Soft Power, Cultural Industry and Mass Control: A Marxist Reading

Introduzione
Durante l’incontro avvenuto tra il 17 e 19 gennaio 2026 tra Giorgia Meloni e il presidente sudcoreano Lee, la presidente del Consiglio definisce “straordinario” il lavoro di soft power svolto dalla Corea del Sud attraverso il K-pop, sottolineandone la capacità di attrarre le giovani generazioni anche in Italia. Il riferimento, apparentemente neutro e quasi aneddotico, offre in realtà un punto di accesso privilegiato per analizzare una delle forme più raffinate del potere contemporaneo: l’influenza culturale come strumento di egemonia.
Il fenomeno “K-Pop”
Il K-Pop (Korean Pop) nasce nel 1992 come fenomeno musicale e culturale grazie al gruppo sudcoreano “Seo Taiji and Boys” che mescolarono pop occidentale, rap, hip hop e danza moderna, una vera e propria rivoluzione per la musica coreana, divenuto poi nel tempo un vero e proprio elemento di massa.
Nacquero così le prime agenzie di intrattenimento (SM, YG, JYP) che lanciarono il famoso “sistema trainee” consistente nel duro allenamento in canto, ballo, rap, lingue e presenza scenica.
Nel tempo, a partire dagli anni 2000, il K-Pop divenne sempre più curato, visivo e internazionalizzato: un ulteriore grado di sviluppo avvenne grazie all’avvento di internet e dei social tra cui YouTube in prima linea con gruppi come BTS, BLACKPINK, EXO e TWICE che la fanno da padroni.
Il K-Pop diviene così nell’arco di poco più di un decennio un progetto pensato per il pubblico globale.
Tra i temi più trattati troviamo amore (non corrisposto, romantico, maturo), crescita personale, giovinezza, pressione sociale e ambizioni, identità, libertà, accettazione di sé, amicizia e legame tra membri del gruppo, tutti valori rilegati alla sovrastruttura ideologica e che in ambito capitalistico si riflettono nel consumatore perfetto alienato dalla realtà materiale della propria condizione sociale di classe: basti pensare che gli universi narrativi sono ambiti cinematografici (Loona), doppia identità reale/digitale (Aespa), membri con superpoteri (Exo) e narrativa su adolescenti con problemi di cuore, dolore e guarigione (BTS).
Cos’è il soft power?
Formulato dal politologo statunitense Joseph S. Nye nel suo celebre libro Bound to Lead: The Changing Nature of American Power, il soft power nasce concettualmente alla fine degli anni ’80 proprio quando la tv commerciale – già dagli anni ’50 in crescita costante – si afferma anche grazie alla caduta del bipolarismo e la fine della Guerra fredda.
Questo consiste nella capacità di uno Stato di influenzare le masse non attraverso la forza o il denaro, ma con la cultura, politica estera percepita come legittima e attrattiva del proprio modello di vita.
A partire dagli anni 2000 e grazie al libro Soft Power (2004) trova spazio in ambienti come Hollywood, sport, moda e diplomazia culturale.
In parole semplici: io non ti obbligo a fare qualcosa, ti faccio venire voglia di farlo. Quello che chiamiamo bisogni indotti. L’obiettivo, dunque, è quello di risultare interessante, affascinante, ammirevole e percepito come un modello positivo. Il suo potere risiede nel creare legami emotivi soprattutto tra i giovani preparando un terreno fertile per accordi economici e politici: molto più efficace della forza militare, non credete?
Perché prima ho fatto accenno alla TV commerciale, semplicemente perché è uno degli strumenti principali del soft power, soprattutto dalla seconda metà del Novecento in poi. Vi espongo di seguito il legame in maniera chiara.
La TV commerciale è il veicolo per diffondere modelli culturali, per normalizzare stili di vita altrimenti impensabili, per trasmettere i valori (rispetto, amicizia, pace, amore, benessere) non nella loro essenza determinata da una condizione sociale che lo consenta, ma nella loro astrattezza sì da renderli propedeutici al consumo e al desiderio di vivere in un determinato modo, dunque di riflesso sulla struttura economica che così ne beneficia non solo in termini consumistici, ma anche di mantenimento dell’ordine costituito e dell’esercizio del potere.
Tutto questo senza usare la forza: esattamente la logica del soft power.
