano non ha tuttavia prodotto un mondo pacificato, ma ha inaugurato una fase di instabilità continua e strutturale, in cui la guerra si manifesta attraverso nuove forme asimmetriche e frammentate.
Nel corso del ‘900, l’asse dell’egemonia globale ha subito una traslazione fondamentale: il primato dell’imperialismo britannico, fondato sul dominio coloniale classico, venne eroso durante il primo conflitto mondiale e, nel secondo, definitivamente sostituito dal modello statunitense, capace di integrare le potenze sconfitte (Germania e Giappone) in un sistema di interdipendenza economica e militare. Dopo aver prevalso sul polo antagonista sovietico durante il secolo XX, il sistema a guida USA si confronta nel XXI secolo con l’ascesa della Cina.
La guerra come funzione del capitalismo globale
Nel capitalismo contemporaneo la guerra rimane lo strumento fondamentale per risolvere le sue contraddizioni strutturali; tuttavia, in seguito alla bomba atomica, ha anche acquisito la caratteristica di cercare nuove forme indirette. Ne esaminiamo alcune.
Le guerre per procura, o conflitti regionali sostenuti dall’esterno. Le potenze imperialiste sono quasi tutte dotate tutte di ordigni nucleari, un numero di testate agghiacciante: basti pensare che nel Mondo a inizio 2025 in totale sono presenti 12.200 testate. L’87% di queste è diviso tra Russia (5.459) e USA (5.177), il rimanente 13% è suddiviso tra Cina (600), Francia (290), Regno Unito (225), India (180), Pakistan (170), Israele (60) e Nord Corea (50). Durante gli anni ’80 del Novecento si arrivò a 60.000 testate, oggi ce ne sono molte di meno, ma molto più moderne e potenti!
Una delle differenze tra il secolo scorso e oggi è che, sebbene siano sempre due le potenze imperialiste polari (oggi USA e Cina), in campo troviamo più potenze intermedie dislocate nel mondo (Stati europei, Israele, Russia, Iran e poi India, Brasile, Sud africa…). Un’altra caratteristica è lo svilupparsi del settore bellico privato, con aziende di contractors che gestiscono privatamente mercenari professionisti, su commissione.
Le alleanze sono probabilmente più incerte e meno rigide che in passato, se è sempre stato vero che ogni media e micro potenza tenta di ritagliare il proprio interesse all’interno del quadro di crisi e geo-politico dato, è anche vero che lo scenario odierno è immensamente più complesso del passato per 1) accumulazione capitalista molto maggiore; 2) più soggettività; 3) maggiormente diffuse nel mondo; 4) enorme sviluppo tecnologico; 5) automatizzazione del controllo e delle procedure belliche; 6) profonda interconnessione e dipendenza energetica tra diverse aree del mondo. Solo questo basterebbe a confutare le bislacche quanto anacronistiche teorie sul multipolarismo che vorrebbe un mondo diviso tra blocchi equi. Così la guerra per procura è una delle guerre tipiche del nostro tempo.
Esempi di guerre per procura abbiamo Guerra di Corea, Guerra del Vietnam, Guerra in Afghanistan, Guerra civile angolana, Guerra civile nicaraguense, Guerra civile siriana, Guerra in Ucraina, Guerra civile yemenita, Seconda guerra civile libica, Conflitto del Tigrè.
Destabilizzazioni controllate, volte ad utilizzare non necessariamente lo strumento della guerra aperta, ma l’impiego di azioni per indebolire o condizionare un paese attraverso crisi politiche, proteste alimentate dall’esterno, disinformazione, pressioni economiche e sostegno occulto a gruppi interni: rappresenta più una strategia indiretta e spesso nascosta.
Esempi nella storia contemporanea sono la crisi in Venezuela, Euromaidan, e le rivoluzioni colorate nei paesi a ridosso della Russia, le proteste a Hong Kong. Certo, per ognuno di questi bisognerebbe ragionare approfonditamente sul rapporto tra influenze esogene e determinanti endogeni, ma rimane il fatto che la destabilizzazione controllata è uno strumento per indebolire il nemico o suoi alleati presunti o potenziali.
