Moti nella crisi – Voci dall’Iran in rivolta


(Aggiornato il 26/1)

Uprisings in the Crisis – Voices from an Iran in Revolt Update (1/26)

Presentazione

Abbiamo raccolto un insieme di testi che sono circolati sull’ultima protesta di massa in Iran. Il criterio che ci ha guidato nella pubblicazione è stato quello di riconoscere in queste prese di posizione il punto discriminante degli interessi di classe e l’esprimere una prospettiva di costruzione di emancipazione anticapitalista e socialista quale unico sbocco per le masse sfruttate e massacrate dal regime teocratico iraniano. Come dicono le compagne del Collettivo “Roja”, siamo alla quinta insurrezione di massa dal 2017. Il sangue con cui si è voluto soffocare anche quest’ultimo sussulto non elimina lo stato di “crisi permanente” del sistema di dominio borghese teocratico. Quella del regime teocratico è una “crisi permanente” alimentata e intrecciata con le lotte dei differenti contendenti imperialisti e i venti di guerra che ancora e sempre spirano in medio-oriente.

Tutto questo sta alimentando, nell’ opposizione di massa  alla teocrazia , tendenze altrettanto nefaste verso vecchi e nuovi padroni (come il ritorno dello Scià) il cui unico scopo è quello di far cambiare cavallo allo Stato iraniano, ma riprodurre il dominio capitalistico più nero verso le masse operaie e proletarie sfruttate.

Questo nodo dell’indipendenza degli interessi classe e della strada per perseguirla, emerge come la vera questione con cui si confrontano i compagni iraniani. In un contesto difficilissimo dove le avanguardie di classe e i comunisti in particolare sono oggetti di una politica di sistematico sterminio, fin dall’epoca del consolidamento della Repubblica Islamica.

I documenti che pubblichiamo hanno inoltre, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’indiscutibile pregio di chiarire una volta e per tutte che il movimento iraniano non è “alimentato dal sionismo”, come amano affermare i campisti che dediti al bilancino geostrategico hanno rinunciato alla lotta di classe. Al contrario, pur nella grande complessità che lo caratterizza, all’interno del movimento iraniano si agitano significative e importanti istanze di classe e l’unico compito dei comunisti è quello di riconoscerle, appoggiarle e svilupparle.

Ad una condizione oggettiva segnata dalla crisi del regime da un lato e dal movimento di massa dall’altro, ha fatto da contraltare la più nera controrivoluzione armata e una condizione soggettiva tutta da costruire per affermare l’egemonia delle posizioni di classe.  Per questo ci rendiamo conto che, se la carta sopporta tutto, i processi materiali invece richiedono capacità di internità , lotta e orizzonte che spesso si acquistano e affinano  facendo i conti con i problemi sul campo.

Per questo i compagni iraniani ci possono insegnare qualcosa.  

31 dicembre 2025 [1]

Proteste e scioperi contro la povertà e i prezzi elevati in Iran!

Masse in piazza contro l’inflazione, la povertà, la corruzione e l’oppressione!

Ancora una volta, la società iraniana ha dato il via ad una nuova ondata di proteste e scioperi. Forse per coincidenza, queste proteste sono iniziate sabato 27 dicembre, anniversario delle proteste di massa del dicembre 2017-gennaio 2018. Questa volta la scintilla è stata accesa dallo sciopero e dalla protesta di alcuni commercianti dei bazar di Teheran, e si è poi rapidamente estesa ad altre città, tra cui Karaj, Malard, Shiraz, Nourabad, Qeshm, Isfahan, Ahvaz, Hamedan, Zanjan e Kermanshah. La nuova ondata di proteste non è limitata al bazar e ai suoi commercianti; è una protesta contro le disastrose condizioni economiche e l’enorme inflazione, l’aumento del tasso di cambio del dollaro – in altre parole, la continua svalutazione del rial. Questo significa un peggioramento della situazione economica della classe operaia, con la diminuzione del potere d’acquisto dei salari e una maggiore difficoltà di assicurarsi anche i beni essenziali minimi.

La società iraniana, a causa della pesante situazione economica con una miseria diffusa, è oltre ogni capacità di sopportazione, sfrutta ogni occasione come opportunità per esprimere la propria protesta con azioni rivoluzionarie. Abbiamo in più occasioni ribadito e sostenuto con chiarezza che si stanno preparando proteste di massa e dei lavoratori molto più ampie e diffuse, e che queste proteste sono l’unico modo per rispondere alla crisi politica ed economica in corso. In occasione dello sciopero di una parte dei commercianti dei bazar – che perseguono i propri interessi – i lavoratori e gli oppressi a Teheran e in varie città sono scesi in piazza contro il governo islamico. Domenica, in diversi quartieri di Teheran si sono verificati scontri con le forze della repressione e si sono udite parole d’ordine rivoluzionarie per abbattere il regime. Le università e gli studenti rivoluzionari hanno rapidamente ampliato le proteste. Finora, hanno organizzato raduni e manifestazioni nelle seguenti università: Beheshti, Università di Teheran, Allameh Tabataba’i, Yazd, Università Iraniana di Scienza e Tecnologia, Università di Scienza e Cultura, Università Tecnologica Sharif, Politecnico, Università di Isfahan e Khajeh Nasir.

Nella società polarizzata dell’Iran, le parole d’ordine riflettono i diversi orientamenti sociali presenti nel movimento che vuole rovesciare il regime. Nelle proteste di massa scendono in campo contemporaneamente diversi movimenti sociali e di classe, tra loro opposti, motivo per cui la lotta per la direzione e l’orientamento delle proteste è vitale e decisiva. Agenti dell’intelligence e della sicurezza cercano, con parole d’ordine reazionarie e fasciste, di indebolire la protesta e facilitarne la repressione. Per questo, con parole d’ordine come: “Né velo né manganello: libertà e uguaglianza”, “Né monarchia né Guida Suprema: libertà e uguaglianza”, “Né caserma né impresa: omaggio all’università”, “Povertà, corruzione e oppressione: morte alla tirannia”, “Morte alla Repubblica Islamica”, “Morte al dittatore”, “Morte all’oppressore, che sia Scià o Guida Suprema”, e così via, studenti, campo rivoluzionario e socialista, sottolineano due cose.