Gli strumenti del soft power
Basta tornare indietro nel tempo a cavallo tra gli anni ’50 e ’80 quando l’industria televisiva e cinematografica statunitense esportava il “sogno americano”: chi di quella generazione cresciuta davanti il tubo catodico non ricorda le grandi serie che spaziavano dai ragazzi spensierati di “Happy Days” alle grandi famiglie comiche delle sitcom “I Robinson” o “I Jefferson”, le avventure poliziesche di “Miami Vice” o “Magnum P.I.” dove omaccioni sprezzanti del pericolo rincorrevano il crimine in lungo e largo, griffati fino al midollo su yacht e macchine di lusso, sorseggiando Coca-Cola mentre divorano un panino del fast-food? Quante volte ci siamo anche noi stessi sentiti calati nei panni dei protagonisti, sognando in un modo o nell’altro di essere il Marty McFly di turno o il palestrato punitore senza paura alla Jena Plissken?
Tutto quello non è un caso o una trama fine a sé stessa, ma è la promozione di un benessere, di un consumo, di un individualismo propedeutico a rendere familiari i modelli sociali statunitensi in tutto il mondo. Nulla venne lasciato al caso poiché il risultato voluto era l’attrazione culturale senza imposizione, ma attraverso una martellante pubblicità di questi modelli stessi.
In Europa, ma soprattutto in Italia il risultato di cui ancora oggi paghiamo il prezzo – soprattutto a causa dell’avvento della televisione di proprietà della famiglia Berlusconi – altro non è stato che l’intrattenimento superò la funzione educativa: il televisore ancò sostituendo sempre più la figura dei genitori, vuoi perché in alcune situazioni questi lavoratori non avevano tempo per badare ai propri figli come dovuto, vuoi perché non capaci del proprio ruolo.
Crebbe così una cultura pop condivisa e la televisione divenne uno strumento di influenza.
La TV commerciale è soft power perché plasma immaginari, desideri e identità collettive come palliativo all’alienazione dalla proprietà della produzione che subiamo a seguito della nostra condizione sociale di classe e al consumo di quelle merci che vediamo prodotte, ma delle quali non ne siamo proprietari, tutto ciò attraverso l’intrattenimento.
E oggi?
È lo stesso meccanismo che oggi vediamo con il K-pop, le serie TV, lo streaming in generale e soprattutto i social media, fenomeno questo che vede il ruolo significativo degli influencer.
Il concetto di influencer non nasce tuttavia con l’avvento dei social media. Già negli anni ’40 e ’50 del Novecento il sociologo Paul Lazarsfeld si rese fautore della teoria del two-step flow of communication: questa spiega che le informazioni trasmesse dai media non influenzano direttamente le masse, ma passano prima da opinion leader che recepiscono i messaggi che in prima battuta vengono mandati da giornali, TV, radio (e oggi social media).
L’influencer moderno nasce sull’esperienza di questi, a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi ’00: la prima piattaforma in assoluto che nasceva come social media era MySpace (2003), seguita da Facebook (2004), YouTube (2005) e l’arrivo di Instagram (2010).
Su questa quantità di piattaforme, che poi furono seguite da altre realtà, trovarono terreno fertile e costruirono così un pubblico online collaborando con i marchi. Da poco più che un passatempo, diventarono come li conosciamo al giorno d’oggi: delle vere e proprie professioni, con agenzie dedicate, marchi che investono budget consistenti e una divisione per categorie, macro-influencer, micro-influencer, nano-influencer.
Come viene utilizzato dalla classe dominante
Ma che c’azzecca, vi chiederete voi, l’influencer col soft power? Domanda legittima, cerchiamo di rispondere.
Fermo restando che le classi dominanti detengono il potere non solo con la coercizione, ma anche con la persuasione, e quindi coprendo un ruolo egemone in ambito della sovrastruttura ideologica, l’influencer non fa altro che normalizzare stili di vita legati al consumo di merci, presentano il successo come risultato esclusivo del merito individuale e rendono desiderabili modelli di ricchezza, bellezza e performance, una miscela esplosiva che risulta strumento divisivo all’interno delle classi subalterne le quali narcotizzate sfuggono dal concetto di solidarietà, mutuo appoggio e benessere collettivo, parola quest’ultima che viene abusata solo nei casi in cui si tratta di salvaguardare il benessere e gli interessi dello Stato, ovvero della classe dominante, contribuendo così alla riproduzione simbolica dei valori borghesi di individualismo, imprenditorialità di sé, competizione.