La guerra cibernetica che consiste in attacchi digitali a infrastrutture, reti e istituzioni oppure nel furto di dati o ancora nei sabotaggi digitali. Non si tratta di scenari ipotetici: operazioni come Stuxnet, che ha colpito il programma nucleare iraniano sabotando fisicamente le centrifughe attraverso un malware, mostrano come il digitale possa produrre effetti materiali diretti le cui potenzialità sono oggi amplificate in maniera esponenziale dall’utilizzo di agenti IA. Gli attacchi alla rete elettrica ucraina tra il 2015 e il 2016 hanno causato blackout su larga scala, colpendo la popolazione civile, mentre malware globali come WannaCry hanno paralizzato ospedali e servizi pubblici attraverso richieste di riscatto, e NotPetya ha bloccato infrastrutture logistiche e aziende in tutto il mondo causando danni miliardari, evidenziano la vulnerabilità sistemica dell’economia globalizzata. A questi si aggiunge il caso SolarWinds, una vasta operazione di spionaggio informatico emersa nel 2020, in cui l’infiltrazione di un software utilizzato da enti governativi e grandi imprese ha permesso l’accesso prolungato a dati sensibili e reti strategiche. Questi episodi mostrano come il conflitto si estenda ormai direttamente al dominio digitale, colpendo non solo apparati militari, ma anche infrastrutture civili ed economiche. Lo stesso Iran, ben consapevole del ruolo svolto dalle aziende hi-tech nella guerra moderna, ha recentemente minacciato di colpire le infrastrutture di aziende come: Cisco, HP, Intel, Oracle, Microsoft, Apple, Google e Meta.
Guerra informativa e disinformazione attraverso una propaganda online capillare, al fine di manipolare l’opinione pubblica. In questo caso, l’obiettivo non è distruggere infrastrutture materiali, ma influenzare percezioni, orientamenti politici e processi decisionali.
Ha fatto storia il caso Cambridge Analytica, dove sulla base dei dati e dei like raccolti tra il 2014 e il 2015, i social vennero utilizzati per produrre post mirati – soprattutto su Facebook, che sono serviti per influenzare le primarie repubblicane USA 2016, il referendum brexit, le elezioni presidenziali USA 2016, le stesse che hanno visto anche le interferenze russe realizzate attraverso campagne coordinate sui social media, diffusione di contenuti divisivi e utilizzo di account falsi per amplificare determinate narrazioni. Operazioni di questo tipo non mirano tanto a imporre una verità alternativa coerente, quanto a produrre confusione, polarizzazione, adesione a posizioni preconfezionate.
In molti casi, queste attività sono condotte non solo da Stati, ma anche da agenzie private, gruppi organizzati e piattaforme digitali che, per loro natura, favoriscono la diffusione rapida e incontrollata delle informazioni. La guerra dei 12 giorni di Israele contro l’Iran è stata poi la prima dove sono state massicciamente usate le deep fake, false notizie e video prodotti con l’IA allo scopo di diffondere determinate narrazioni a costi quasi nulli, rendendo la produzione di confusione ancora più massiva e difficile da tracciare rispetto al 2016.
Se la menzogna e la propaganda hanno sempre caratterizzato le guerre, la guerra informativa contemporanea si distingue per la sua capillarità e per il suo carattere continuo: non si limita ai periodi di conflitto aperto, ma per mezzo dell’IA diventa una componente permanente della vita quotidiana.
La guerra economica è un classico strumento di ricatto, tra i più subdoli e incisivi in quanto va a colpire soprattutto la povera gente: pacchetti di sanzioni (p.es. 19 solo contro la Russia dal 2022), blocchi commerciali (vedi embargo a Cuba), pressioni sui mercati e sulle risorse costituiscono un’arma potentissima, capace di indebolire un avversario senza ricorrere allo scontro militare diretto. Gli esempi recenti sono numerosi: oltre ai già citati possiamo aggiungere le restrizioni imposte al Venezuela o all’Iran e la “Guerra dei dazi” inaugurata da Trump. L’economia è il vero campo di battaglia tra le grandi potenze.
In questo quadro, la guerra si integra sempre più profondamente nei meccanismi della struttura, diventando uno strumento di riorganizzazione del sistema stesso, con l’economia di guerra. Già Rosa Luxemburg aveva individuato come l’espansione del capitale implicasse una tensione costante verso l’esterno. Oggi questa dinamica si esprime in forme meno visibili del colonialismo classico, ma altrettanto pervasive, fondate su penetrazione economica, finanziaria e tecnologica.
Accanto alle forme più evidenti di conflitto, si sviluppano oggi altre modalità di scontro che rientrano in quella che viene spesso definita “guerra ibrida”, ovvero la combinazione di strumenti militari e non militari. Tra queste vi è innanzitutto la cosiddetta “weaponization” delle risorse, ossia l’uso strategico di energia, materie prime e cibo come strumenti di pressione politica, come dimostrato dalla crisi del gas tra Russia e Unione Europea e il recente blocco dello stretto di Hormuz. A ciò si affianca la crescente competizione tecnologica per il controllo di settori chiave come semiconduttori, intelligenza artificiale e spazio, evidente nelle tensioni tra Stati Uniti e Cina. Un ruolo centrale è svolto anche dalla presenza militare senza guerra aperta, attraverso basi, esercitazioni e dimostrazioni di forza. Infine, persistono operazioni segrete di intelligence e sostegno occulto a governi o gruppi, in continuità col passato. Nel loro insieme, queste dinamiche non sono di per sé nuove (tutti i governi belligeranti le hanno poste in essere da sempre), ma la scala globale sulla quale avviene il confronto, la pervasività e potenza sviluppata dalle nuove tecnologie e la complessità del quadro mondiale all’interno del quale matura la spinta del capitalismo contemporaneo verso la guerra generalizzata indicano dei salti di qualità e momenti di rottura con le forme tradizionali della guerra che meritano di essere osservati e studiati con attenzione.