In primo luogo, questo è un movimento contro il potere costituito.

In secondo luogo, questo movimento è la continuazione dell’ondata rivoluzionaria del 2022, il cui pilastro fondamentale è l’opposizione alla povertà, alla corruzione e alla misoginia dell’ordine capitalista islamico. Con queste parole d’ordine si afferma che l’ondata rivoluzionaria non ha nulla a che fare con le illusioni sulla restaurazione della monarchia; non è un movimento riformista, e non è ispirato dalla riconfezionata corrente riformista dei sostenitori di ieri e di oggi della “lotta civile e non violenta”. Si tratta di un movimento di sinistra e per la giustizia, che si pone l’obiettivo di rovesciare il regime.

In questa fase della rivolta rivoluzionaria iraniana la condizione per la vittoria è la più ampia espansione di massa delle proteste e degli scioperi dei lavoratori. La forza trainante della rivoluzione sono i lavoratori di vari settori produttivi e dei servizi, le donne che si ribellano, la nuova generazione, i lavoratori dei centri medici, della sanità e dell’educazione e i lavoratori dei trasporti, che possono rapidamente paralizzare Teheran e le principali città del paese.

Il Partito Comunista Operaio dell’Iran – Hekmatista fa appello al campo della libertà e dell’uguaglianza, a tutti i lavoratori e le lavoratrici, alle donne rivoluzionarie, ai giovani sensibili, in particolare ai leader rivoluzionari e socialisti e agli attivisti dei movimenti sociali in tutto il paese, affinché aderiscano alle proteste, innalzando la bandiera della rivoluzione contro il governo e il sistema responsabili della povertà, dei prezzi elevati, della corruzione e della tirannia, e prendano nelle proprie mani l’iniziativa politica. Un futuro libero e felice, una società libera, equa e prospera, dipende dal rovesciamento integrale della Repubblica Islamica e del sistema capitalista corrotto e sfruttatore.

Morte alla Repubblica Islamica!

Libertà, Uguaglianza, Stato dei Lavoratori!

Partito Comunista Operaio dell’Iran – Hekmatista [1]

5 gennaio 2026   [2]

Dichiarazione del Partito Comunista Operaio dell’Iran sul nuovo ciclo di rivolta del popolo iraniano

La rivoluzione Donna, Vita, Libertà entra in una nuova fase

Le proteste iniziate il 28 dicembre 2025 in seguito allo sciopero del bazar di Teheran, in opposizione all’aumento dei prezzi e alla grave situazione economica, si sono fatte ogni giorno più ampie e radicali. Canti di “morte al dittatore” e appelli al rovesciamento hanno scosso le strade di città grandi e piccole, attirando ancora una volta l’attenzione globale sulla lotta del popolo iraniano per liberarsi dalla Repubblica Islamica.

Queste proteste sono la continuazione di lotte precedenti, ed è proprio la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” a scendere nuovamente in piazza, questa volta in condizioni diverse e con un’enfasi ancora più forte sulla “vita”. L’attenzione è ora focalizzata su come questa rivoluzione, nella sua nuova fase, traccerà il suo percorso futuro, e su come il popolo iraniano, sconfiggendo la Repubblica Islamica e prendendo il controllo di ogni aspetto della vita, darà forma a un nuovo capitolo della storia.

Le ultime proteste si stanno svolgendo in un contesto di drammatico deterioramento delle condizioni di vita. Per molte persone, non c’è più spazio per la pazienza o il compromesso, e di conseguenza settori sempre più ampi della società sono costretti a entrare in lotta e a regolare i conti con il potere dominante. Dall’altra parte si erge una Repubblica Islamica più debole e in crisi che mai, senza risposte economiche o politiche da offrire e ancora dipendente da proiettili, prigioni, esecuzioni e dalla macchina della repressione.

Affinché la rivoluzione possa sconfiggere la Repubblica Islamica, deve mobilitare una forza sociale sempre più ampia e fare un uso più ampio di leve come gli scioperi nazionali e lo sciopero generale, misure estremamente difficili da contrastare per lo Stato. Le fasce più ampie possibile della popolazione, nelle città grandi e piccole e nei quartieri di tutto il Paese, devono unirsi attivamente alla rivoluzione, impegnandosi contemporaneamente in forme di protesta sostenute e varie: manifestazioni, cori notturni, controllo dei quartieri e attacchi alle forze e alle istituzioni statali. I lavoratori dei centri industriali, gli insegnanti, gli infermieri, i pensionati, i dipendenti pubblici e gli studenti possono – e devono – svolgere un ruolo molto più decisivo e centrale.

Ovunque sia possibile, devono essere formati comitati di sciopero, comitati di controllo di quartiere, comitati di mutuo soccorso e reti di coordinamento rivoluzionario, preparando il terreno per l’espansione di massa del movimento politico e la prontezza a sferrare colpi decisivi alla Repubblica islamica.

Ma la rivoluzione non si scontra solo con la Repubblica Islamica e la sua repressione. Un altro pericolo che ne minaccia l’avanzata e la vittoria risiede nei tentativi di orientare gli sviluppi politici in Iran attraverso accordi dall’alto – preservando le fondamenta della repressione, della dittatura, dell’autorità religiosa e dell’apparato statale – sia attraverso la manipolazione dei media, l’ingegneria dell’opinione pubblica o l’intervento diretto e indiretto di governi stranieri, in modo che si limitino al mero passaggio di potere dalle mani di un capitalista all’altro. In presenza di una rivoluzione di questa portata, tali tentativi vengono spesso presentati in nome della rivoluzione stessa, addirittura come il suo presunto esito. In realtà, servono gli interessi del regime al potere e agiscono contro la rivoluzione.

Un chiaro esempio di questo pericolo si può osservare nelle attività delle forze monarchiche. Attraverso l’inganno e la propaganda, le minacce di morte, l’intimidazione degli oppositori, la violenza, gli abusi e la misoginia – in breve, modellandosi sul fascismo in stile Trump – cercano di eliminare figure e leader rivali che godono del sostegno popolare, con l’ambizione di rivendicare una leadership incontrastata. Questa illusione opera a vantaggio della Repubblica Islamica e a scapito della rivoluzione popolare. Di conseguenza, la lotta per rovesciare la Repubblica Islamica è oggi diventata inseparabile dalla lotta per neutralizzare e sconfiggere questo fascismo autoctono in stile Trump.

La rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” in Iran deve, ancor prima della sua vittoria finale, radicare i suoi principi umani – come la libertà incondizionata di espressione, organizzazione e attività politica; l’abolizione della pena di morte; e lo smantellamento di ogni forma di misoginia – così profondamente nella cultura politica iraniana che nessuno possa oltrepassare questi confini senza essere smascherato e isolato. Contrastare i tentativi di tarpare le ali alla rivoluzione, imporre accordi dall’alto o creare leader artificiali dipende anche dalla partecipazione di massa di milioni di persone alla promozione della rivoluzione in tutto il Paese.

Opporsi a ogni forma di tentativo di causare divisioni tra i popoli che vivono all’interno del territorio iraniano; riaffermare Donna, Vita, Libertà come slogan unificante; rifiutare ogni forma di dittatura e potere statale imposto al di sopra della società; insistere su richieste che sradichino il meccanismo di repressione e soffocamento; imporre il divieto totale di esecuzioni, torture e prigionia; e difendere la libertà di espressione incondizionata: tutti questi sono elementi essenziali per rafforzare e approfondire la rivoluzione.

Nelle attuali condizioni rivoluzionarie, lo sforzo collettivo e l’azione diretta per affrontare le questioni legate ai mezzi di sussistenza – dagli scioperi e dalle lotte per gli aumenti salariali alle proteste per i servizi pubblici, alla formazione di gruppi di mutuo soccorso medico, fondi di cooperazione, iniziative di sostegno all’infanzia, gruppi di salvataggio ambientale e altre forme di solidarietà – assumono anche un significato politico. Anche in questi ambiti, il movimento rivoluzionario è costretto a esercitare il potere popolare diretto, anche prima di spodestare completamente il potere politico dominante, a seconda dell’equilibrio delle forze.

La rivoluzione non si manifesta solo attraverso proteste di piazza, controllo di quartiere o scioperi. Può anche prendere forma attraverso azioni rivoluzionarie da parte dei lavoratori dell’acqua, dell’elettricità, degli ospedali, delle telecomunicazioni e di altre istituzioni, volte ad alleviare o risolvere i problemi immediati della popolazione. Questo indica una verità più ampia: per una vittoria completa e totale sulla Repubblica Islamica, la rivoluzione in corso non deve solo adottare misure rivoluzionarie in ambito economico e assistenziale, ma anche muoversi verso il socialismo, ponendo la produzione e la distribuzione sociale sotto il controllo diretto di istituzioni popolari.

La nuova fase della rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” ha reso la prospettiva della vittoria sulla Repubblica Islamica più vicina che mai. Allo stesso tempo, rende più chiaro che mai che una vittoria decisiva può avvenire solo con la sconfitta di tutte le forze reazionarie, tradizionali e arretrate che promettono al popolo un ritorno al passato, al dispotismo, alla servitù e alla disuguaglianza.

Abbasso la Repubblica Islamica!
Vittoria alla Donna, alla Vita, alla Libertà!
Lunga vita alla Repubblica Socialista!

Partito Comunista Operaio dell’Iran  [2]

5 gennaio 2026  [3]

Le proteste in Iran sotto l’assedio di nemici interni ed esterni, un report

I. La quinta insurrezione dal 2017

Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è nuovamente attraversato da una febbre di proteste diffuse. Gli slogan “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei” risuonano nelle strade in almeno 222 località, distribuite in 78 città e 26 province. Non si tratta solo di proteste contro la povertà, l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione e l’espropriazione, ma di un’insurrezione contro un intero sistema politico marcio fino al midollo. La vita è diventata insostenibile per la maggioranza della popolazione — in particolare per la classe operaia, le donne, le persone queer e le minoranze etniche non persiane. Ciò dipende non solo dal crollo della valuta iraniana dopo la guerra dei dodici giorni, ma anche dal collasso dei servizi sociali di base, dai continui blackout, dall’aggravarsi della crisi ambientale (inquinamento atmosferico, siccità, deforestazione e cattiva gestione delle risorse idriche) e dalle esecuzioni di massa (almeno 2.063 nel 2025). Tutti questi fattori hanno contribuito a un peggioramento drastico delle condizioni di vita. La crisi della riproduzione sociale costituisce il fulcro delle proteste attuali, e il loro orizzonte ultimo è rivendicare migliori condizioni di vita.

Questa insurrezione rappresenta la quinta ondata di una catena di proteste iniziata nel dicembre 2017 con la cosiddetta “rivolta del pane”, proseguita con la sanguinosa insurrezione del novembre 2019 contro l’aumento del prezzo del carburante e l’ingiustizia sociale. Nel 2021 è stato il turno della rivolta degli “assetati”, iniziata e guidata dalle minoranze arabe. Questa ondata ha raggiunto un picco con l’insurrezione “Donna, Vita, Libertà” del 2022, che ha posto al centro le lotte per la liberazione delle donne e quelle anticoloniali delle nazionalità oppresse, come curdi e beluci, aprendo nuovi orizzonti. L’insurrezione attuale torna a mettere al centro la crisi della riproduzione sociale, questa volta su un terreno postbellico più radicale. Si tratta di proteste che nascono da rivendicazioni materiali che colpiscono, con sorprendente rapidità, le strutture del potere e l’oligarchia corrotta al governo.

II. Un’insurrezione assediata da minacce interne ed esterne

Le proteste in corso in Iran sono assediate da ogni lato, da minacce sia esterne sia interne. Il giorno prima dell’attacco imperialista statunitense al Venezuela, Donald Trump — sfoggiando un linguaggio di “sostegno ai manifestanti” — ha lanciato un avvertimento: se il governo iraniano “ucciderà manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo pronti e armati”. È il copione più antico dell’imperialismo: usare la retorica del “salvare vite” per legittimare la guerra, come in Iraq o in Libia. Gli Stati Uniti continuano a seguire questo schema: solo nel 2025 hanno lanciato attacchi militari diretti contro sette Paesi.