Le élite economiche e i marchi utilizzano gli influencer per orientare i desideri di consumo, come abbiamo già detto i bisogni indotti ovvero quei bisogni non necessari, ma superflui senza i quali la merce in eccesso non verrebbe consumata: basti pensare alle miriadi di spot che invadono anche il semplice consultare le previsioni del meteo, i video musicali, addirittura la pulizia del telefono cellulare per ricordarci che qualcosa dobbiamo pur acquistare o per lo meno sapere che esiste!
Nel soft power contemporaneo vengono spesso prodotte identità apparentemente universali e svincolate dalla classe sociale, ma in realtà radicate in strutture diseguali: per esempio l’“imprenditore di sé stesso”, figura coerente con la governamentalità borghese, secondo cui il successo e fallimento dipendono esclusivamente dalla propria conduzione individuale e non dalle leggi che regolano il processo di sviluppo del capitalismo; il “self-made millionaire digitale”, diffuso su piattaforme come Instagram e TikTok, che presenta la ricchezza come risultato accessibile a chiunque oscurando capitale iniziale e reti sociali ; il “cittadino globale” nomade e flessibile, promosso come stile di vita neutrale e desiderabile, possibile soprattutto (se non solamente) per chi dispone di risorse economiche e culturali illimitate; e infine l’identità “empowered” e depoliticizzata che, pur richiamando un’idea di emancipazione, tende a spostare l’attenzione dai rapporti strutturali alle sole scelte individuali nella più becera tradizione idealista.
Uno degli obiettivi dell’influencer è quello di trasformare la vita quotidiana in spazio pubblicitario ed è proprio qui che l’influencer diventa mediatore tra capitale e pubblico, traducendo il linguaggio del mercato in narrazione personale, emotiva e “autentica”.
Il potere non si presenta come imposizione, ma come scelta libera e aspirazionale: chi subisce dall’altra parte ciò che viene trasmesso dagli influencer è un concetto di libertà astratta che si riduce alla libertà di decidere cosa consumare, come e sotto quale identità, scollegandosi dalla condizione sociale che rimane a comandare e a decidere davvero cosa si è nella realtà… Quale risultato migliore per la classe dominante se non quello di neutralizzare potenziali nemici facendogli perdere la memoria di ciò che sono socialmente come classe dominata?
Il soft power non ha riflessi solo sul piano sociale ed economico, ma anche sul piano politico nella capacità di orientare opinioni, comportamenti e consenso all’interno o all’esterno del sistema stesso attraverso attrazione, legittimità, narrazione e simboli, piuttosto che tramite coercizione (hard power) o imposizione giuridica: possiamo dunque distinguere tra soft power politico esterno ed interno.
Tra gli esempi più classici troviamo come anche accennato nel corso del testo l’attrattiva del modello democratico statunitense durante la Guerra Fredda, oppure la diplomazia culturale dell’Unione Europea od ancora l’espansione culturale e mediatica della Cina contemporanea, agendo tramite immagine, educazione, media e scambi culturali… basti pensare alla presenza cinese in molti paesi asiatici e in Africa soprattutto, una sorta di imperialismo ideologico che smonterebbe ulteriormente la teoria che l’imperialismo sia solo quello americano.
Sul piano politico interno, il soft power opera quando si costruisce consenso attraverso narrazioni identitarie o si legittima un ordine politico come naturale quindi secondo una visione metafisica del mondo o si definiscono i confini del discorso accettabile: il potere non si mantiene solo con la forza o la legge, ma rendendo il proprio progetto politico senso comune.
La promozione martellante e “sacrosanta” della cultura popolare è strumento di soft power: chi non ha mai sentito qualcuno fiero di essere italiano perché la cucina italiana è la migliore al mondo o perché “abbiamo” monumenti e una storia unica al mondo?
L’educazione edificata a tal guisa vedi l’esaltazione della bandiera nazionale, la figura delle FdO in eventi di promozione scolastici.
Lo storytelling istituzionale, ovvero sia la difesa dei sacri confini come esercizio della piena sovranità, la garanzia di ordine e sicurezza e legalità, promozione di valori tradizionali ed identitari, il ruolo di attore responsabile in Europa e nel Mondo sono gli esempi dell’attuale Governo Meloni.
L’enfatizzazione di leader carismatici in Cina con Mao Tse-Tung e Xi Jinping, in Turchia con Erdogan, in Nord Corea con la Dinastia Kim, a Cuba la figura di Fidel Castro, in Venezuela Bolivar e Chavez, Putin in Russia, la stessa Italia di Giorgia Meloni, Donald Trump, Macron in Francia.