Non analizziamo qui le nuove forme della guerra guerreggiata 4.0 a colpi di droni, robot killer, sistemi di puntamento satellitari etc. che, a partire dalla guerra Ucraina, stanno progressivamente modificando le strategie sul campo e il modo stesso di condurre la guerra guerreggiata.
Le grandi potenze non vanno, almeno per ora, allo scontro diretto generalizzato; tuttavia, la guerra non è alle porte: è già in corso, diffusa, permanente e spesso invisibile. Non si tratta di un unico evento scatenante come furono l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico, il 28 giugno 1914 o l’invasione tedesca della Polonia il 1° settembre 1939. Oggi la guerra si dispiega quotidianamente in un continuum di intensità crescente che si manifesta costantemente. Evocare meccanicamente il pericolo di un terzo conflitto mondiale rischia così di oscurare ciò che è sotto gli occhi di tutti: un capitalismo che ha fatto della conflittualità continua, crescente e accelerata la propria forma normale di funzionamento, nella prospettiva della guerra cronica, strutturale e sempre più generalizzata, dove “generalizzata” non indica solo la diffusione geografica, ma anche la pervasività della logica bellica in ogni aspetto della vita quotidiana.
Dal colonialismo al neocolonialismo: continuità e trasformazioni dell’imperialismo
La forma del colonialismo classico, basato sul controllo territoriale diretto e sull’occupazione militare, ha in gran parte perso centralità nella geopolitica contemporanea, anche se permane in forme ancora più avanzate e violente in molte situazioni (vedi Palestina). Tuttavia, le relazioni di dominio tra aree del mondo non sono scomparse, sono piuttosto evolute in forme più sofisticate, spesso indicate come “neocolonialismo”. Questa distinzione è importante: mentre il colonialismo storico imponeva direttamente la sovranità esterna di uno Stato, il neocolonialismo esercita il suo dominio attraverso mercati, debito, istituzioni internazionali e catene globali del valore, mantenendo gerarchie centro-periferia e trasferimenti di ricchezza su scala globale. Quando parliamo di queste dinamiche preferiamo usare il termine imperialismo, che ci sembra il più chiaro e utile per descrivere le dinamiche di sopraffazione e sottomissione delle nazioni più deboli ad opera degli stati più forti, superando ambiguità e confusioni che i termini “colonialismo” e “neocolonialismo” possono ingenerare. Da questo punto di vista ci sembra molto più chiaro definire Israele, per esempio, una potenza imperialista – trovando le caratteristiche comuni con gli altri imperialismi – piuttosto che un “entità sionista neocoloniale” o altro – come se fosse un unicum o un eccezione del capitalismo, invece che una delle sue più cristalline espressioni.
Queste dinamiche del dominio imperialista sono visibili in numerosi casi concreti: nei programmi di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale a molti paesi africani e latinoamericani; nelle relazioni debitorie che vincolano economie fragili a politiche di austerità; oppure nel controllo delle materie prime strategiche — come il coltan nella Repubblica Democratica del Congo — da parte di grandi multinazionali. Analogamente, le catene globali del valore vedono paesi del Sud globale relegati a funzioni produttive a basso valore aggiunto, mentre il controllo tecnologico e finanziario resta concentrato nei paesi centrali.
Più che di fine del colonialismo, si può dunque parlare di una sua maturazione in senso imperialista, in cui il dominio non si esercita più principalmente attraverso l’occupazione militare – che pure non viene disdegnata –, ma soprattutto tramite il mercato, il debito, le istituzioni internazionali e le imprese transnazionali e continuando con i genocidi e il massacro della popolazione civile. Si tratta di forme intrinseche al funzionamento del sistema, legate alla necessità costante di espansione, accumulazione e riproduzione su linea generale.
