Crisi 4.0 – Siamo solo all’inizio


Crisis 4.0 – We are only at the beginning

La rivoluzione industriale capitalista:

1.0: La macchina a vapore e la meccanizzazione (fine ‘700).

2.0: L’elettricità, la catena di montaggio e la produzione di massa (fine ‘800).

3.0: L’informatica, la rete e l’automazione parziale (anni ‘970).

4.0: L’Intelligenza Artificiale, i Big Data, l’Internet delle Cose (anni ’20).

Il capitalismo 4.0

L’intelligenza artificiale è una tecnologia di tipo nuovo, capace di far fare un balzo in avanti a tutti i processi produttivi, con velocità superiore alle precedenti. Parliamo perciò di quarta rivoluzione industriale, o di tecnologia 4.0. Si tratta di algoritmi e software intelligenti, che girano su piattaforme sempre più complesse e costose, capaci di analizzare, categorizzare e confrontare moli immense di dati. 

Per la prima volta, con l’IA, il “General Intellect” (la conoscenza sociale, oggi accumulata in forma digitalizzata) si distacca dal corpo del lavoratore per incarnarsi totalmente nella macchina, è a disposizione di praticamente chiunque e si sviluppata al punto da prendere decisioni autonome. 

Il suo impatto sul modo di produzione e distribuzione in prima battuta avviene:

  • nella capacità autonoma di scrivere codice software, relegando la funzione umana al mero controllo e raccolta di dati grezzi
  • fino alle macchine che programmano in maniera autonoma la loro versione più avanzata e superiore, verso l’Intelligenza Artificiale Generale;
  • nell’abbattimento dei costi di manutenzione, grazie alle macchine che si automonitorano e autoriparano;
  • In fabbrica e nelle aziende nella possibilità di sostituire con robot intelligenti non solo la forza lavoro semplice, ma anche quella complessa dei tecnici e dei settori impiegatizi (colletti bianchi);
  • nella capacità di ottimizzare la velocità di circolazione delle merci nella logistica;
  • vi sono poi un’infinità di settori legati a diritto, finanza, medicina, contabilità, consulenza, scrittura, traduzione, progettazione, analisi, assistenza clienti, marketing, creatività… sui quali l’IA avrà un impatto enorme; 

Cerchiamo di analizzare la cosa con gli strumenti della critica dell’economia politica.

La formula fondamentale

Cosa produce il capitale? Plusvalore. Il suo fine ultimo, e ragione di vita, è quello. La formula fondamentale è D-M-D’. Un investimento in Denaro-capitale (D) serve a produrre Merci (M) che, una volta vendute sul mercato, realizzano un nuovo capitale, (D’), che ripaga quello inizialmente investito, accrescendolo di un profitto (‘). Profitto è il nome monetario del plusvalore (pv). 

La composizione organica

Per dare vita al processo produttivo di plusvalore, il capitale iniziale (C) viene investito nell’acquisto dei mezzi di produzione (capitale costante, c) e nella forza lavoro (capitale variabile, v) necessaria ad animarli. La composizione organica del capitale investito, CO, è il rapporto tra questi due termini. Il rapporto nel quale l’investimento viene suddiviso tra mezzi di produzione, c, e la spesa in salari, v.

La formula della composizione organica del capitale pertanto è: CO=c/v

L’IA è “Lavoro morto accumulato” a tutti gli effetti, quindi capitale costante, c: l’algoritmo, i supporti sui quali giri e le immense memorie ivi depositate sono di fatto il cristallizzarsi di milioni di ore di lavoro umano passato. La composizione organica sale.

Il saggio del plusvalore, o dello sfruttamento

Il saggio del plusvalore (S) ci dice quanto intensamente viene sfruttata la forza lavoro. È il rapporto tra quanta parte del valore prodotto dall’operaio vada al padrone sotto forma di plusvalore, pv, e quanta torni all’operaio sotto forma di salario, v. La formula del saggio di sfruttamento è S=pv/v.

Al fine di aumentare i profitti, i capitalisti sono alla continua ricerca di modi per incrementare la produttività del lavoro, il saggio del plusvalore. Ce ne sono fondamentalmente tre:

  • massimizzare la divisione del lavoro, di modo che ognuno si debba dedicare ad una sola semplice mansione.
  • il plusvalore assoluto: mantenendo la medesima composizione organica – e quindi senza intervento tecnologico – e a parità di stipendio, vengono aumentati i ritmi di produzione, allungata la giornata lavorativa,  eliminati i tempi morti, razionalizzati gli spostamenti;
  • il plusvalore relativo: macchinari sempre più performanti aumentano la capacità produttiva del singolo lavoratore, fermo restando il suo salario. Il lavoratore riproduce il suo salario con una parte sempre minore del prodotto della propria giornata lavorativa, mentre la restante parte del prodotto quotidiano viene interamente intascata dal padrone;

Se i primi due ultimi metodi incontrano dei limiti naturali nella fisiologia umana e nella giornata di 24 ore, solo il plusvalore relativo è potenzialmente senza limiti. È quindi qui che si concentrano la vita e lo sviluppo del capitale, l’evoluzione dei processi produttivi. 

L’introduzione di nuove tecnologie accompagna tutta la storia del capitalismo. Il suo fine è aumentare la produttività del lavoro, il numero di merci prodotte in una singola giornata dal singolo operaio. L’ammodernamento tecnologico altera però la composizione organica del capitale. Mentre il capitale costante c aumenta, in proporzione il capitale variabile umano v diminuisce. Di conseguenza il contenuto di lavoro operaio presente nella singola merce si riduce. L’operaio produce molte più merci di prima, riproduce il suo salario in un tempo minore, ma le merci incapsulano una quantità inferiore di lavoro vivo e quindi, in ultima istanza, perdono di valore. I margini di guadagno sulla singola merce venduta cadono. Essendo ora la produzione complessiva aumentata, può aumentare anche la massa del profitto realizzato, ma, in realtà, in rapporto al capitale che è stato anticipato, la quantità di profitto realizzato sta calando. Capiamo meglio questa cosa.

