Tendenze autoritarie – Una sintesi


Authoritarian Tendencies: A Summary

Operai ex Ilva forzano il blocco della polizia

Per una discussione e un confronto ulteriore su ciò che abbiamo prodotto nell’ ultimo periodo, ci è parso utile un ulteriore intervento volto a sistematizzare alcune tematiche e   nodi politici che abbiamo affrontato. Abbiamo scelto la forma dell’auto intervista perchè la riteniamo  funzionale allo scopo desiderato.

D. – Ultimamente il vostro contributo politico ha puntato l’attenzione su aspetti quali la ripresa dell’iniziativa di classe a livello internazionale, in particolare nei paesi del sud del mondo, affiancando a ciò la lettura e la presa di posizione contro la crisi e  le guerre del capitale che si vanno sviluppando. In particolare avete posto l’obiettivo sugli avanzanti processi di ridefinizione autoritaria degli stati, in particolare negli USA e in italia. Perché tale scelta?

R. – Non siamo noi che scegliamo gli argomenti. È la realtà concreta che ce li pone davanti. Siamo di fronte a problemi che si intrecciano fra loro.  Volta per volta affrontarli ha significato cercare di mettere al centro il problema di come il proletariato fa i conti con le questioni che dicevi e al contempo cercare di far emergere il risvolto degli interessi proletari. 

D. – Avete parlato nello specifico di una “accelerazione” del processo di ridefinizione autoritaria degli stati imperialisti, in particolar modo in Italia. Perché sottolineate il termine “accelerazione”?

R. – Tutti i processi sono strettamente interconnessi. In particolar modo il livello della crisi del capitale a livello internazionale che si intreccia con l’avanzare dei processi di guerra e di partecipazione di ogni paese imperialista alla contesa globale. Queste costituiscono dinamiche che si riversano interamente nei rapporti sociali fra le classi. Non si tratta solo di “parole neutre” per la nostra classe. Da parte borghese significano politiche concrete di chiaro segno antiproletario e controrivoluzionario. Il passaggio dal welfare al warfare, ossia all’economia di guerra; l’espandersi a macchia d’olio del lavoro povero, precario e ipersfruttato; l’allargamento ad una base sempre piu’ larga di popolazione della precarietà delle proprie condizioni di esistenza, sono la materializzazione di una realta’ che va mutando velocemente. La borghesia più che mai ha bisogno di pace sociale impellente di mantenere la pace sociale. Una pace sociale imposta che ha il suo fondamento nella criminalizzazione e nella neutralizzazione preventiva di ogni forma conflittuale che la classe possa mettere in piedi. Ormai – questo il dato fondamentale – si sono spostati, se non cancellati, i termini della mediazione tra interessi contrapposti. Ovvero, per la borghesia si tratta sempre più di affinare gli strumenti, di costruire gabbie, sempre più funzionali al contenimento e alla prevenzione di ogni conflittualità di classe. Il bambino va ammazzato nella culla. 

D. – Alcuni compagni parlano apertamente di un ritorno al fascismo, o comunque di un processo di una “fascistizzazione” in atto. Vi trovate d’accordo con questa affermazione?

R. – Non ci interessano molto le definizioni in sé, specie se rimandano a logiche neo-resistenziali, di fatto collaterali a settori borghesi “di sinistra”. A nostro avviso l’autoritarismo che avanza lo fa mantenendo ferma la cornice formale degli assetti democratico-borghesi. Aldilà delle definizioni, la questione è misurare concretamente questo processo nei suoi effetti sul proletariato e sulla sua capacità di mettere in campo  espressioni conflittuali. Come già abbiamo avuto modo di mettere in risalto, siamo di fronte ad un’ulteriore tappa di un processo di  lungo periodo. Processo in cui sono ben assestate dentro l’impianto borghese tanto le politiche emergenziali che hanno contraddistinto il rapporto di classe nel suo maturare, quanto le politiche rispondenti alla gestione del conflitto di classe stesso rispetto alle necessità borghesi nella crisi. Oggi siamo ad un ulteriore salto in avanti. Sicuramente anche misurato e utilizzato sulla base delle condizioni politiche del momento. 