La questione dell’autodeterminazione
La questione del diritto dei popoli all’autodeterminazione è strettamente connessa ai concetti fuorvianti di colonialismo e neocolonialismo e, come questi, rischia di riproporre schemi storici non adeguati a leggere la fase attuale del capitalismo. Ciò non significa negare l’esistenza di conflitti nazionali o di forme di oppressione nazionale: in molte aree del mondo tali dinamiche persistono e producono tensioni concrete. Tuttavia, il punto decisivo è un altro. Nel Novecento, l’autodeterminazione poteva rappresentare un momento di rottura all’interno di un sistema imperialista fondato su dominazioni territoriali dirette da parte delle potenze occidentali, con l’URSS che funzionava da polo attrattivo alternativo. Questa tattica poteva avere un senso fino agli anni ‘20, quando la Russia rivoluzionaria cercava di legare a sé il moto dei popoli oppressi. Successivamente, con l’affermarsi del capitalismo in URSS anche l’opzione auto-determinista ha perso il suo senso. Oggi, in un capitalismo pienamente globalizzato, anche le realtà formalmente indipendenti sono inserite in reti di dipendenza economica, finanziaria e tecnologica che ne limitano profondamente l’autonomia e che le legano all’uno o all’altro polo imperialista. In questo senso, il problema non è che le lotte nazionali non esistano, ma che hanno ormai perso ogni funzione progressiva dal punto di vista dell’emancipazione dal capitalismo.
Le rivendicazioni nazionali non sono scomparse, ma vengono strumentalizzate dalle potenze esterne, per integrarsi nei meccanismi imperialisti e nelle logiche del mercato globale vedi i curdi in Siria ed oggi, forse, in Iran. L’essenza dei conflitti su base nazionale è duplice: 1) non si collegano alle istanze della classe sfruttata, mantenendo così un ambiguo interclassismo che le trasforma in strumenti delle classi dominanti; 2) non mettono in discussione i rapporti di produzione esistenti, così facendo ripropongono le contraddizioni e i conflitti sistemici all’interno di prospettive e soluzioni totalmente interne e compatibili con il modo di produzione dominante.
La guerra permanente
Alla luce di queste osservazioni, l’idea di una Terza guerra mondiale intesa come ripetizione degli schemi che hanno caratterizzato le guerre del Novecento appare quantomeno riduttiva. Tra USA e URSS è finita con un vincitore e un vinto, senza che si siano combattuti direttamente. Oggidì, una guerra generalizzata comprometterebbe non solo i rapporti di forza tra Stati, ma i meccanismi stessi della produzione e della circolazione, mai interconnessi come oggi su scala mondiale (v. Hormuz). Questa prospettiva, come abbiamo già visto in piccolo con il conflitto ucraino e quello iraniano, ha già portato ad enormi squilibri e potenti contraddizioni economiche su scala globale, pagate soprattutto sulla pelle del proletariato mondiale. Per questo è probabile che la guerra, per ora, si estenda e si diffonda generalizzandosi sempre più a partire dai paesi della periferia, vedi Centro e Sud America, Africa sub-sahariana, Medio Oriente, Sud-est asiatico. È importante, tuttavia, sottolineare che il cuore delle contraddizioni parte dai poli imperialisti maggiori, USA e Cina: lo scontro periferico deve essere letto come parte della loro continua competizione, che determina le forme e gli obiettivi della guerra permanente. Solo comprendendo la dinamica tra i poli capitalistici più sviluppati si può interpretare correttamente la tendenza alla guerra generalizzata, senza cadere nella trappola di contrapporre modelli prospettici predefiniti; il nostro obiettivo è stabilire all’interno degli eventi le forme e gli obiettivi funzionali di ciascun polo imperialista.
Il sistema è evidentemente incapace di affrontare le proprie contraddizioni se non attraverso forme sempre più pervasive di sfruttamento, dominio e distruzione. Il capitalismo non offre alcuna prospettiva reale all’umanità. In questo quadro, solo il proletariato mondiale può rappresentare una forza alternativa, attraverso l’organizzazione autonoma di classe e la costruzione del partito rivoluzionario, al di fuori di ogni deviazione nazionalista o campista, rifiutando ogni idea di capitalismi e stati “dai volti umani”, attestandosi invece su una linea autenticamente internazionalista. In questo modo esso può porre le basi per una trasformazione radicale della società. Non si tratta semplicemente di opporsi alla guerra, ma di superarne le cause materiali, aprendo la strada a un ordine sociale fondato sui bisogni dell’umanità nel suo insieme, in armonia con la natura e libero dalla logica del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Ecco la traduzione integrale e fedele del testo fornito, mantenendo il registro analitico e il lessico specifico dell’originale.