Il capitalista che, per primo, ha introdotto l’innovazione (per esempio ha automatizzato la sua attività con l’IA licenziando la maggior parte dei dipendenti) a questo punto ha una grande quantità di merci prodotte, ma con un valore (contenuto di lavoro umano) inferiore a quello dei concorrenti. Quando vende le sue merci sul mercato lo fa al prezzo medio, che è più alto di quello che ha speso lui, perché il prezzo medio è determinato dal valore delle produzioni tecnologicamente arretrate. Vendendo il suo prodotto al prezzo medio il capitalista innovatore realizza un soprapprofitto, si appropria anche di parte del plusvalore generale prodotto dai concorrenti meno tecnologizzati. 

Con il tempo la nuova tecnologia si diffonde, la concorrenza riallinea l’intero processo produttivo mondiale, i soprapprofitti si esauriscono e i problemi di valorizzazione tornano, peggiori. In questo modo, ciclo dopo ciclo, la composizione organica continua ad aumentare. 

L’unico criterio in base al quale l’innovazione viene introdotta è la sua profittabilità, se la forza lavoro costa molto poco non conviene fare l’importante investimento in tecnologia per sostituirla, non sarebbe vantaggioso. Questo è il motivo per il quale l’innovazione da principio procede a rilento: richiede grandi investimenti. Se invece la nuova tecnologia diventa meno costosa e garantisce profitti maggiori di quelli che si otterrebbero continuando a impiegare la forza lavoro viva alle condizioni presenti, allora non vi è motivo perché il capitalista non la faccia propria, licenziando gli operai in eccesso. Questo è il semplice conto economico che ha regolato il diffondersi più o meno veloce, più o meno contraddittorio, delle nuove tecnologie durante le rivoluzioni industriali che si sono susseguite nel modo di produzione capitalista. Alternando crisi, ristrutturazioni e sviluppo.

Il saggio di profitto

Se le macchine (c) si limitano a trasferire parte del loro valore nel prodotto finale, è la forza lavoro viva (v) ad aggiungervi il nuovo valore. La differenza tra il valore aggiunto dall’operaio durante la giornata lavorativa e i costi che il padrone deve sostenere per pagare il suo salario si chiama plusvalore (pv). Una volta vendute le merci e ripagate le spese sostenute, il plusvalore viene suddiviso in tre parti: l’interesse da pagare alle banche che hanno anticipato il denaro, la rendita da pagare al proprietario terriero per gli immobili che sono in affitto e gli ammortamenti, e il profitto che finalmente il capitalista può accumulare.

Il saggio del profitto (SdP) è il rapporto tra capitale investito e profitto ottenuto. Più il saggio del profitto è alto, più l’investimento è andato bene. Un saggio del profitto basso indica la via della bancarotta. 

La formula del saggio del profitto è SdP=pv/C, dove C è il capitale complessivo investito. Se C aumenta più di quanto aumenti pv, il saggio cala. Il trucco starebbe nel far crescere la massa del pv più di quanto cresca la massa del capitale che si continua a reinvestire su scala allargata. Ma se per incrementare pv – una volta spremuti al massimo gli operai – è necessario l’ammodernamento tecnologico, ossia aumentare C allora la legge della caduta del saggio continua ad operare come un fattore tendenzialmente inarrestabile, a causare crisi cicliche, lungo tutta la storia del capitalismo. L’impossibilità strutturale, nel lungo termine, di aumentare pv più di quanto aumenti C è la sua condanna.

Le parti costitutive del capitale complessivo, C, sono c, tecnologia e strutture produttive, e v, forza lavoro. C=c+v. 

La formula completa del saggio del profitto è: plusvalore fratto la somma del capitale costante e del capitale variabile: SdP=pv/c+v.

Data la massa del profitto, se c aumenta, anche se v scende, il denominatore aumenta e il SdP cade: la contraddizione si ripropone su scala allargata.

Si permetta una riflessione ulteriore sulla formula: SdP=pv/c+v. Se a destra dividiamo entrambi i termini – numeratore e denominatore –  per v, otteniamo che SdP=S/CO+1, il saggio del profitto è uguale al rapporto tra Saggio dello sfruttamento e la Composizione Organica. Se la tecnologia CO cresce più velocemente della capacità del capitale di aumentare la produttività S, il saggio di profitto cade. Se l’IA raggiunge costi tali da diffondersi, sarebbe così efficiente che l’accelerarsi della crescita della composizione organica, CO, sarebbe esponenziale. Questo porterebbe al tracollo del saggio del profitto, la sua caduta da tendenziale diverrebbe reale e il capitalismo sprofonderebbe in un malestrom di distruzione e transizione verso future nuove forme sociali e produttive.

L’introduzione dell’IA nel processo produttivo

L’IA non aumenta solo i costi della parte di capitale complessivo investito in mezzi di produzione, c, rispetto a quello investito in lavoro vivo, v, ma trasforma radicalmente la proporzione fisica di questo rapporto. Viene così portato all’estremo il processo di sostituzione delle forza lavoro ad opera delle macchine avviatosi con la macchina a vapore: oggi un solo server (capitale morto) può gestire il lavoro che prima richiedeva migliaia di cervelli (lavoro vivo). Domani quello di milioni. Che tipo di scenari ci aspettano? Una dialettica tra diffusione tecnologica e crisi finanziaria.