D. – Concretamente a cosa vi riferite ?

R. – Se ci guardiamo appena dietro alle spalle vediamo come settori di classe riconducibili al sindacato, ma anche più largamente e in modo variegato a ciò che si autodefinisce “opposizione sociale”, abbiano fatto sentire la loro voce e il loro peso all’interno delle dinamiche conflittuali. Nulla di eccezionale per carità e proprio per i caratteri messi in campo, facilmente riassorbibili. Pensiamo alla manifestazione dei diecimila operai a Bologna del 20 giugno 2025 che ha portato all’occupazione della tangenziale per 45 minuti; alla protesta degli operai Ex-Ilva di genova, culminata negli scontri del 4 dicembre; agli scioperi massicci e partecipati, come non si vedeva da anni, del 27 settembre e del 3 ottobre che hanno sostenuto l’iniziativa della “Freedom flotilla”. Si è trattato di avvenimenti che hanno sicuramente smosso il termometro sociale. Accanto alla gestione accorta nell’immediatezza delle mobilitazioni, si è mossa a maggior ragione la consapevolezza, da parte della classe dirigente, della necessità di concretizzare un ulteriore passaggio di gestione autoritaria del conflitto fra le classi. La questione dei centri sociali e del loro sgombero è un ulteriore elemento concreto di questo passaggio, il cui carattere di validità generale va a spalmarsi su tutte le espressioni di classe. Il radical-riformismo – nei suoi vari accenti, compagini e forze – ha di fatto caricato su di sé, e intorno alla propria capacità di mobilitazione, tutta una fase, pagando spesso un caro prezzo. Per questo va oggi eliminato, o posto ai margini estremi di quel poco di conflitto che è dato. Ma come abbiamo detto il problema è tutta la nostra classe. È stata la borghesia che ha posto il terreno di radicalizzazione dello scontro definendolo intorno ai propri interessi e che lo fa con tutte la forza e le armi che ha a sua disposizione. In ciò non c’è nulla di equiparabile tout-court al passato. Anche se le ricette possono somigliarsi. Anche da questo punto di vista siamo entrati appieno, per chi non se ne fosse ancora reso conto, nella fase che rimanda alla guerra imperialista. Per questo tutto ciò che può maturare dalla nostra classe necessita, dal punto di vista della classe dominante, di costante contenimento e prevenzione. Al contempo pone alla borghesia la questione di una irreggimentazione piu’ generale dei rapporti sociali, funzionale ai suoi obiettivi.

D. – Cosa intendete con “irreggimentazione”?

R. – “Irreggimentare”, quantomeno nel significato che gli diamo noi al termine, significa che la gestione del “tallone di ferro” non può semplicemente essere lasciata a sé stessa. Significa allora dargli un elemento funzionale alle stesse politiche che la borghesia mette in campo a cui corrispondono i problemi che impone all’opinione pubblica attraverso i potentissimi mezzi di comunicazione di cui dispone. La lotta al “degrado”, per la “sicurezza” sono il finto aspetto sociale necessari a legittimare il suo intervento dentro il tessuto proletario. Ciò produce ulteriore criminalizzazione, e gerarchizzazione dei rapporti sociali attraverso le campagne volte a fomentare la lotta fra poveri, specie verso le figure più deboli socialmente. Il “nemico”, oramai sdoganato come concetto generale, è sempre quello che ti sta accanto o, meglio, sotto. Mai quello di sopra. “Irreggimentare” significa, sulla base del silenzio operaio e proletario imposto con la forza, si possono ulteriormente rivedere i conciliaboli corporativi con cui fare “accordi” formali contro gli interessi stessi della classe operaia e per gli interessi del padronato e così costruire ulteriori gabbie alla lotta di classe. Si mettono sempre in campo ulteriori linee rosse: chi sta di qua bene, chi sta di là son cavoli amari. “Irreggimentare” significa, sulla base del silenziamento e della criminalizzazione delle lotte studentesche, dare materialità a tutti quei processi di costruzione della gioventù intesa (dalla borghesia) come fondamentale risorsa strategica per i propri progetti, funzionale allo sfruttamento intensivo oggi e alla carne da cannone domani. Questi sono solo alcuni esempi. La costante unificante è il perpetuare la sconfitta della classe e la messa al bando, o ai margini estremi e senza peso effettivo, di ogni ipotesi di autonoma alternativa. 