Imperialist War – War Today
Wikipedia: Ongoing conflicts in the world. March 19, 2026
We know that capital, driven by its structural tendency toward accumulation—which engenders crises of valorization and the tendency of the rate of profit to fall—tends toward the destruction of excess capital through recurring crises and wars, on an ever-widening scale. However, we cannot predict the forms that war will take tomorrow. The two World Wars are separated from us by a century and two technological revolutions. The Third World War may have been a silent one, concluding with the implosion of the Soviet bloc. What we do know, instead, is that we live in an era where wars become chronic, widespread, and pervade the whole of society. We know that war and economic crisis are two sides of the same coin, and we also know that as both advance, a true war economy is progressively establishing itself in all countries. In short, this means that more and more resources will be taken away from the population (with the weakest sectors of society paying the highest price) to be dedicated to armaments and the war industry. Aware of this global race toward generalized and chronic conflicts already underway, reality compels us to try to concretely understand the forms through which war is expressed and will be expressed, in order to draw lessons and formulate directions for the class. Conscious of the inevitable limits of this work, we attempt at least to probe the ground.
The Character of War in the Era of Globalized Capitalism
Starting from 2022, with the return of war to Europe—preceded by the Balkan conflicts of the 1990s—the idea that the world is inevitably heading toward a “Third World War” has been circulating insistently in various political circles.
By reapplying the patterns and logics that characterized the first two world conflicts (1914-18, 1939-45), this interpretation, while formally and apparently correct, risks reproducing twentieth-century interpretative schemes without considering the development of capitalism over the last 50 years (namely the industrial revolution of the microprocessor and the network, and the current one of AI) and the transformations that have occurred since 1991. The growth of bellicose conflict is a permanent characteristic of capitalism and must be read within the system as it is today, which has extended its absolute dominion on a planetary scale, eliminating every pocket of pre-capitalist economy and simultaneously restructuring the forms of production and war, thereby contributing to the globalization of the clash between major imperialist actors.
Regarding interpretative schemes that fail to grasp the dynamics of capitalism today, we must quickly mention the idea of multipolarism. According to this conception, a multipolar world would have brought peace and balance within the capitalist system. It is evident to everyone how this thesis—based on the idea that multiple imperialist poles in competition with each other would produce idyllic development—is false. Sooner or later, war always emerges as an inescapable moment of capitalist life.
From “Classic” War to Globalized War
During the twentieth century, the great world wars did not constitute a homogeneous phenomenon but rather denoted a continuous evolution in the way war develops within capitalism.
The First World War (1914-1918) took place in a context of competition between imperialist powers where national states and empires were central, and where the conflict served as a tool for redefining territorial and colonial balances. At its start, generals held a fundamentally Napoleonic conception of the military event, but cavalry charges were soon annihilated by modern machine guns and artillery. This resulted in a stalemate that structured itself into grueling trench warfare. Toxic gases were soon introduced, the role of aviation developed increasingly throughout the conflict, and toward the end, tanks made their appearance, reviving the possibility of maneuver warfare. This is the scenario in which Lenin outlined the fundamental and still valid characteristics of imperialism (the famous five markers), for which war represents the inevitable outcome of the contradictions characterizing capital and giving rise to war between competing national capitals.
The Second World War (1939-1945), while following the path of competition between powers, introduced a qualitative discontinuity through the establishment of “total war” and the symbiotic integration between the economic system and the military apparatus. While the logic of “Blitzkrieg” (lightning war) based on coordination between armored vehicles and aviation prevailed at the start, the event quickly evolved into a clash of industrial attrition where production was entirely subordinated to war needs through planning that placed scientific research as a strategic pillar, culminating in the development of the atomic weapon.
The conflict transcended the territorial dimension to take on a systemic and ideological significance, erasing the distinction between combatants and civilians; for the first time, civilian victims outnumbered military ones. The involvement of the masses translated into the systematic bombing of urban centers (such as Dresden, Hiroshima, and Nagasaki), the massive use of female labor in heavy industries, and a social control apparatus aimed at the forced construction of consent and the repression of dissent. In this scenario, war no longer served merely as a tool for boundary rectification but configured itself as a comprehensive reorganization of the global order, acting as a catalyst for the subsequent bipolar configuration and the division of the planet into opposing blocs.
A further and more sophisticated degree of development of the world conflict was realized with the Cold War (1947-1991), a phase in which the systemic opposition between the USA and the USSR stabilized into a permanent dichotomy. In this scenario, the integration between economy, science, and the military apparatus—perfected during the second conflict—ceased to be an exceptional measure to become the structural norm of the two superpowers. Frontal clash was inhibited by the balance of terror and the (nuclear) doctrine of Mutually Assured Destruction (MAD), which shifted the military dimension toward so-called proxy wars in the peripheral areas of the globe. Competition was no longer limited to territorial control but extended to the conquest of space, technological supremacy, and ideological penetration, transforming—thanks also to the early developments of microprocessor technologies—every aspect of social life into a potential battlefront.