Diffusione tecnologica:

  • la ristrutturazione 4.0 del sistema produttivo e distributivo aumenta enormemente la produttività del lavoro, le aziende maggiormente innovative iniziano a ricavare enormi sopraprofitti; 
  • vi è un’espulsione massiva di forza lavoro semplice e complessa, v cade verso lo zero;
  • con v che tende a zero la composizione organica del capitale (c/v) si impenna. La riduzione incrementale della forza lavoro nel processo produttivo, che si automigliora, porta alla riduzione del contenuto in lavoro vivo nelle merci. Le macchine non creano nuovo valore, lo trasferiscono soltanto, anche se sono robot “senzienti”;
  • nel momento in cui l’innovazione (la diffusione dell’applicazione IA) si generalizza: c, continua a crescere, v, tende a 0 e così anche pv tende a zero. Il saggio del profitto inizia a precipitare strangolato dal capitale morto che tende ad assorbire l’intero investimento produttivo, soffocando il plusvalore;
  • a causa della generale espulsione di forza lavoro viva, accompagnata dal contenimento dei salari e dall’incremento dello sfruttamento, mentre la capacità produttiva viene moltiplicata numerose volte, la capacità del mercato di assorbire merci precipita. La base dei consumatori, i lavoratori espulsi, non ha più potere d’acquisto. È il paradosso del capitale che produce troppo per chi ha troppo poco. Il mercato si satura;
  • è la crisi di sovrapproduzione che è innanzitutto sovrapproduzione di capitali e poi di merci;
  • il capitale tende ad applicare le sue classiche controtendenze quali riduzione del costo del lavoro, tagli ai servizi, finanziarizzazione, intervento dello Stato… ma queste non fanno altro che incrementare la massa del debito che incombe sul sistema nel suo complesso.

Crisi finanziaria:

  • gli abnormi investimenti in titoli tecnologici non sono tanto remunerativi quanto previsto e parte di essi si rivela essere mero capitale fittizio. La promessa non è mantenuta. Decine di migliaia di miliardi si volatilizzano (nel 2008 furono 28.000 mld). Saltano i fondi pensione. La bolla 4.0 esplode in crisi economica e finanziaria. Ma con grandezze in gioco molto maggiori di quelle del 2000 e del 2008 e con una tecnologia in rapido sviluppo, capace, con i suoi algoritmi, di influenzare e accelerare il sistema finanziario in forme tutte da scoprire.
  • Le ristrutturazioni innescate dalla crisi diventano la nuova base sulla quale il processo di innovazione riprende a diffondersi.

La dialettica alla quale l’IA espone il sistema nel suo complesso sta tutta qui. I monumentali investimenti che si stanno realizzando oggi porteranno ad un effettivo aumento della produttività, capace di bilanciarli e ripagarli, ma causando un’espulsione massiva di forza lavoro dall’esito devastante, con il conseguente crollo del saggio del profitto? oppure la bolla scoppierà prima che questo accada e migliaia di miliardi di dollari si volatilizzeranno sotto forma di debiti non solvibili e travolgeranno con sé i fondi pensionistici di mezzo mondo? I due momenti si intrecceranno, ma quale ruolo avrà la guerra in tutto questo? E i moti nella crisi, il proletariato 4.0, che ruolo giocheranno?

In tutti i casi l’IA porta all’estremo la contraddizione capitalistica come mai nessuna altra tecnologia avrebbe potuto fare prima.

Approfondiamo.

Licenziamenti e bassi salari

Come osservato nelle analisi più recenti sulla situazione dell’economia statunitense (thenextrecession.wordpress.com), c’è una sfasatura profonda tra la crescita dei mercati finanziari e la realtà stagnante dei salari reali. I dati e le notizie di questo periodo mostrano che la disoccupazione tecnologica non è più solo uno spettro futuro ma una realtà operante che inizia a colpire anche i settori ad alta intensità cognitiva, ossia il sessanta per cento dei posti di lavoro nelle economie avanzate. Con il rischio concreto che metà di questi subisca una riduzione drastica del salario o la scomparsa della propria mansione. Non si tratta solo dell’espulsione fisica di forza lavoro ma di una svalutazione sistematica delle competenze umane che un tempo garantivano la stabilità della classe media. Il lavoro semplice e quello complesso vengono livellati verso il basso mentre gli algoritmi assumono il controllo della scrittura del codice e della gestione analitica – vedi Amazon –, riducendo l’intervento umano a una funzione di mero monitoraggio o di correzione di dati grezzi. Il plusvalore assoluto dà comunque ossigeno al profitto. Ci sono oggi oltre venti milioni di etichettatori di dati per pochi dollari l’ora, nelle periferie del capitale.

Nuova accumulazione, concentrazione e ostacoli

Ogni rivoluzione industriale si afferma attraverso la distruzione dei vecchi modi e strumenti della produzione per far spazio a nuovi rami industriali. Il capitale esistente è legato alle vecchie forme di produzione e a infrastrutture ormai obsolete, subisce una svalutazione brutale. Il valore del nuovo investimento tecnologico aumenta con il diffondersi dei data center che sono i nodi pulsanti dell’intero sistema, e dell’Internet delle cose.

Le big tech concentrano nelle proprie mani i primi dieci titoli del listino statunitense per oltre il 35% del valore totale, superando nettamente le Dot-com del 2000.

Oggi la spesa in conto capitale (Capex) delle Big four (Amazon, Google, Microsoft e Meta) è di 660 miliardi di dollari, superiore al Pil di tutta Israele. Nel 2025 le aziende tecnologiche americane hanno già investito oltre 400 miliardi di dollari in data center e altre infrastrutture necessarie per l’IA, si stima che entro la fine del decennio aumenterà di diciassette volte, fino ai 7.000 mld. Siamo solo all’inizio. La composizione organica del capitale è avviata a raggiungere livelli critici. 

Agisce come freno una non adeguata profittabilità. Gartner (Gennaio 2026) afferma che il 50% dei progetti GenAI viene abbandonato dopo la fase pilota. Altri studi (MIT/CIO 2026) riportano un tasso di fallimento nel generare ROI (Ritorno dell’investimento) del 90% nei primi sei mesi di implementazione.