D. – Non è un quadro esaltante

R. – Sicuramente. Ma è il quadro reale, espresso dagli attuali rapporti di forza. Tutto ciò segna un elemento di discontinuità con la situazione antecedente al 2020. Il vasto fronte del radical-riformismo allo stato riprende la tematica dell’“agibilità politica” dentro quella che appare essere una tematica di resistenza dei vecchi spazi e forme dell’agire politico, da sostenere con l’allargarsi delle mobilitazioni per contrastare l’erosione delle posizioni che l’intervento dello Stato produce. Ma la questione dell’“agibilità politica” è anch’essa un nodo contraddittorio perché può anche avere il suo ruolo lì dove è elemento di denuncia e pratica politica contro l’autoritarismo borghese, se vincolata ad una prospettiva di classe. Ma, al contrario, se, com’è, è sganciata da questa prospettiva e limitata a meccanismi di autoreferenzialità e autoriproduzione del radical-riformismo stesso, finisce per vincolarsi a posizioni astrattamente democraticiste. Con altrettanta sicurezza siamo convinti che la semplice critica al radical-riformismo non esaurisca il problema. L’agire comunista è sempre dato all’interno di una situazione materiale. Al contempo è sia un problema di prospettiva che di sviluppo  politico-pratico della propria azione, nella condizione obiettiva. Non si tratta semplicemente di un problema di “linea giusta” ma dello sviluppo della propria iniziativa dentro una condizione altamente avversa. Questo problema non lo si risolve con questioni teoriche – per quanto importanti esse siano – , né appellandosi alla “ripresa di iniziativa di classe” o alla necessità del Partito, come un miraggio nel deserto. La classe, nella sua generalità, e la classe operaia nella sua specificità non vive nel vuoto pneumatico. I suoi problemi di organizzazione e ripresa dell’iniziativa si scontrano anch’essi con i processi in campo. Per quello che ci riguarda, e dalla nostra posizione marginale non abbiamo ricette generali, sicuramente approcci parziali si, da confrontare nella verifica data sul campo, nella nostra attività.