From an analytical profile, the global scope, the multi-decade duration, and the intensity of mobilization have led various historians to the hypothesis that the Cold War can be considered, for all intents and purposes, the Third World War. Although the nuclear holocaust that many anticipated did not occur, the conflict nonetheless produced millions of victims in regional theaters (Korea, Vietnam, Africa, Middle East, South America…), imposed a radical and coercive reconfiguration of geopolitical blocs, and required a expenditure of resources superior to any previous clash, ending not with a peace treaty but with the systemic collapse of one of the two contenders. Although there was no direct war in the capitalist metropolis, the “European peace” was guaranteed by a constant and bloody war fought by proxy in Asia, Africa, and Latin America.
Today, even this framework has changed. Since the 1990s, capitalism has experienced a phase of unprecedented expansion. However, the triumph of the American model did not produce a pacified world but inaugurated a phase of continuous and structural instability, in which war manifests through new asymmetric and fragmented forms.
During the 20th century, the axis of global hegemony underwent a fundamental translation: the primacy of British imperialism, founded on classic colonial rule, was eroded during the first world conflict and, in the second, definitively replaced by the US model, capable of integrating defeated powers (Germany and Japan) into a system of economic and military interdependence. After prevailing over the Soviet antagonist pole during the 20th century, the US-led system faces the rise of China in the 21st century.
War as a Function of Global Capitalism
In contemporary capitalism, war remains the fundamental tool for resolving its structural contradictions; however, following the atomic bomb, it has also acquired the characteristic of seeking new indirect forms. We examine some of them:
- Proxy wars, or regional conflicts supported from the outside: Almost all imperialist powers are equipped with nuclear weapons, a staggering number of warheads: suffice it to think that at the beginning of 2025, there are a total of 12,200 warheads in the world. 87% of these are divided between Russia (5,459) and the USA (5,177), the remaining 13% is split between China (600), France (290), the United Kingdom (225), India (180), Pakistan (170), Israel (60), and North Korea (50). During the 1980s, the number reached 60,000 warheads; today there are fewer, but they are much more modern and powerful!One of the differences between the last century and today is that, although there are still two polar imperialist powers (today USA and China), we find more intermediate powers deployed in the world (European states, Russia, Israel, Iran, and then India, Brazil, South Africa…). Another characteristic is the development of the private military sector, with contractor companies managing professional mercenaries privately, on commission.Alliances are probably more uncertain and less rigid than in the past; if it has always been true that every medium and micro power attempts to carve out its own interest within the given crisis and geopolitical framework, it is also true that today’s scenario is immensely more complex than the past due to: 1) much greater capitalist accumulation; 2) more subjectivities; 3) more widely distributed globally; 4) enormous technological development; 5) automation of control and military procedures; 6) deep interconnection and energy dependence between different areas of the world. This alone would be enough to refute the bizarre and anachronistic theories on multipolarism that desire a world divided between equal blocs. Thus, proxy war is one of the typical wars of our time.Examples of proxy wars include the Korean War, Vietnam War, War in Afghanistan, Angolan Civil War, Nicaraguan Civil War, Syrian Civil War, War in Ukraine, Yemeni Civil War, Second Libyan Civil War, and the Tigray Conflict.
- Controlled destabilizations: Aimed at using not necessarily the instrument of open war, but the employment of actions to weaken or condition a country through political crises, protests fueled from the outside, disinformation, economic pressure, and occult support for internal groups: it represents more of an indirect and often hidden strategy.Examples in contemporary history are the crisis in Venezuela, Euromaidan, the color revolutions in countries bordering Russia, and the protests in Hong Kong. Of course, for each of these, one would need to reason deeply on the relationship between exogenous influences and endogenous determinants, but the fact remains that controlled destabilization is a tool to weaken the enemy or its presumed or potential allies.
- Cyber warfare: Consists of digital attacks on infrastructure, networks, and institutions, or the theft of data or digital sabotage. These are not hypothetical scenarios: operations like Stuxnet, which hit the Iranian nuclear program by physically sabotaging centrifuges through malware, show how digital can produce direct material effects whose potential is now exponentially amplified by the use of AI agents. Attacks on the Ukrainian power grid between 2015 and 2016 caused large-scale blackouts, affecting the civilian population, while global malware like WannaCry paralyzed hospitals and public services through ransom demands, and NotPetya blocked logistical infrastructures and companies worldwide causing billions in damage, highlighting the systemic vulnerability of the globalized economy. Added to these is the SolarWinds case, a vast cyber espionage operation that emerged in 2020, in which the infiltration of software used by government agencies and large enterprises allowed prolonged access to sensitive data and strategic networks. These episodes show how conflict now extends directly to the digital domain, hitting not only military apparatuses but also civilian and economic infrastructures. Iran itself, well aware of the role played by hi-tech companies in modern warfare, recently threatened to hit the infrastructures of companies such as: Cisco, HP, Intel, Oracle, Microsoft, Apple, Google, and Meta.