Il governo genocida di Israele, che al grido di “Donna, Vita, Libertà”, aveva già attaccato l’Iran nella guerra dei dodici giorni, ora scrive in persiano sui social: “Siamo al vostro fianco, manifestanti”. I monarchici, braccio locale del sionismo — che si sono macchiati dell’infamia di sostenere Israele durante la guerra dei dodici giorni— cercano oggi di presentarsi ai loro padrini occidentali come l’unica alternativa possibile. Lo fanno attraverso una rappresentazione selettiva e una manipolazione della realtà, lanciando una campagna informatica volta ad appropriarsi delle proteste, falsificando e alterando gli slogan di strada a sostegno della causa monarchica. Questo rivela la loro natura ingannevole, le ambizioni monopolistiche, il loro potere mediatico e, soprattutto, la loro debolezza interna, dovuta all’assenza di una reale forza materiale nel paese. Con lo slogan “Make Iran Great Again”, questo gruppo ha accolto con favore l’operazione imperialista di Trump in Venezuela e ora attende il rapimento dei dirigenti della Repubblica Islamica da parte di sicari statunitensi e israeliani.

Ci sono poi i campisti pseudo-di-sinistra, autoproclamatisi “anti-imperialisti”, che assolvono la dittatura della Repubblica Islamica proiettando su di essa una maschera antimperialista. Mettono in dubbio la legittimità delle proteste sostenendo che “un’insurrezione in queste condizioni non è altro che un gioco sul terreno dell’imperialismo”, poiché leggono l’Iran esclusivamente attraverso la lente del conflitto geopolitico, come se ogni rivolta fosse un progetto orchestrato da Stati Uniti e Israele. Così facendo negano la soggettività politica del popolo iraniano e concedono alla Repubblica islamica un’immunità discorsiva e politica mentre continua a massacrare e reprimere la propria popolazione.

“Arrabbiati contro l’imperialismo” ma “spaventati dalla rivoluzione” – per riprendere la formulazione di Amir Parviz Puyan – la loro postura è una forma di anti-reazionismo reazionario. Arrivano persino a sostenere che non si dovrebbe scrivere delle recenti proteste, uccisioni e repressioni in Iran in nessuna lingua diversa dal persiano negli spazi internazionali, per non offrire un “pretesto” agli imperialisti. Come se, al di là dei persiani, non esistessero altri popoli capaci di destini condivisi, esperienze comuni, connessioni e solidarietà di lotta. Per i campisti non esiste alcun soggetto al di fuori dei governi occidentali, né alcuna realtà sociale al di fuori della geopolitica.

Contro tutti questi nemici, rivendichiamo la legittimità delle proteste, l’intersezione delle oppressioni e la condivisione delle lotte. La corrente monarchica reazionaria si espande nell’estrema destra dell’opposizione iraniana, e la minaccia imperialista contro il popolo iraniano — incluso il pericolo di un intervento straniero — è reale. Ma altrettanto reale è la rabbia popolare, forgiata in oltre quattro decenni di brutale repressione, sfruttamento e “colonialismo interno” dello Stato contro le comunità non persiane.

Non abbiamo altra scelta che affrontare queste contraddizioni per quello che sono. Ciò che vediamo oggi è una forza insorgente che emerge dall’inferno sociale iraniano: persone che rischiano la vita per sopravvivere affrontando frontalmente l’apparato repressivo.

Non abbiamo il diritto di usare il pretesto della minaccia esterna per negare la violenza inflitta a milioni di persone in Iran — né per negare il diritto di sollevarsi contro di essa.

Chi scende in strada è stanco di analisi astratte, semplicistiche e paternalistiche. Chi scende in strada combatte all’interno delle contraddizioni: vive sotto le sanzioni e allo stesso tempo subisce il saccheggio di un’oligarchia interna; teme la guerra e teme la dittatura interna. Ma non si paralizza. Rivendica di essere soggetto attivo del proprio destino — e il suo orizzonte, almeno dal dicembre 2017, non è più la riforma, bensì la caduta della Repubblica islamica.

III. La diffusione della rivolta

Le proteste sono state innescate dal crollo verticale del rial — esplodendo inizialmente tra i commercianti della capitale, in particolare i rivenditori di telefoni cellulari e di computer — ma si sono rapidamente trasformate in un’insurrezione ampia ed eterogenea, che ha coinvolto lavoratori salariati, venditori ambulanti, facchini e lavoratori dei servizi dell’economia di Teheran. La rivolta si è poi spostata rapidamente dalle strade della capitale alle università e ad altre città, in particolare quelle più piccole, che sono diventate l’epicentro di questa ondata di proteste.

Fin dall’inizio, gli slogan hanno preso di mira l’intera Repubblica islamica. Oggi la rivolta è portata avanti soprattutto dai poveri e dagli espropriati: giovani, disoccupati, lavoratori e lavoratrici precarie e studenti.

Alcuni hanno liquidato le proteste sostenendo che esse sono nate nel Bazar (l’economia mercantile di Teheran), spesso percepito come alleato del regime e simbolo del capitalismo commerciale. Le hanno etichettate come “piccolo-borghesi” o “legate al regime”. Questa reazione ricorda le prime risposte al movimento dei Gilet Gialliin Francia nel 2018: poiché la rivolta era emersa al di fuori della “tradizionale” classe operaia e delle reti riconosciute della sinistra, e poiché veicolava slogan contraddittori, molti si affrettarono a liquidarla come reazionaria.

Ma il punto di partenza di un’insurrezione non ne determina l’esito. L’origine non predetermina la traiettoria. Le proteste attuali in Iran avrebbero potuto riaccendersi a partire da qualsiasi scintilla, non solo dal Bazar. Anche qui, ciò che è iniziato nel Bazar si è rapidamente diffuso nei quartieri poveri urbani in tutto il Paese.