La bolla

La capitalizzazione di mercato (Market Cap) di Nvidia con 4.600 mld (in rapida ascesa) ha superato il PIL della Germania. All’inizio di ottobre le azioni delle società che dipendono dall’IA rappresentavano il 44% della capitalizzazione di mercato dell’intero indice S&P 500 americano. La forbice tra valore nominale e plusvalore realmente estratto dai processi produttivi è mostruosa. Una ipertrofia finanziaria cerca di contrastare il calo del saggio di profitto reale esponendo l’intero sistema. I capitali anticipati per l’innovazione tecnologica non producono abbastanza nuovo valore. Negli  USA la produttività del lavoro non decolla ancora (ferma al 2,2% nel 2025 – thenextrecession). I grandi monopolisti della rendita digitale scommettono su una produttività che non può tradursi in crescita generalizzata. Meno del 5% delle aziende che hanno implementato l’intelligenza artificiale ha registrato un aumento reale dei margini operativi. Questo è il “paradosso della produttività”: 1) si spendono milioni ma 2) i margini non salgono perché 3) la concorrenza azzera subito il vantaggio. Nel frattempo però l’esercito industriale di riserva cresce, diventa strutturale e il mercato smette di assorbire l’immensa mole di merci e servizi prodotti.

Consumo di risorse

La tecnologia lA gira nei data center perennemente accesi e connessi. Enormi fagocitatori di risorse economiche, energetiche, idriche… che si stanno diffondendo nel pianeta a ritmo serrato, aggravando le conseguenze del cambiamento climatico in atto nei luoghi toccati. 

L’Internet delle cose, IoT

L’Internet delle Cose (IoT) è l’infrastruttura sensoriale che permette all’IA e alla rete di colonizzare la realtà fisica. Non si tratta semplicemente di elettrodomestici connessi, ma di una rete capillare di sensori e attuatori che trasformano ogni oggetto — dai macchinari industriali ai dispositivi portatili, ai sistemi di controllo urbano — in un terminale di raccolta di dati da elaborare. Se l’IA è il cervello della rivoluzione 4.0, l’IoT ne è il sistema nervoso: esso permette all’algoritmo di monitorare, misurare e ottimizzare ogni atomo della produzione e della vita quotidiana in tempo reale.

In ambito produttivo l’IoT agisce come strumento definitivo per l’eliminazione dei “tempi morti”. Attraverso la manutenzione predittiva e la tracciabilità totale, l’IoT riduce il tempo di circolazione delle merci e la necessità di intervento umano nel monitoraggio. Dal punto di vista della valorizzazione, l’IoT espande il capitale costante c in ogni anfratto dell’esistenza, visto che ogni sensore è lavoro morto incaricato di raccogliere dati da rendere produttivi. 

L’esempio di Palantir e l’autoritarismo

La Palantir Technologies, che in un anno ha aumentato il fatturato del 70%, assume un ruolo sistemico. Mentre il saggio di profitto nella produzione civile cade, il capitale si rifugia nelle commesse statali legate alla sicurezza e alla difesa. Palantir non vende semplici software, ma offre la capacità di integrare i dati estratti dall’Internet delle Cose (IoT) per gestire le “popolazioni eccedenti” prodotte dalla disoccupazione tecnologica. Il controllo sociale viene privatizzato e automatizzato. In questo caso il plusvalore viene drenato direttamente dalle casse dello Stato. Palantir, e le altre, sono il braccio tecnologico dell’apparato repressivo. La sorveglianza è diventata una necessità economica: per proteggere la proprietà e sviluppare il mercato il capitale trasforma ogni cittadino in un punto di dati da disciplinare, monitorare e eventualmente reprimere in tempo reale. 

La guerra come ottimizzazione algoritmica

L’integrazione dell’IA nei conflitti moderni trasforma la guerra in un processo di ottimizzazione logistica della distruzione. L’intelligenza artificiale massimizza l’efficacia del “capitale bellico”, riducendo il tempo tra l’individuazione e l’eliminazione del bersaglio, fino ai robot killer.

In questo scenario, la guerra non è solo uno sbocco per la sovrapproduzione di armamenti, ma  anche un test drive per gli algoritmi che si sviluppano e si preparano ai nuovi scenari. La scommessa di Palantir e dell’autoritarismo 4.0 è la gestione autoritaria e algoritmica della crisi.

Il mondo 4.0 che ci offrono.

Lo Stato interviene come garante di un capitale che ha margini di contrattazione sempre più ridotti. Mentre si tagliano i servizi e i salari languono la ricetta è controllo sociale e guerra. La smart city diventa un sistema di controllo e prevenzione. La guerra è lo sbocco necessario per la sovrapproduzione tecnologica bellica, per la distruzione del capitale altrui e per l’apertura di nuovi mercati. L’intelligenza artificiale, integrata nei sistemi di difesa, rende potenzialmente l’uomo superfluo anche sul campo di battaglia, massimizzando le vittime civili. Un consistente esercito industriale inoccupato e militarizzazione dei conflitti rappresentano l’ultima carta di un sistema che cerca la propria salvezza nell’ordine forzato del profitto e nella distruzione dei capitali eccedenti. 

Il nodo imperialista

Vi è un’estrema concentrazione dei mezzi di produzione. Il punto di rottura è anche geografico e fisico. Nonostante i tentativi di differenziare le fonti di approvvigionamento, il nodo di Taiwan TSMC produce per Nvidia il 92% dei chip avanzati mondiali. Senza questo supporto fisico, l’intera piramide del capitale dell’economia tech crollerebbe istantaneamente: Taiwan non è solo uno snodo geopolitico: è la punta della piramide rovesciate su cui poggia l’intera scommessa del capitalismo 4.0.