- Information warfare and disinformation: Through widespread online propaganda aimed at manipulating public opinion. In this case, the goal is not to destroy material infrastructure but to influence perceptions, political orientations, and decision-making processes.The Cambridge Analytica case made history, where based on data and likes collected between 2014 and 2015, social media were used to produce targeted posts—especially on Facebook—which served to influence the 2016 US Republican primaries, the Brexit referendum, and the 2016 US presidential elections; the same ones that also saw Russian interference realized through coordinated social media campaigns, the dissemination of divisive content, and the use of fake accounts to amplify certain narratives. Operations of this type do not aim so much to impose a coherent alternative truth as to produce confusion, polarization, and adherence to pre-packaged positions.In many cases, these activities are conducted not only by states but also by private agencies, organized groups, and digital platforms that, by their nature, favor the rapid and uncontrolled spread of information. The 12-day war of Israel against Iran was then the first where deepfakes, false news, and videos produced with AI were massively used to spread certain narratives at almost zero cost, making the production of confusion even more massive and difficult to track compared to 2016.If lies and propaganda have always characterized wars, contemporary information warfare is distinguished by its capillarity and its continuous character: it is not limited to periods of open conflict, but through AI, it becomes a permanent component of daily life.
- Economic warfare: A classic tool of blackmail, among the most subtle and incisive as it primarily hits the poor: sanction packages (e.g., 19 against Russia alone since 2022), trade blockades (see the embargo on Cuba), pressure on markets and resources constitute a powerful weapon, capable of weakening an opponent without resorting to direct military clash. Recent examples are numerous: in addition to those already mentioned, we can add the restrictions imposed on Venezuela or Iran and the “Tariff War” inaugurated by Trump. The economy is the true battlefield between the great powers.
In this framework, war integrates ever more deeply into the mechanisms of the structure, becoming a tool for the reorganization of the system itself, with the war economy. Rosa Luxemburg had already identified how the expansion of capital implied a constant tension toward the outside. Today, this dynamic is expressed in forms less visible than classic colonialism but equally pervasive, based on economic, financial, and technological penetration.
Alongside more evident forms of conflict, other modes of clash are developing today that fall under what is often defined as “hybrid warfare,” i.e., the combination of military and non-military tools. Among these is, first of all, the so-called “weaponization” of resources, i.e., the strategic use of energy, raw materials, and food as instruments of political pressure, as demonstrated by the gas crisis between Russia and the European Union and the recent blockade of the Strait of Hormuz. This is joined by the growing technological competition for control of key sectors such as semiconductors, artificial intelligence, and space, evident in the tensions between the United States and China. A central role is also played by military presence without open war, through bases, exercises, and demonstrations of force. Finally, secret intelligence operations and occult support for governments or groups persist, in continuity with the past. Taken together, these dynamics are not in themselves new (all belligerent governments have implemented them forever), but the global scale on which the confrontation occurs, the pervasiveness and power developed by new technologies, and the complexity of the global framework within which the push of contemporary capitalism toward generalized war matures, indicate qualitative leaps and moments of rupture with traditional forms of war that deserve to be observed and studied carefully.
We do not analyze here the new forms of warfare 4.0 waged with drones, killer robots, satellite targeting systems, etc., which, starting from the Ukrainian war, are progressively modifying strategies on the ground and the very way of conducting actual warfare.
The great powers do not go, at least for now, to direct generalized clash; however, war is not at the gates: it is already underway, widespread, permanent, and often invisible. It is not a single triggering event like the assassination of Archduke Franz Ferdinand, heir to the Austro-Hungarian throne, on June 28, 1914, or the German invasion of Poland on September 1, 1939. Today, war unfolds daily in a continuum of increasing intensity that manifests constantly. Mechanically evoking the danger of a third world conflict thus risks obscuring what is before everyone’s eyes: a capitalism that has made continuous, growing, and accelerated conflict its normal mode of operation, in the perspective of chronic, structural, and increasingly generalized war, where “generalized” indicates not only geographical diffusion but also the pervasiveness of the logic of war in every aspect of daily life.