IV. La geografia della rivolta

Se nel 2022 il cuore pulsante di “Jin, Jiyan, Azadi” batteva nelle regioni marginalizzate – Kurdistan e Belucistan – oggi le città più piccole dell’ovest e del sud-ovest sono diventate nodi centrali del malcontento: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, Kermanshah e Ilam. Le minoranze lor, bakhtiari e lak di queste regioni sono doppiamente schiacciate dal peso delle crisi interne alla Repubblica Islamica: da un lato la pressione delle sanzioni e l’ombra della guerra, dall’altro la repressione etnica e lo sfruttamento, la distruzione ecologica che minaccia le loro vite, in particolare lungo la catena degli Zagros. È la stessa regione in cui Mojahid Korkor – un manifestante lor – è stato giustiziato dalla Repubblica Islamica durante l’insurrezione per Jina/Mahsa Amini, il giorno prima dell’attacco israeliano, e in cui Kian Pirfalak, un bambino di nove anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza durante l’insurrezione del 2022.

Tuttavia, a differenza dell’insurrezione per Jina – che fin dall’inizio si era espansa consapevolmente lungo fratture di sesso, genere ed etniche – nelle proteste recenti l’antagonismo di classe è stato più esplicito e, finora, la loro diffusione ha seguito una logica più marcatamente di massa.

Tra il 28 dicembre e il 4 gennaio 2025, almeno 17 persone sono state uccise dalle forze repressive della Repubblica Islamica con l’uso di munizioni vere e fucili a pallini — la maggior parte lor (in senso ampio, soprattutto in Lorestan e Chaharmahal e Bakhtiari) e curde (in particolare a Ilam e Kermanshah). Centinaia di persone sono state arrestate (almeno 580, di cui almeno 70 minorenni); decine sono rimaste ferite. Con l’avanzare delle proteste, la violenza della polizia è aumentata: il settimo giorno a Ilam, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nell’ospedale Imam Khomeini per arrestare i feriti; a Birjand, hanno attaccato un dormitorio universitario femminile. Il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che l’insurrezione si approfondisce, e i numeri reali sono certamente superiori a quelli ufficiali.

La violenza però non è ugualmente distribuita: la repressione è più dura nelle città più piccole, soprattutto nelle comunità marginalizzate e minoritarie che vengono spinte ai margini. Le sanguinose uccisioni a Malekshahi (Ilam) e Jafarabad (Kermanshah) testimoniano questa disparità strutturale di oppressione e repressione.

Il quarto giorno di protesta, il governo — coordinandosi tra le varie istituzioni — ha annunciato chiusure diffuse in 23 province con il pretesto del “freddo” o della “carenza energetica”. In realtà si trattava di un tentativo di spezzare i circuiti attraverso cui la rivolta si sta diffondendo — Bazar, università e strade. Parallelamente, le università hanno spostato sempre più lezioni online per recidere i legami tra gli spazi di resistenza.

V. L’impatto della guerra dei dodici giorni

Dopo la guerra dei dodici giorni, il governo iraniano — nel tentativo di compensare il crollo della propria autorità — ha fatto ricorso in modo ancora più aperto alla violenza. Gli attacchi israeliani contro siti militari e civili iraniani hanno portato ad un’ulteriore militarizzazione e securitizzazione dello spazio politico e sociale, in particolare conducendo una campagna razzista di deportazione di massa degli immigrati afghani. E mentre lo Stato invoca incessantemente la “sicurezza nazionale”, continua ad essere il principale produttore di insicurezza: un’insicurezza che attacca la vita delle persone attraverso un’impennata senza precedenti delle esecuzioni, il maltrattamento sistemico di detenuti e detenute e l’intensificazione dell’insicurezza economica tramite la brutale riduzione dei mezzi di sussistenza.

La guerra dei dodici giorni — seguita dall’inasprimento delle sanzioni statunitensi ed europee e dall’attivazione del meccanismo di snapback del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ha aumentato la pressione sui proventi petroliferi, sul sistema bancario e sul settore finanziario, soffocando l’afflusso di valuta estera e aggravando la crisi di bilancio.

Dal 24 giugno 2025, data della fine della guerra, alla notte del 18 dicembre, quando sono esplose le prime proteste nel Bazar di Teheran, il rial ha perso circa il 40% del suo valore. Non si è trattato di una fluttuazione “naturale” del mercato, ma del risultato combinato dell’escalation delle sanzioni e dello sforzo deliberato della Repubblica islamica di scaricare dall’alto verso il basso gli effetti della crisi attraverso una svalutazione della moneta nazionale.

Le sanzioni devono essere condannate senza riserve. Nell’Iran di oggi, tuttavia, esse operano anche come strumento di potere di classe interno. La valuta estera è sempre più concentrata nelle mani di un’oligarchia militare-securitaria che trae profitto dall’elusione delle sanzioni e dall’intermediazione opaca del petrolio. I proventi delle esportazioni sono di fatto tenuti in ostaggio e immessi nell’economia formale solo in momenti specifici e a tassi manipolati. Anche quando le vendite di petrolio aumentano, i profitti circolano all’interno di istituzioni parastatali e di uno “Stato parallelo” (soprattutto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), invece di tradursi nella vita quotidiana delle persone.

Per coprire il deficit prodotto dal calo delle entrate e dai ritorni bloccati, lo Stato ricorre alla rimozione dei sussidi e all’austerità. In questo quadro, il crollo improvviso del rial diventa uno strumento fiscale: forza la valuta “ostaggio” a rientrare in circolazione secondo le condizioni volute dallo Stato e amplia rapidamente le risorse in rial del governo — dal momento che lo Stato stesso è uno dei maggiori detentori di dollari. Il risultato è un’estrazione diretta dai redditi delle classi popolari e medie e il trasferimento dei profitti derivanti dall’elusione delle sanzioni e dalla rendita valutaria a una ristretta minoranza, approfondendo così ulteriormente la divisione di classe, l’instabilità materiale e la rabbia sociale. In altre parole, i costi delle sanzioni sono pagati direttamente dalle classi inferiori e dai ceti medi.

Il collasso della valuta nazionale va dunque inteso come un saccheggio statale organizzato in un’economia segnata dalla guerra e strangolata dalle sanzioni: una manipolazione del tasso di cambio a favore delle reti di intermediazione legate all’oligarchia dominante, al servizio di uno Stato che ha elevato la liberalizzazione neoliberale dei prezzi a dottrina sacra.