Ogni anno, nel mondo, si vendono oltre 1000 miliardi di microchip, circa 140 per ogni persona sul pianeta. TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) è l’azienda che ne produce il maggior volume. Secondo i dati del 2024, TSMC detiene una quota di mercato di oltre il 60%, nel settore delle fonderie, le fabbriche di chip. Per l’Europa il 90% dei chip logici e il 70% di quelli usati nei veicoli provengono dall’isola. Un conflitto nello Stretto di Taiwan devasterebbe le catene del valore europee. Il 40% del commercio mondiale passa dallo Stretto e dal Mar Cinese Meridionale: un conflitto in quelle acque, specie se prolungato, imporrebbe a importatori ed esportatori europei costi paragonabili o superiori al blocco del Canale di Suez. (Limes, Così si salva Taiwan in IL TEMPO DELLA CINA – n°12 – 2025)

Conclusione: siamo solo all’inizio, ma il mondo è nostro

Ogni rivoluzione industriale si è accompagnata a profonde crisi economiche e guerre. Tra le caratteristiche della crisi 4.0 vi è la velocità con la quale la nuova tecnologia si diffonde. Con tutte le conseguenze che abbiamo cercato di delineare e molte altre ancora. Emergono due dati: il primo è che l’IA può avere una velocità di diffusione tale da mettere rapidamente in difficoltà l’intero sistema, generando scenari sociali inediti, nei quali potrebbero riprendere in forme nuove i moti nella crisi, che già si manifestano. Il secondo è che se anche questa nuova potente tecnologia non fosse in mano a dei cannibali assetati di profitto, ma a organismi di potere della classe lavoratrice, in una società che supera il profitto, tutto sarebbe differente. Verrebbe utilizzata per i bisogni della comunità umana, favorirebbe una produzione più razionale e attenta, pianificata sui bisogni, aiuterebbe a riparare i danni.

Fonti

1. Economia Politica e Teoria del Valore

  • Marx, K., Il Capitale, Libro III, Sezione III: “La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”.
  • Roberts, M., The Next Recession (2026): “US economy: jobs and AI”. Analisi sull’impatto dell’IA sulla produttività e sul saggio di profitto.
  • Roberts, M., The Next Recession (2026): “AI and creative destruction”. Riflessione sulla svalutazione del capitale obsoleto e l’ascesa dell’IA.

2. Dati Finanziari e Bolla Tech

  • Goldman Sachs Global Strategy Paper: Analisi sulla concentrazione del mercato (S&P 500) dove i primi 10 titoli superano la soglia critica del 35% del valore totale dell’indice.
  • Gartner Research (2025-2026): “Top Strategic Technology Trends”. Dati sul ROI dell’IA generativa (tasso di successo inferiore al 5% nel migliorare i margini operativi netti).
  • Secondo uno studio della RAND Corporation (2024), il tasso di fallimento dei progetti di Intelligenza Artificiale raggiunge l’80%, mentre Gartner stima che almeno il 30-40% dei progetti di IA generativa venga abbandonato subito dopo la fase pilota a causa dell’insostenibilità dei costi operativi.
  • Nvidia Market Cap, Nvidia scala la classifica mondiale. https://companiesmarketcap.com/nvidia/marketcap/
  • Goldman Sachs – “AI: Too much spend, too little payoff?”: Il report fondamentale che mette in dubbio la redditività dell’IA. https://www.goldmansachs.com/insights/top-of-mind/gen-ai-too-much-spend-too-little-benefit

3. Capitale Costante e Investimenti (CapEx, conto capitale)

  • La scommessa da 660 miliardi sull’Ai: ecco perché Big tech ora spaventa Wall Street (e la parola «Capex» è diventata un incubo), Corriere della sera, 6 febbraio 2026

https://www.corriere.it/economia/finanza/26_febbraio_06/la-scommessa-da-660-miliardi-sull-ai-ecco-perche-big-tech-ora-spaventa-wall-street-e-la-parola-capex-e-diventata-un-incubo-8b3be5bc-8c79-45f2-93d2-efcc0930axlk.shtml

4. Lavoro e Disoccupazione Tecnologica

5. Debito e Macroeconomia

  • IIF (Institute of International Finance): “Global Debt Monitor”. Dato sul debito globale totale ($315 trilioni) e rapporto debito/PIL globale (>330%).
  • U.S. Treasury / Congressional Budget Office (CBO): dati del Dipartimento del Tesoro USA di febbraio 2026 mostrano che il debito ha già superato i 38,7 trilioni di dollari, crescendo a un ritmo di 1 trilione ogni circa 100 giorni
  • ​​L’IIF (Institute of International Finance) conferma un debito totale di circa 346 trilioni di dollari, con un rapporto debito/PIL che ha superato il 310-330% a seconda delle aree geografiche.
  • https://blog.geografia.deascuola.it/articoli/i-numeri-della-geografia-7-chi-produce-piu-microchip-nel-mondo

il sito di tsmc: https://www.tsmc.com/


Crisis 4.0 – We are only at the beginning

The capitalist industrial revolution:

  • 1.0: The steam engine and mechanization (late 1700s).
  • 2.0: Electricity, the assembly line, and mass production (late 1800s).
  • 3.0: Information technology and partial automation (1970s).
  • 4.0: Artificial Intelligence, Big Data, the Internet of Things (today).

Capitalism 4.0

Artificial intelligence is a technology of a new type, capable of making all production processes leap forward with a speed superior to the previous ones. We therefore speak of the fourth industrial revolution, or of technology 4.0. It consists of intelligent algorithms and software, running on increasingly complex and expensive platforms, capable of analyzing, categorizing, and comparing immense volumes of data.

For the first time, with AI, the “General Intellect” (social knowledge, today accumulated in digitized form) detaches itself from the body of the worker to fully incarnate itself in the machine, is available to practically anyone, and has developed to the point of taking autonomous decisions.