From Colonialism to Neocolonialism: Continuity and Transformations of Imperialism
The form of classic colonialism, based on direct territorial control and military occupation, has largely lost centrality in contemporary geopolitics, even if it persists in even more advanced and violent forms in many situations (see Palestine). However, the relations of dominance between areas of the world have not disappeared; they have rather evolved into more sophisticated forms, often referred to as “neocolonialism.” This distinction is important: while historical colonialism directly imposed the external sovereignty of a state, neocolonialism exercises its dominion through markets, debt, international institutions, and global value chains, maintaining center-periphery hierarchies and wealth transfers on a global scale. When we talk about these dynamics, we prefer to use the term imperialism, which seems to us the clearest and most useful for describing the dynamics of oppression and submission of weaker nations by stronger states, overcoming ambiguities and confusion that the terms “colonialism” and “neocolonialism” can generate. From this point of view, it seems much clearer to define Israel, for example, as an imperialist power—finding common characteristics with other imperialisms—rather than a “neocolonial Zionist entity” or something else—as if it were a unique case or an exception of capitalism, rather than one of its most crystalline expressions.
These dynamics of imperialist dominion are visible in numerous concrete cases: in the structural adjustment programs imposed by the International Monetary Fund and the World Bank on many African and Latin American countries; in debt relationships that bind fragile economies to austerity policies; or in the control of strategic raw materials—such as coltan in the Democratic Republic of Congo—by large multinationals. Similarly, global value chains see countries of the Global South relegated to low-value-added production functions, while technological and financial control remains concentrated in central countries.
Rather than the end of colonialism, one can therefore speak of its maturation in an imperialist sense, in which dominion is no longer exercised primarily through military occupation—which is still not disdained—but especially through the market, debt, international institutions, and transnational corporations, and continuing with genocides and the massacre of the civilian population. These are forms intrinsic to the functioning of the system, linked to the constant need for expansion, accumulation, and reproduction on a general line.
The Question of Self-Determination
The issue of the right of peoples to self-determination is closely connected to the misleading concepts of colonialism and neocolonialism and, like these, risks re-proposing historical schemes inadequate for reading the current phase of capitalism. This does not mean denying the existence of national conflicts or forms of national oppression: in many areas of the world, such dynamics persist and produce concrete tensions. However, the decisive point is another. In the 20th century, self-determination could represent a moment of rupture within an imperialist system founded on direct territorial dominations by Western powers, with the USSR acting as an alternative attractive pole. This tactic could make sense until the 1920s, when revolutionary Russia sought to link itself to the movement of oppressed peoples. Subsequently, with the establishment of capitalism in the USSR, even the self-determinist option lost its meaning. Today, in a fully globalized capitalism, even formally independent realities are inserted into networks of economic, financial, and technological dependence that profoundly limit their autonomy and bind them to one or the other imperialist pole. In this sense, the problem is not that national struggles do not exist, but that they have now lost every progressive function from the point of view of emancipation from capitalism.
National claims have not disappeared, but they are instrumentalized by external powers to integrate into imperialist mechanisms and global market logics (see the Kurds in Syria and today, perhaps, in Iran). The essence of national-based conflicts is twofold: 1) they do not connect to the demands of the exploited class, thus maintaining an ambiguous interclassism that transforms them into instruments of the ruling classes; 2) they do not question existing production relations, thereby re-proposing systemic contradictions and conflicts within perspectives and solutions entirely internal and compatible with the dominant mode of production.
Permanent War
In light of these observations, the idea of a Third World War understood as a repetition of the patterns that characterized the wars of the twentieth century appears, at the very least, reductive. Between the USA and the USSR, it ended with a winner and a loser, without them fighting directly. Nowadays, a generalized war would compromise not only the balance of power between states but the very mechanisms of production and circulation, never as interconnected as today on a global scale (see Hormuz). This perspective, as we have already seen in miniature with the Ukrainian and Iranian conflicts, has already led to enormous imbalances and powerful economic contradictions on a global scale, paid for above all on the backs of the global proletariat. For this reason, it is likely that war, for now, will extend and spread, generalizing increasingly starting from peripheral countries, see Central and South America, sub-Saharan Africa, the Middle East, Southeast Asia. It is important, however, to emphasize that the heart of the contradictions starts from the major imperialist poles, the USA and China: peripheral conflict must be read as part of their continuous competition, which determines the forms and objectives of permanent war. Only by understanding the dynamic between the most developed capitalist poles can one correctly interpret the trend toward generalized war, without falling into the trap of opposing predefined prospective models; our goal is to establish within events the functional forms and objectives of each imperialist pole.
The system is evidently incapable of addressing its own contradictions except through increasingly pervasive forms of exploitation, dominion, and destruction. Capitalism offers no real perspective to humanity. In this framework, only the global proletariat can represent an alternative force, through autonomous class organization and the construction of the revolutionary party, outside of any nationalist or “campist” deviation, rejecting any idea of capitalisms and states “with human faces,” and instead standing on an authentically internationalist line. In this way, it can lay the foundations for a radical transformation of society. It is not simply a matter of opposing war, but of overcoming its material causes, opening the way to a social order founded on the needs of humanity as a whole, in harmony with nature and free from the logic of profit and the exploitation of man by man.