I campisti pseudo-di-sinistra riducono la crisi alle sanzioni statunitensi e all’egemonia del dollaro, cancellando il ruolo della classe dominante della Repubblica Islamica come agente attivo di espropriazione e accumulazione finanziarizzata. I campisti di destra, generalmente allineati all’imperialismo occidentale, attribuiscono invece tutta la colpa alla Repubblica Islamica e trattano le sanzioni come irrilevanti. Queste posizioni si rispecchiano a vicenda — e ciascuna riflette interessi molto chiari. Contro entrambe, insistiamo sul riconoscimento dell’intreccio tra saccheggio ed espropriazione globali e locali. Sì, le sanzioni devastano la vita delle persone — attraverso la carenza di medicinali, le carenze all’interno di specifici segmenti industriali, la disoccupazione e i danni psicologici — ma il peso più grosso viene distribuito sulla popolazione, non sull’oligarchia militare-securitaria che accumula immense ricchezze controllando i circuiti informali della valuta e del petrolio.

VI. Le contraddizioni

Nelle strade si sentono slogan contraddittori, che vanno dalle invocazioni per il rovesciamento della Repubblica Islamica agli appelli filomonarchici. Allo stesso tempo, gli studenti scandiscono slogan contro il dispotismo della Repubblica Islamica e contro l’autocrazia monarchica. Gli slogan pro-Shah e pro-Pahlavi riflettono le contraddizioni reali in campo, ma sono anche amplificati e fabbricati attraverso distorsioni mediatiche di destra, inclusa la vergognosa sostituzione delle voci dei manifestanti con slogan monarchici. Il principale responsabile di questa manipolazione mediatica è Iran International, divenuto un megafono della propaganda sionista e monarchica. Il suo bilancio annuale si aggira, secondo quanto riportato, intorno ai 250 milioni di dollari, finanziati da individui e istituzioni legati ai governi di Arabia Saudita e Israele.

Nell’ultimo decennio, la geografia iraniana è diventata un campo di tensione tra due orizzonti socio-politici, mediati da due diversi modelli di organizzazione contro la Repubblica Islamica. Da un lato vi è un’organizzazione sociale concreta e radicata lungo le fratture di classe, genere, sesso ed etnia — visibile soprattutto nelle reti che sono nate durante l’insurrezione Jina del 2022, e che vanno dal carcere di Evin alla diaspora, producendo un’unità senza precedenti tra forze diverse, dalle donne alle minoranze etniche curde e beluci, che si oppongono alla dittatura e che riportano a orizzonti femministi e anticoloniali. Dall’altro lato vi è una mobilitazione populista che viene rappresentata nelle reti televisive satellitari come una sorta di “rivoluzione nazionale”, come una massa omogenea di individui atomizzati. Sostenuta da Israele e dall’Arabia Saudita, questa massa mira alla costruzione di un corpo unico il cui “capo” — il figlio dello Scià deposto — possa essere successivamente inserito dall’esterno, tramite un intervento straniero. Nell’ultimo decennio, i monarchici, armati di un enorme potere mediatico, hanno spinto l’opinione pubblica verso un nazionalismo estremista e razzista, approfondendo ulteriormente le fratture etniche e frammentando l’immaginazione politica dei popoli dell’Iran.

La crescita di questa corrente negli ultimi anni non è il segno di un’“arretratezza” politica delle persone, ma il risultato dell’assenza di una vasta organizzazione e di un potere mediatico di sinistra capaci di produrre un discorso contro-egemonico alternativo — un’assenza dovuta in parte alla repressione e al soffocamento, che ha però lasciato spazio a questo populismo reazionario. In mancanza di una narrazione forte da parte delle forze di sinistra, democratiche e non nazionaliste, anche slogan e ideali universali come libertà, giustizia e maggiori diritti per le donne possono essere facilmente appropriati dai monarchici e rivenduti alla popolazione in vesti apparentemente progressiste che nascondono però un nucleo autoritario. In alcuni casi vengono persino confezionate all’interno di un vocabolario socialista: è precisamente qui che l’estrema destra divora anche il terreno dell’economia politica.

Allo stesso tempo, con l’intensificarsi dell’antagonismo con la Repubblica Islamica, si sono accentuate anche le tensioni tra questi due orizzonti e modelli; oggi la frattura tra di essi è visibile nella distribuzione geografica degli slogan di protesta. Poiché il progetto del “ritorno dei Pahlavi” rappresenta un orizzonte patriarcale fondato su un etno-nazionalismo persiano e su un orientamento profondamente di destra, nei luoghi in cui sono emerse forme di organizzazione operaia e femminista dal basso — come le università e le regioni curde, arabe, beluci, turkmene e turche — gli slogan pro-monarchia sono in larga parte assenti e spesso suscitano reazioni negative. Questa situazione contraddittoria ha prodotto diverse incomprensioni sull’insurrezione recente.

VII. L’orizzonte

L’Iran si trova in un momento storico decisivo. La Repubblica Islamica è in una delle posizioni di maggiore debolezza della sua storia — sul piano internazionale, dopo il 7 ottobre 2023 e l’indebolimento del cosiddetto “Asse della Resistenza”, e sul piano interno, dopo anni di insurrezioni e sollevazioni ripetute. Il futuro di questa nuova ondata resta incerto, ma l’ampiezza della crisi e la profondità dell’insoddisfazione popolare garantiscono che una nuova esplosione di proteste può verificarsi in qualsiasi momento. Anche se l’insurrezione attuale dovesse essere repressa, essa ritornerà. In questa congiuntura, qualsiasi intervento militare o imperialista non può che indebolire la lotta dal basso e rafforzare la mano della Repubblica Islamica nella repressione.

Nell’ultimo decennio, la società iraniana ha reinventato l’azione politica collettiva dal basso. Dal Belucistan e dal Kurdistan durante l’insurrezione per Jina, alle città più piccole del Lorestan e di Isfahan nell’attuale ondata di proteste, l’azione politica — priva di qualsiasi rappresentanza ufficiale dall’alto — si è spostata nelle strade, nei comitati di sciopero e nelle reti locali informali. Nonostante la brutale repressione, queste capacità e connessioni restano vive nella società; la loro possibilità di riemergere e cristallizzarsi in potere politico persiste. Ma l’accumulazione della rabbia non è l’unico fattore che ne determinerà la continuità e la direzione. Decisiva sarà anche la possibilità di costruire un orizzonte politico indipendente e una reale alternativa.