E non potevano certo mancare anche qui gli opinion leader di turno: come non osservare la patetica battaglia per la legittima presenza a Sanremo del comico Pucci passato come vittima di sabotaggio per via delle sue democraticissime idee fascistoidi e che ha rafforzato ancora una volta il Governo Meloni che ne ha subito preso le difese sotto la propria ala di angelo della provvidenza.
Non si ordina cosa pensare: si orienta cosa appare pensabile, legittimo, giusto e buono.
Qualcuno potrebbe confondere tra propaganda e soft power, ma è bene spiegare la differenza sostanziale. La propaganda è esplicita, va dritta al cuore della questione e di quello che si vuole trasmettere senza sé e senza ma, è diretta, non si nasconde dietro e non agisce come secondo fine.
Il soft power, invece, è subdolo, è più sottile e funziona meglio quando non è percepito come tale, psicologicamente agisce sul desiderio e sull’identificazione e come già sottolineato in questo testo costruisce legittimità invece di imporre obbedienza.
Il soft power politico può quindi stabilizzare sistemi democratici o, perché no, consolidare regimi autoritari: un esempio è chi percepisce la “democrazia” Occidentale come baluardo delle “libertà inalienabili” o di contro chi prova ammirazione e subisce il fascino dei regimi autocratici come Russia, Cina e via discorrendo. Creando coesione, di conseguenza, esclude narrazioni alternative alla propria. È una tecnica di governo simbolico, non necessariamente democratica o autoritaria in sé: dipende dal contesto.
Riuscendo quindi a interiorizzare il controllo, chi è veicolo del soft power viene percepito non come un’autorità che parla dall’alto e che dunque può essere percepita la nemica che è in realtà, ma sembra piuttosto un pari: chi subisce si identifica nell’interlocutore, non percepisce propaganda, ma condivisione.
Prospettive di classe e ruolo delle avanguardie
Come potremmo ordunque noi comunisti rivoluzionari inquadrare una prospettiva di classe che si inserisca in questo contesto?
Ovviamente, una prospettiva rivoluzionaria non dovrebbe limitarsi alla denuncia.
In una direzione più teorica, il nodo centrale è evitare sia il determinismo economicista sia l’autonomia assoluta della cultura. Il rapporto tra base (rapporti di produzione, struttura economica) e sovrastruttura (forme giuridiche, politiche, ideologiche) è di determinazione “in ultima istanza”, non di meccanica causalità lineare: la sovrastruttura non è un semplice riflesso passivo, ma un campo relativamente autonomo in cui si organizzano e stabilizzano i rapporti materiali.
Il soft power si inscrive in questa funzione: esso opera nella sfera sovrastrutturale per produrre consenso, interiorizzazione e adesione spontanea all’ordine esistente. Attraverso l’educazione, i media, la cultura di massa e l’apparato giuridico-politico, il dominio di classe si consolida non solo mediante la coercizione, ma attraverso la formazione di soggettività compatibili con le esigenze della valorizzazione del capitale. La sovrastruttura, dunque, non è autonoma dalla base, ma costituisce uno dei momenti necessari della sua riproduzione.
In termini dialettici, trasformare la sovrastruttura significa incidere sulle condizioni di riproduzione della base stessa: non perché le idee sostituiscono l’economia, ma perché la stabilità dei rapporti economici dipende anche dalla forma storica del consenso che li legittima.
Occorre assumere la lotta ideologica come momento strutturale della lotta di classe, non come suo appendice. Ciò implica organizzare un lavoro sistematico di produzione teorica, formazione militante e intervento nei dispositivi culturali (scuola, università, media, reti digitali), finalizzato a spezzare l’interiorizzazione spontanea delle categorie capitalistiche.
Accanto a scioperi e rivendicazioni economiche bisogna tornare a parlare massicciamente di anticapitalismo: se le persone continuano a pensare con le categorie del capitalismo, del “non c’è alternativa” il sistema si ricostruisce anche dopo ogni scontro.
La battaglia per le idee è parte integrante della lotta di classe: occorre spiegare il capitalismo ed il suo vile e bieco funzionamento in maniera chiara, formare militanti che sappiano leggere la realtà e non reagire emotivamente, smontare la concezione metafisica che il capitalismo è un ordine divino, naturale, definitivo stadio della società umana ed intervenire negli ambienti ove si formano le opinioni come la scuola, l’università, giornali, social e cultura popolare.