Authoritarian Tendencies: A Summary
To facilitate further discussion and comparison regarding our recent production, we felt it useful to provide a further intervention aimed at systematizing some of the themes and political cruxes we have addressed. We have chosen the form of a self-interview because we believe it is functional to this purpose.
Q: Lately, your political contribution has focused on aspects such as the resurgence of class initiative at an international level, particularly in the countries of the Global South, alongside an analysis and a stance against the developing crises and wars of capital. Specifically, you have focused on the advancing processes of the authoritarian redefinition of states, particularly in the US and Italy. Why this choice?
A: We do not choose the topics. Concrete reality places them before us. We are facing problems that are intertwined. Addressing them time and again has meant trying to center the problem of how the proletariat deals with the issues you mentioned, while simultaneously attempting to bring the implications for proletarian interests to the surface.
Q: You have spoken specifically of an “acceleration” of the process of authoritarian redefinition of imperialist states, especially in Italy. Why do you emphasize the term “acceleration”?
A: All processes are closely interconnected—particularly the level of the international crisis of capital, which is intertwined with the advancement of war processes and the participation of every imperialist country in the global contention. These are dynamics that pour entirely into the social relations between classes. These are not just “neutral words” for our class. From the bourgeois side, they signify concrete policies with a clear anti-proletarian and counter-revolutionary character. The transition from welfare to warfare—that is, to a war economy; the mushrooming of low-wage, precarious, and hyper-exploited labor; the expansion of precarious living conditions to an ever-wider base of the population: these are the materialization of a reality that is changing rapidly. More than ever, the bourgeoisie has an urgent need to maintain social peace. An imposed social peace that finds its foundation in the criminalization and preventive neutralization of every form of conflict that the class might mount. By now—and this is the fundamental fact—the terms of mediation between opposing interests have shifted, if not been erased. That is to say, for the bourgeoisie, it is increasingly a matter of refining instruments and building cages that are ever more functional for the containment and prevention of any class conflict. The baby must be killed in the cradle.
Q: Some comrades speak openly of a return to fascism, or at least of an ongoing process of “fascistization.” Do you agree with this statement?
A: We are not very interested in definitions in themselves, especially if they refer to “neo-resistance” logics, which are effectively collateral to “left-wing” bourgeois sectors. In our view, the advancing authoritarianism does so while maintaining the formal framework of bourgeois-democratic arrangements. Beyond definitions, the issue is to concretely measure this process in its effects on the proletariat and its ability to deploy expressions of conflict. As we have already had occasion to highlight, we are facing a further stage of a long-term process—a process in which both the “emergency” policies that have characterized the maturation of class relations, and the policies responding to the management of class conflict relative to bourgeois needs in the crisis, are well-established within the bourgeois structure. Today, we are at a further leap forward, certainly measured and utilized on the basis of the political conditions of the moment.
Q: Specifically, what are you referring to?
A: If we look just behind us, we see how class sectors linked to trade unions, but also more broadly and diversely to what defines itself as “social opposition,” have made their voices and weight felt within the dynamics of conflict. Nothing exceptional, mind you, and—precisely because of the characteristics they displayed—easily reabsorbed. We think of the demonstration of ten thousand workers in Bologna on June 20, 2025, which led to the occupation of the ring road for 45 minutes; the protest of the Ex-Ilva workers in Genoa, culminating in the clashes of December 4; the massive and participated strikes of September 27 and October 3, the likes of which had not been seen in years, supporting the “Freedom Flotilla” initiative. These were events that certainly moved the social thermometer. Alongside the shrewd management in the immediate aftermath of the mobilizations, there moved, with even greater reason, an awareness on the part of the ruling class of the need to finalize a further step in the authoritarian management of the conflict between classes. The issue of social centers and their eviction is a further concrete element of this transition, the general validity of which spreads across all class expressions. Radical-reformism—in its various accents, groups, and forces—has effectively taken upon itself, and around its own capacity for mobilization, an entire phase, often paying a heavy price. For this reason, it must now be eliminated or pushed to the extreme margins of what little conflict is permitted. But as we have said, the problem is our entire class. It was the bourgeoisie that set the ground for the radicalization of the clash, defining it around its own interests and doing so with all the strength and weapons at its disposal. In this, there is nothing comparable tout court to the past, even if the recipes may look similar. Even from this point of view, we have fully entered—for those who have not yet realized it—the phase that refers back to imperialist war. Therefore, everything that can mature from our class necessitates, from the perspective of the ruling class, constant containment and prevention. At the same time, it poses to the bourgeoisie the question of a more general regimentation of social relations, functional to its objectives.
Q: What do you mean by “regimentation”?
A: “Regimenting,” at least in the sense we give the term, means that the management of the “iron heel” cannot simply be left to itself. It means giving it an element functional to the very policies that the bourgeoisie deploys, which correspond to the problems it imposes on public opinion through the powerful means of communication at its disposal. The fight against “urban decay” or for “security” are the fake social aspects necessary to legitimize its intervention within the proletarian fabric. This produces further criminalization and a hierarchization of social relations through campaigns aimed at fomenting “war among the poor,” especially toward the most socially vulnerable figures. The “enemy,” now cleared as a general concept, is always the one next to you or, better, below you. Never the one above. “Regimenting” means that, on the basis of a worker and proletarian silence imposed by force, the corporatist councils can further revise formal “agreements” against the interests of the working class and for the interests of the bosses, thus building further cages for the class struggle. New red lines are constantly being drawn: those on this side are fine; those on the other side are in deep trouble. “Regimenting” means, on the basis of the silencing and criminalization of student struggles, giving materiality to all those processes of constructing youth understood (by the bourgeoisie) as a fundamental strategic resource for its projects—functional to intensive exploitation today and cannon fodder tomorrow. These are just a few examples. The unifying constant is the perpetuation of the defeat of the class and the outlawing, or marginalization to the extreme without effective weight, of every hypothesis of an autonomous alternative.
Q: It is not an inspiring picture.
A: Certainly not. But it is the real picture, expressed by the current balance of power. All this marks an element of discontinuity with the situation prior to 2020. The vast front of radical-reformism is currently taking up the theme of “political space” (agibilità politica) within what appears to be a theme of resistance for old spaces and forms of political action, to be supported by broadening mobilizations to counter the erosion of positions produced by State intervention. But the question of “political space” is also a contradictory knot because it can have its role where it is an element of denunciation and political practice against bourgeois authoritarianism, if bound to a class perspective. Conversely, if it is—as it currently is—detached from this perspective and limited to mechanisms of self-referentiality and the self-reproduction of radical-reformism itself, it ends up being bound to abstractly democratic positions. With equal certainty, we are convinced that a simple critique of radical-reformism does not exhaust the problem. Communist action is always given within a material situation. At the same time, it is both a problem of perspective and of the practical-political development of one’s own action within the objective condition. It is not simply a matter of the “right line,” but of the development of one’s initiative within a highly adverse condition. This problem is not solved with theoretical questions—as important as they may be—nor by appealing to the “resurgence of class initiative” or the necessity of the Party, like a mirage in the desert. The class in its generality, and the working class in its specificity, does not live in a vacuum. Its problems of organization and the resurgence of initiative also collide with the processes in the field. As far as we are concerned, and from our marginal position, we have no general recipes; certainly partial approaches, yes, to be compared through verification on the ground in our activity.
Spero che questa traduzione catturi accuratamente il tono e le sfumature politiche del testo originale. Se hai bisogno di revisionare termini specifici o se desideri che io analizzi alcuni di questi concetti in inglese, fammi sapere!

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