Questo orizzonte affronta due minacce parallele. Da un lato, può essere appropriato o marginalizzato da forze di destra che hanno base all’estero, che strumentalizzano la sofferenza delle persone per giustificare sanzioni, guerra o interventi militari. Dall’altro lato, da segmenti della classe dominante — sia appartenenti alle fazioni militari-securitarie sia agli attuali riformisti — che lavorano dietro le quinte per presentarsi all’Occidente come un’opzione “più razionale”, “meno costosa”, “più affidabile”: un’alternativa interna alla Repubblica Islamica, non per rompere davvero con l’ordine del dominio esistente, ma per riconfigurarlo sotto un altro volto. (Donald Trump punta a fare qualcosa di simile in Venezuela, piegando elementi del governo al proprio volere anziché provocare un vero cambiamento di regime). È un freddo calcolo interno alla gestione della crisi: contenere la rabbia sociale, ricalibrare le tensioni con le potenze globali e riprodurre un ordine in cui ai popoli è negata l’autodeterminazione.

Contro entrambe queste correnti, la rinascita di una politica internazionalista di liberazione è più necessaria che mai. Non si tratta di una “terza via” astratta, ma dell’impegno a porre le lotte delle persone al centro dell’analisi e dell’azione: organizzazione dal basso invece di copioni scritti dall’alto da leader auto-proclamati, o di false opposizioni costruite dall’esterno. Oggi l’internazionalismo significa tenere insieme il diritto dei popoli all’autodeterminazione e l’obbligo di combattere tutte le forme di dominio — interne ed esterne. Un vero blocco internazionalista deve essere costruito a partire dall’esperienza vissuta, da solidarietà concrete e da capacità indipendenti.

Ciò richiede la partecipazione attiva di forze della sinistra, femministe, anticoloniali, ecologiste e democratiche nella costruzione di un’ampia organizzazione di classe all’interno dell’ondata di proteste — sia per riappropriarsi della vita sia per aprire orizzonti alternativi di riproduzione sociale. Al tempo stesso, questa organizzazione deve collocarsi in continuità con l’orizzonte di liberazione delle lotte precedenti, in particolare con il movimento “Jin, Jiyan, Azadi”, la cui energia conserva ancora il potenziale di destabilizzare simultaneamente i discorsi della Repubblica Islamica, dei monarchici, del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e di quegli ex riformisti che oggi sognano una transizione controllata e una reintegrazione nei cicli di accumulazione statunitensi e israeliani nella regione.

Questo è anche un momento decisivo per la diaspora iraniana: essa può contribuire a ridefinire una politica di liberazione, oppure può riprodurre l’esausto binarismo tra “dispotismo interno” e “intervento straniero”, prolungando così l’impasse politica. In questo contesto, è necessario che le forze della diaspora compiano passi verso la formazione di un vero blocco politico internazionalista — capace di tracciare linee nette contro il dispotismo interno e contro il dominio imperialista. Questa posizione lega l’opposizione all’intervento imperialista a una rottura esplicita con la Repubblica Islamica, rifiutando qualsiasi giustificazione della repressione in nome della lotta contro un nemico esterno.


ROJA – Collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano, con sede a Parigi, nato nel settembre 2022  [3]

8 gennaio 2026 [4]

Cosa non vogliamo? Cosa vogliamo? Come ottenerlo?

Tutti parlano di ciò che non vogliamo, ma la domanda cruciale è: cosa vogliamo e come possiamo ottenerlo?
Il “ciò che non vogliamo”, come gridano gli insorti nelle strade, è una lunga lista: fame, nudità, mancanza di una casa, sterminio delle libertà e dei diritti fondamentali, apartheid di genere, inquinamento ambientale e privazione di medicine, assistenza sanitaria e istruzione. Sono tutti in cima alla lista di ciò che “non vogliamo”.

Ma queste affermazioni del “non vogliamo” incrociano eserciti di ladri in cammino verso l’esplosione: saccheggiatori che le divorano, le deformano, le trasformano in rivendicazioni antiumane della propria classe e del proprio gruppo; le imprimono il sigillo della democrazia e della civiltà della schiavitù salariata; le trasformano in cibo mentale per le masse lavoratrici; le trasformano nell’asse delle loro rivolte; sottomettono le masse ribelli e dannate per proclamarsi vincitori.

Questa è stata la storia del capitalismo nel corso della storia. Più andiamo indietro nel tempo, più dolorosa è stata la situazione, più terribile il sacrificio dei lavoratori. Oggi siamo sul punto di ripetere questa tragedia.

Si rivolgono agli insorti e gridano: “Siete i conquistatori delle città, i padroni delle strade; mancano solo pochi passi alla vittoria. Rovesciate il regime religioso e instaureremo il moderno potere del capitale. Faremo piovere la democrazia ovunque!”
Non dite quello che vogliamo!
“Va contro il giudizio dei saggi!”
“È divisivo!”
“Chiunque lo dica ha bisogno di essere plagiato!”
Il grido corretto, dicono, è semplicemente “quello che non vogliamo!”
Questo è ciò che devono fare le masse; i “competenti” decideranno cosa dovremmo volere.
Questo è ciò che dice l’opposizione esistente. Ma l’intera questione ruota proprio attorno a ciò che vogliamo e a come ottenerlo.

La risposta che scaturisce dal cuore e dal grido esistenziale delle masse lavoratrici è questa:
il regime deve essere rovesciato affinché, immediatamente:

Primo: richieste e aspettative

1. Cibo, vestiario, alloggio con tutti i suoi comfort, medicine, assistenza sanitaria, istruzione, acqua, elettricità, gas, internet, trasporti, tempo libero, viaggi e tutti i beni di prima necessità devono essere completamente sottratti al controllo del mercato e degli scambi monetari e resi disponibili a tutti, ovunque, senza richiedere alcun pagamento.
2. Vietare qualsiasi intervento statale in qualsiasi ambito della vita umana: dall’abbigliamento, alle relazioni e alle relazioni tra donne e uomini, ragazze e ragazzi, alle credenze, alla cultura, ai costumi, alle tradizioni e all’attività politica.
3. Abolire il lavoro domestico e sostituirlo con servizi sociali al di fuori di qualsiasi forma di scambio monetario.
4. Liberare tutti i prigionieri ed abolire l’istituzione stessa del carcere.
5. Vietare assolutamente tutte le forme di pena di morte.