L’obiettivo non è solo criticare l’egemonia esistente, ma costruire un nuovo senso comune radicato nelle condizioni materiali del proletariato contemporaneo, capace di collegare analisi della struttura economica e trasformazione delle forme di coscienza. Solo così l’azione sulla sovrastruttura diventa leva per modificare i rapporti di forza nella base e aprire una transizione reale oltre l’ordine capitalistico.
Quando si parla di “costruire un nuovo senso comune”, significa far diventare normale ciò che oggi sembra radicale: per esempio l’idea che il lavoro collettivo conti più del successo individuale, che la ricchezza sia prodotta socialmente e debba essere gestita socialmente.
Se riesci a cambiare il modo in cui le persone capiscono la loro condizione, allora cambia anche il rapporto di forza reale. Perché una classe che capisce la propria posizione nel sistema è più difficile da dividere e più capace di organizzarsi.
Non si cambia la società solo cambiando i salari. Bisogna cambiare anche il modo in cui le persone pensano la società. E le due cose devono andare insieme.
Soft Power, Cultural Industry and Mass Control: A Marxist Reading
Introduction
During the meeting held between January 17 and 19, 2026, between Giorgia Meloni and South Korean President Lee, the Italian Prime Minister described as “extraordinary” the soft power work carried out by South Korea through K-pop, emphasizing its ability to attract younger generations, including in Italy. The reference, apparently neutral and almost anecdotal, in reality offers a privileged entry point for analyzing one of the most refined forms of contemporary power: cultural influence as an instrument of hegemony.
The “K-Pop” Phenomenon
K-Pop (Korean Pop) was born in 1992 as a musical and cultural phenomenon thanks to the South Korean group Seo Taiji and Boys, who blended Western pop, rap, hip hop, and modern dance — a true revolution for Korean music — which over time became a mass phenomenon.
Thus emerged the first entertainment agencies (SM, YG, JYP), which launched the famous “trainee system,” consisting of rigorous training in singing, dancing, rap, languages, and stage presence.
Over time, beginning in the 2000s, K-Pop became increasingly polished, visual, and internationalized. A further stage of development occurred with the advent of the internet and social media, with YouTube at the forefront, and groups such as BTS, BLACKPINK, EXO, and TWICE dominating the global scene.
Within just over a decade, K-Pop became a project designed for a global audience.
Among the most common themes are love (unrequited, romantic, mature), personal growth, youth, social pressure and ambition, identity, freedom, self-acceptance, friendship, and bonds between group members. All of these values belong to the ideological superstructure and, within capitalism, are reflected in the perfect consumer alienated from the material reality of their class condition. Consider the narrative universes: cinematic story worlds (Loona), dual real/digital identities (Aespa), members with superpowers (EXO), and storylines about adolescents dealing with heartbreak, pain, and healing (BTS).
What Is Soft Power?
Formulated by American political scientist Joseph S. Nye in his well-known book Bound to Lead: The Changing Nature of American Power, the concept of soft power emerged in the late 1980s, precisely when commercial television — already steadily growing since the 1950s — consolidated itself following the collapse of bipolarism and the end of the Cold War.
Soft power consists in a state’s ability to influence the masses not through force or money, but through culture, foreign policy perceived as legitimate, and the attractiveness of its way of life.
Beginning in the 2000s, thanks to Nye’s book Soft Power (2004), the concept gained traction in environments such as Hollywood, sports, fashion, and cultural diplomacy.
In simple terms: I do not force you to do something; I make you want to do it. What we call induced needs. The objective is to appear interesting, fascinating, admirable, and perceived as a positive model. Its power lies in creating emotional bonds, especially among the youth, preparing fertile ground for economic and political agreements. Much more effective than military force, wouldn’t you agree?
Why mention commercial TV? Because it is one of the main instruments of soft power, especially from the second half of the twentieth century onward.
Commercial TV became the vehicle for spreading cultural models, normalizing otherwise unthinkable lifestyles, and transmitting values (respect, friendship, peace, love, well-being) not in their material essence made possible by concrete social conditions, but in their abstract form — functional to consumption and to the desire to live in a certain way. Thus, it reinforces the economic structure that benefits from it, not only in consumerist terms, but also in maintaining the established order and the exercise of power.
All this without using force: precisely the logic of soft power.
The Instruments of Soft Power: A Brief History
Let us go back to the period between the 1950s and 1980s, when the American television and film industry exported the “American Dream.” Who among the generation raised in front of the cathode-ray tube does not remember series ranging from the carefree youth of Happy Days, to sitcom families like The Cosby Show or The Jeffersons, to crime adventures such as Miami Vice or Magnum P.I., where fearless men chased criminals in branded clothes, yachts, and luxury cars, sipping Coca-Cola while devouring fast food burgers?