Its impact on the mode of production and distribution in the first instance occurs:

  • In the autonomous capacity to write software code, relegating the human function to mere control and collection of raw data;
  • Up to machines that autonomously program their own more advanced and superior version, towards Artificial General Intelligence;
  • In the reduction of maintenance costs, thanks to machines that self-monitor and self-repair;
  • In the factory and in companies, in the possibility of replacing with intelligent robots not only the simple labor force, but also the complex one of technicians and clerical sectors (white collars);
  • In the capacity to optimize the speed of circulation of goods in logistics;
  • There are then an infinity of sectors linked to law, finance, medicine, accounting, consultancy, writing, translation, design, analysis, customer assistance, marketing, creativity… on which AI will have an enormous impact.

Let us try to analyze the matter with the tools of the critique of political economy.

The fundamental formula

What does capital produce? Surplus value. Its ultimate end, and reason for living, is that. The fundamental formula is D-M-D’. An investment in Money-capital (D) serves to produce Commodities (M) which, once sold on the market, realize a new capital (D’), which repays the one initially invested, increasing it by a profit (‘). Profit is the monetary name of surplus value (pv).

The organic composition

To give life to the production process of surplus value, the initial capital (C) is invested in the purchase of means of production (constant capital, c) and in the labor force (variable capital, v) necessary to animate them. The organic composition of the invested capital, CO, is the ratio between these two terms. The ratio in which the investment is divided between means of production, c, and the expenditure on wages, v.

The formula of the organic composition of capital therefore is: CO=c/v

AI is “Accumulated dead labor” in all respects, therefore constant capital, c: the algorithm, the supports on which it runs, and the immense memories deposited therein are in fact the crystallization of millions of hours of past human labor. The organic composition rises.

The rate of surplus value, or of exploitation

The rate of surplus value (S) tells us how intensely the labor force is exploited. It is the ratio between how much part of the value produced by the worker goes to the master in the form of surplus value, pv, and how much returns to the worker in the form of wage, v. The formula of the rate of exploitation is S=pv/v.

In order to increase profits, capitalists are in continuous search of ways to increase the productivity of labor, the rate of surplus value. There are fundamentally three:

  1. Maximize the division of labor, so that everyone must dedicate themselves to only one simple task.
  2. Absolute surplus value: maintaining the same organic composition – and therefore without technological intervention – and with the same salary, production rhythms are increased, the working day is lengthened, dead times are eliminated, movements are rationalized.
  3. Relative surplus value: increasingly performing machinery increases the productive capacity of the individual worker, his salary remaining fixed. The worker reproduces his salary with an ever smaller part of the product of his own working day, while the remaining part of the daily product is entirely pocketed by the master.

If the first two methods encounter natural limits in human physiology and in the 24-hour day, only relative surplus value is potentially without limits. It is therefore here that the life and development of capital, the evolution of production processes, are concentrated.

The introduction of new technologies accompanies the entire history of capitalism. Its end is to increase the productivity of labor, the number of goods produced in a single day by the single worker. Technological modernization, however, alters the organic composition of capital. While the constant capital c increases, in proportion the human variable capital v decreases. Consequently, the content of worker labor present in the single commodity is reduced. The worker produces many more goods than before, reproduces his salary in a shorter time, but the goods encapsulate a lower quantity of living labor and therefore, in the final instance, lose value. The profit margins on the single commodity sold fall. Since the overall production has now increased, the mass of the realized profit can also increase, but, in reality, in relation to the capital that was advanced, the quantity of realized profit is falling. Let us understand this better.

The capitalist who, first, introduced the innovation (for example has automated his activity with AI, firing the majority of employees) at this point has a large quantity of goods produced, but with a value (human labor content) lower than that of the competitors. When he sells his goods on the market, he does so at the average price, which is higher than what he spent, because the average price is determined by the value of technologically backward productions. By selling his product at the average price, the innovating capitalist realizes a surplus profit, he also appropriates part of the general surplus value produced by the less technologized competitors.

With time, the new technology spreads, competition realigns the entire world production process, the surplus profits are exhausted, and the problems of valorization return, worse. In this way, cycle after cycle, the organic composition continues to increase.

The only criterion on the basis of which innovation is introduced is its profitability; if the labor force costs very little, it is not convenient to make the important investment in technology to replace it, it would not be advantageous. This is the reason why innovation at first proceeds slowly: it requires large investments. If, instead, the new technology becomes less expensive and guarantees greater profits than those that would be obtained by continuing to employ the living labor force at the present conditions, then there is no reason why the capitalist should not make it his own, firing the workers in excess. This is the simple economic account that has regulated the more or less fast, more or less contradictory, spread of new technologies during the industrial revolutions that have followed one another in the capitalist mode of production. Alternating crises, restructurings, and development.

The rate of profit

If the machines (c) limit themselves to transferring part of their value into the final product, it is the living labor force (v) that adds the new value to it. The difference between the value added by the worker during the working day and the costs that the master must sustain to pay his salary is called surplus value (pv). Once the goods are sold and the expenses sustained are repaid, the surplus value is divided into three parts: the interest to be paid to the banks that advanced the money, the rent to be paid to the landowner for the buildings that are rented and the amortizations, and the profit that finally the capitalist can accumulate.

The rate of profit (SdP) is the ratio between invested capital and obtained profit. The higher the rate of profit, the better the investment went. A low rate of profit indicates the path of bankruptcy.

The formula of the rate of profit is SdP=pv/C, where C is the overall invested capital. If C increases more than pv increases, the rate falls. The trick would consist in making the mass of the pv grow more than the mass of the capital that continues to be reinvested on an enlarged scale grows. But if to increase pv – once the workers have been squeezed to the maximum – technological modernization is necessary, that is to increase C, then the law of the fall of the rate continues to operate as a potentially unstoppable factor, to cause cyclical crises, along all the history of capitalism. The structural impossibility, in the long term, of increasing pv more than C increases is its condemnation.

The constitutive parts of the overall capital, C, are c, technology and production structures, and v, labor force. C=c+v.

The complete formula of the rate of profit is: surplus value over the sum of constant capital and variable capital: SdP=pv/c+v.

Given the mass of profit, if c increases, even if v goes down, the denominator increases and the SdP falls: the contradiction proposes itself again on an enlarged scale.

Allow a further reflection on the formula: SdP=pv/c+v. If on the right we divide both terms – numerator and denominator – by v, we obtain that SdP=S/CO+1, the rate of profit is equal to the ratio between Rate of exploitation and the Organic Composition. If the technology CO grows faster than the capacity of capital to increase productivity S, the rate of profit falls. If AI reaches such costs as to spread, it would be so efficient that the acceleration of the growth of the organic composition, CO, would be exponential. This would lead to the collapse of the rate of profit, its fall from tendential would become real and capitalism would sink into a maelstrom of destruction and transition towards future new social and productive forms.

The introduction of AI in the production process

AI does not only increase the costs of the part of overall capital invested in means of production, c, compared to that invested in living labor, v, but radically transforms the physical proportion of this relationship. The process of replacement of the labor force by machines, started with the steam engine, is thus taken to the extreme: today a single server (dead capital) can manage the work that previously required thousands of brains (living labor). Tomorrow that of millions. What kind of scenarios await us? A dialectic between technological diffusion and financial crisis.

Technological diffusion:

  • The 4.0 restructuring of the production and distribution system enormously increases the productivity of labor, the most innovative companies start to obtain enormous surplus profits;
  • There is a massive expulsion of simple and complex labor force, v falls towards zero;
  • With v tending to zero, the organic composition of capital (c/v) soars. The incremental reduction of the labor force in the production process, which self-improves, leads to the reduction of the living labor content in commodities. Machines do not create new value, they only transfer it, even if they are “sentient” robots;
  • In the moment in which the innovation (the diffusion of the AI application) generalizes: c continues to grow, v tends to 0 and thus also pv tends to zero. The rate of profit starts to plummet strangled by the dead capital that tends to absorb the entire production investment, suffocating the surplus value;
  • Because of the general expulsion of living labor force, accompanied by the containment of salaries and by the increase of exploitation, while the productive capacity is multiplied numerous times, the capacity of the market to absorb commodities plummets. The consumer base, the expelled workers, no longer has purchasing power. It is the paradox of capital that produces too much for those who have too little. The market becomes saturated;
  • It is the crisis of overproduction which is first of all overproduction of capitals and then of commodities;
  • Capital tends to apply its classic counter-tendencies such as reduction of the cost of labor, cuts to services, financialization, intervention of the State… but these do nothing but increase the mass of debt that looms over the system as a whole.

Financial crisis:

  • The abnormal investments in technological titles are not as remunerative as predicted and part of them reveals itself to be mere fictitious capital. The promise is not kept. Tens of thousands of billions volatilize (in 2008 they were 28,000 billion). Pension funds collapse. The 4.0 bubble explodes in economic and financial crisis. But with magnitudes at stake much greater than those of 2000 and 2008 and with a technology in rapid development, capable, with its algorithms, of influencing and accelerating the financial system in forms all to be discovered.

The restructurings triggered by the crisis become the new base on which the process of innovation starts to spread again.

The dialectic to which AI exposes the system as a whole is all here. Will the monumental investments that are being realized today lead to an effective increase in productivity, capable of balancing and repaying them, but causing a massive expulsion of labor force with a devastating outcome, with the consequent collapse of the rate of profit? Or will the bubble burst before this happens and thousands of billions of dollars will volatilize in the form of non-solvent debts and will overwhelm with them the pension funds of half the world? The two moments will intertwine, but what role will war have in all this? And the riots in the crisis, the 4.0 proletariat, what role will they play?

In all cases, AI takes the capitalist contradiction to the extreme as no other technology could have done before.

Let us deepen.

Layoffs and low wages

As observed in the most recent analyses on the situation of the US economy (thenextrecession.wordpress.com), there is a deep lag between the growth of financial markets and the stagnant reality of real wages. The data and news of this period show that technological unemployment is no longer just a future specter but an operating reality that is starting to hit even the high cognitive intensity sectors, that is sixty percent of jobs in advanced economies. With the concrete risk that half of these suffer a drastic reduction of the salary or the disappearance of their task. It is not just about the physical expulsion of labor force but a systematic devaluation of human skills that once guaranteed the stability of the middle class. Simple and complex labor are leveled downwards while algorithms assume control of the writing of code and analytical management – see Amazon –, reducing human intervention to a function of mere monitoring or correction of raw data. Absolute surplus value nonetheless gives oxygen to profit. There are today over twenty million data labelers for a few dollars an hour, in the peripheries of capital.

New accumulation, concentration, and obstacles

Every industrial revolution asserts itself through the destruction of old modes and instruments of production to make room for new industrial branches. Existing capital is tied to old forms of production and to infrastructures by now obsolete, it suffers a brutal devaluation. The value of the new technological investment increases with the spread of data centers, which are the pulsing nodes of the entire system, and of the Internet of Things.

Big Tech concentrates in its own hands the first ten titles of the US list for over 35% of the total value, clearly surpassing the Dot-coms of 2000.

Today the capital expenditure (Capex) of the Big four (Amazon, Google, Microsoft, and Meta) is 660 billion dollars, superior to the GDP of all Israel. In 2025 American technological companies have already invested over 400 billion dollars in data centers and other infrastructures necessary for AI, it is estimated that by the end of the decade it will increase seventeen times, up to 7,000 billion. We are only at the beginning. The organic composition of capital is headed to reach critical levels.