How often did we imagine ourselves in the protagonists’ shoes, dreaming of being the Marty McFly of the moment or the muscular avenger like Snake Plissken?
None of this was accidental or merely narrative: it was the promotion of well-being, consumption, and individualism functional to making American social models familiar worldwide. Nothing was left to chance, because the intended result was cultural attraction without imposition, achieved through relentless advertising of those models.
In Europe, and especially in Italy, the price is still being paid today — particularly due to the rise of television owned by the Berlusconi family — where entertainment surpassed education. Television increasingly replaced parents, either because working parents lacked time, or because they were unable to fulfill their role.
A shared pop culture grew, and television became a tool of influence.
Commercial TV is soft power because it shapes imaginaries, desires, and collective identities as a palliative for alienation from ownership of production — the condition we endure as a result of our class position — and from the consumption of goods we see produced but do not own. All this occurs through entertainment.
And Today?
The same mechanism is visible today in K-Pop, TV series, streaming platforms, and especially social media — where influencers play a significant role.
However, the concept of the influencer did not originate with social media. Already in the 1940s and 1950s, sociologist Paul Lazarsfeld developed the theory of the two-step flow of communication: media messages do not directly influence the masses but first pass through opinion leaders who receive and reinterpret them.
The modern influencer emerged from this dynamic between the late 1990s and early 2000s: MySpace (2003), Facebook (2004), YouTube (2005), Instagram (2010).
From hobbyists, influencers became full-fledged professions, with agencies, large brand investments, and classifications (macro-, micro-, nano-influencers).
How the Ruling Class Uses It
What does the influencer have to do with soft power?
The ruling classes maintain power not only through coercion but also through persuasion, occupying a hegemonic role in the ideological superstructure. Influencers normalize consumption-oriented lifestyles, present success as the exclusive result of individual merit, and make models of wealth, beauty, and performance desirable. This divisive mixture fragments subordinate classes, numbing solidarity and collective well-being.
Economic elites and brands use influencers to orient consumption desires — induced needs — those superfluous needs without which surplus commodities would not be consumed.
Contemporary soft power often produces identities apparently universal and detached from class, yet rooted in inequality: the “entrepreneur of oneself,” the “digital self-made millionaire,” the “global nomad citizen,” the “empowered” but depoliticized identity. All reinforce bourgeois values of individualism and competition.
The influencer transforms daily life into advertising space, mediating between capital and the public. Power appears not as imposition but as free and aspirational choice. Freedom becomes reduced to the freedom to consume.
What better result for the ruling class than neutralizing potential enemies by making them forget their social position as a dominated class?
Class Perspectives and the Role of the Vanguard
How should revolutionary communists frame a class perspective in this context?
A revolutionary perspective cannot limit itself to denunciation.
The key theoretical point is to avoid both economic determinism and cultural autonomy. The relationship between base (relations of production) and superstructure (legal, political, ideological forms) is one of determination “in the last instance,” not linear causality. The superstructure is relatively autonomous but necessary for stabilizing material relations.
Soft power operates within the superstructure to produce consent and spontaneous adherence to the existing order. Through education, media, mass culture, and political institutions, class domination is consolidated not only by coercion but by shaping subjectivities compatible with capital accumulation.
Transforming the superstructure means affecting the reproduction conditions of the base. Not because ideas replace economics, but because economic stability depends on legitimizing consensus.
Ideological struggle must be a structural moment of class struggle. This requires systematic theoretical production, militant education, and intervention in cultural apparatuses (schools, universities, media, digital networks) to break the spontaneous internalization of capitalist categories.
Alongside strikes and economic demands, it is necessary to speak massively again about anti-capitalism. If people continue to think in capitalist categories — “there is no alternative” — the system reconstructs itself after every conflict.
The battle of ideas is integral to class struggle: explaining capitalism clearly, forming militants capable of reading reality, dismantling the metaphysical notion that capitalism is a natural and definitive order.
The goal is not only to criticize existing hegemony but to build a new common sense rooted in the material conditions of the contemporary proletariat.
When we speak of “building a new common sense,” we mean making normal what today appears radical: that collective labor matters more than individual success; that wealth is socially produced and should be socially managed.
If you change how people understand their condition, you change the real balance of power. A class aware of its position is harder to divide and more capable of organizing.
Society is not changed only by raising wages. One must also change how people think about society. And the two must go together.