An inadequate profitability acts as a brake. Gartner (January 2026) states that 50% of GenAI projects are abandoned after the pilot phase. Other studies (MIT/CIO 2026) report a failure rate in generating ROI (Return on Investment) of 90% in the first six months of implementation.

The bubble

The market capitalization (Market Cap) of Nvidia with 4,600 billion (in rapid ascent) has surpassed the GDP of Germany. At the beginning of October, the shares of companies that depend on AI represented 44% of the market capitalization of the entire American S&P 500 index. The gap between nominal value and surplus value really extracted from production processes is monstrous. A financial hypertrophy seeks to contrast the fall of the real rate of profit exposing the entire system. The capitals advanced for technological innovation do not produce enough new value. In the USA, labor productivity does not take off yet (stuck at 2.2% in 2025 – thenextrecession). The great monopolists of digital rent bet on a productivity that cannot translate into generalized growth. Less than 5% of companies that have implemented artificial intelligence have recorded a real increase in operating margins. This is the “productivity paradox”: 1) millions are spent but 2) margins do not rise because 3) competition immediately resets the advantage. In the meantime, however, the industrial reserve army grows, becomes structural, and the market stops absorbing the immense volume of goods and services produced.

Resource consumption

AI technology runs in data centers perpetually on and connected. Enormous swallowers of economic, energetic, water resources… which are spreading in the planet at a fast pace, aggravating the consequences of the climate change in progress in the places touched.

The Internet of Things, IoT

The Internet of Things (IoT) is the sensory infrastructure that allows AI and the network to colonize physical reality. It is not simply about connected appliances, but a capillary network of sensors and actuators that transform every object — from industrial machinery to portable devices, to urban control systems — into a terminal for data collection to be processed. If AI is the brain of the 4.0 revolution, IoT is its nervous system: it allows the algorithm to monitor, measure, and optimize every atom of production and daily life in real time.

In the production field, IoT acts as the definitive tool for the elimination of “dead times”. Through predictive maintenance and total traceability, IoT reduces the time of circulation of goods and the necessity of human intervention in monitoring. From the point of view of valorization, IoT expands the constant capital c in every nook of existence, given that every sensor is dead labor tasked with collecting data to be made productive.

The example of Palantir and authoritarianism

Palantir Technologies, which in one year increased its turnover by 70%, assumes a systemic role. While the rate of profit in civilian production falls, capital takes refuge in state orders linked to security and defense. Palantir does not sell simple software, but offers the capacity to integrate data extracted from the Internet of Things (IoT) to manage the “surplus populations” produced by technological unemployment. Social control is privatized and automated. In this case, the surplus value is drained directly from the state coffers. Palantir, and the others, are the technological arm of the repressive apparatus. Surveillance has become an economic necessity: to protect property and develop the market, capital transforms every citizen into a data point to be disciplined, monitored, and eventually repressed in real time.

War as algorithmic optimization

The integration of AI in modern conflicts transforms war into a process of logistical optimization of destruction. Artificial intelligence maximizes the efficacy of “war capital”, reducing the time between the identification and the elimination of the target, up to killer robots.

In this scenario, war is not only an outlet for the overproduction of armaments, but also a test drive for the algorithms that develop and prepare for new scenarios. The bet of Palantir and of 4.0 authoritarianism is the authoritarian and algorithmic management of the crisis.

The 4.0 world they offer us

The State intervenes as a guarantor of a capital that has increasingly reduced margins of negotiation. While services are cut and wages languish, the recipe is social control and war. The smart city becomes a system of control and prevention. War is the necessary outlet for technological war overproduction, for the destruction of others’ capital and for the opening of new markets. Artificial intelligence, integrated into defense systems, potentially makes man superfluous even on the battlefield, maximizing civilian victims. A consistent unoccupied industrial army and militarization of conflicts represent the last card of a system that seeks its own salvation in the forced order of profit and in the destruction of surplus capitals.

The imperialist node

There is an extreme concentration of the means of production. The breaking point is also geographical and physical. Despite attempts to differentiate sources of supply, the node of Taiwan TSMC produces for Nvidia 92% of the world’s advanced chips. Without this physical support, the entire pyramid of the capital of the tech economy would collapse instantaneously: Taiwan is not only a geopolitical junction: it is the tip of the inverted pyramid on which the entire bet of capitalism 4.0 rests.

Every year, in the world, over 1000 billion microchips are sold, about 140 for every person on the planet. TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) is the company that produces the largest volume of them. According to 2024 data, TSMC holds a market share of over 60% in the sector of foundries, the chip factories. For Europe, 90% of logical chips and 70% of those used in vehicles come from the island. A conflict in the Taiwan Strait would devastate European value chains. 40% of world trade passes through the Strait and the South China Sea: a conflict in those waters, especially if prolonged, would impose on European importers and exporters costs comparable or superior to the blockade of the Suez Canal. (Limes, Così si salva Taiwan in IL TEMPO DELLA CINA – n°12 – 2025)

Conclusion: we are only at the beginning, but the world is ours

Every industrial revolution has been accompanied by deep economic crises and wars. Among the characteristics of crisis 4.0 there is the speed with which the new technology spreads. With all the consequences we have tried to outline and many others still. Two facts emerge: the first is that AI can have such a speed of diffusion as to rapidly put the entire system in difficulty, generating unprecedented social scenarios, in which the riots in the crisis, which already manifest themselves, could resume in new forms. The second is that even if this powerful new technology were not in the hands of profit-hungry cannibals, but in the hands of power organisms of the working class, in a society that overcomes profit, everything would be different. It would be used for the needs of the human community, it would favor a more rational and careful production, planned on needs, it would help to repair the damages.

ia translated, sorry for mistakes.



Una replica a “Crisi 4.0 – Siamo solo all’inizio”

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