Secondo: strategia di implementazione

Organizzarci in modo sempre più ampio, più basato sui consigli e più anticapitalista.
Non subordinare il raggiungimento delle nostre rivendicazioni a un’espressione perfettamente unitaria e pienamente organizzata della nostra esistenza collettiva. In ogni momento, usare la forza unita a nostra disposizione per imporre le nostre rivendicazioni alla classe capitalista e al suo Stato. Man mano che cresciamo, indebolire il nemico, imporre aspettative sempre maggiori ai capitalisti e al loro Stato spietato e ridurre la loro capacità di affrontarci.

Terzo: percorsi e tattiche

L’affermazione secondo cui “la strada è la vera trincea della lotta” è un inganno delle opposizioni interne della classe capitalista.

La strada è importante, ma non è affatto il principale campo di battaglia. Dobbiamo paralizzare il ciclo del lavoro e della produzione il più ampiamente possibile; dobbiamo sfidare l’ordine economico, politico, civile e legale del capitale a ogni livello.

Occupare le proprietà vuote dei capitalisti e renderle disponibili ai senzatetto.
Confiscare i luoghi di lavoro alla classe capitalista e sottoporli al controllo di consigli operai capaci di pianificare liberamente, al di fuori della schiavitù salariata.

Avanzare lungo la strada dell’egemonia di un movimento consiliare generalizzato, contrario al lavoro salariato, in particolare al ciclo di lavoro, produzione e vita.

Prendere il controllo di centri commerciali e catene di negozi e trasformarli in centri di distribuzione di beni di prima necessità per la popolazione, senza alcuno scambio commerciale.

Quarto: respingere i mercanti opportunisti del potere.

Con il terremoto della rivolta della classe operaia e di milioni di figli e figlie di lavoratori, sono state aperte anche vecchie tombe. Da esse emergono pipistrelli fossilizzati che scivolano tra la folla. Questi esumatori della monarchia avvelenano l’aria con i loro lamenti.

Non si tratta di espellerli, ma di dire al mondo intero che non sono niente.

Abbasso il capitalismo, la Repubblica Islamica e tutti gli stati capitalisti!
Lunga vita a una società dei consigli senza sfruttamento, senza classi, senza schiavitù salariale!

Lavoratori anticapitalisti attivi nel movimento per l’abolizione del lavoro salariato [4]

13 gennaio [5]

Attenti ad una pericolosa tendenza reazionaria!

Trump e Netanyau non sono amici del popolo iraniano!

Le dichiarazioni e le politiche di Trump e Netanyahu, insieme con il coro dei sostenitori della guerra, servono solo alla sopravvivenza di Khamenei e della repubblica islamica. Nella situazione attuale nulla è più a vantaggio del regime più dello scoppio della guerra. Non perché possegga la forza di combatterla o goda di un autentico sostegno popolare, ma perché la guerra potrebbe porre fine alle proteste popolari, silenziare le lotte sociali, e spalancare la porta ai più sporchi progetti politici, portati avanti dagli opportunisti e dalle forze di destra che prosperano all’ombra del militarismo.

La preparazione della pubblica opinione per un sedicente “attacco umanitario” e la falsa promessa di “salvare il popolo dal massacro” è una diretta replica dello scenario libico. Questa narrazione fornisce alla repubblica islamica il perfetto pretesto per un generale bagno di sangue, portato avanti nel nome della “difesa del paese dai nemici esterni e dai loro agenti”. In caso di guerra le masse popolari sarebbero allontanate dalla scena politica,; ed i rimanenti sarebbero spinti a legare le loro speranze di “liberazione” al successo militare degli stessi guerrafondai. Un simile corso delle cose scatenerebbe una furiosa risposta reazionaria contro le giuste richieste, aspirazioni e contro la lotta di emancipazione di una massa popolare che si è sollevata per porre fine a condizioni di esistenza intollerabili.

La repubblica islamica può e deve essere rovesciata solo dal potere rivoluzionario della classe lavoratrice e delle masse che amano la libertà. Trump e Netanyahu non sono alleati del popolo dell’Iran. Le loro politiche, siano le sanzioni o la guerra, non indeboliscono l’attuale potere; assicurano la sua sopravvivenza e preparano il terreno alla restaurazione dello status quo. Il loro scopo è quello di appropriarsi delle lotte e dei sacrifici del popolo per piegarle ai propri scopi reazionari.

Stop all’intervento dei fascisti nella politica dell’Iran!

Lunga vita alla Repubblica socialista!

Partito comunista-operaio dell’Iran – hekmatista [5]

14 gennaio 2026 [6]

Condanniamo il massacro organizzato del popolo da parte della Repubblica Islamica

Ciò che il popolo iraniano ha sopportato negli ultimi giorni e notti non è né una “normale repressione” né una reazione momentanea alle proteste. È un massacro consapevole, pianificato e orchestrato dallo Stato. Fuoco diretto con armi militari alla testa e al petto delle persone. Sparatorie dai tetti e da posizioni sicure da parte delle forze di repressione. Colpi deliberati alla testa e al corpo per uccidere, non per disperdere. Impedimento sistematico delle cure mediche ai feriti. Intimidazioni, minacce e arresti del personale medico. Occultamento del numero dei morti. Accumulo di cadaveri negli obitori e in luoghi segreti. Tutto questo costituisce un unico progetto unitario.

Questo progetto è stato portato avanti durante un blackout di internet, attraverso la rottura della connessione della società con il mondo esterno e in un’oscurità deliberata il cui scopo è quello di nascondere la vera portata della catastrofe. Ciò che vediamo oggi, immagini frammentate e testimonianze sparse, rivela solo una frazione del crimine. Le reali dimensioni di questo massacro rimangono sepolte sotto strati di censura, intimidazione e repressione. Ciononostante, le prove disponibili dimostrano che ci troviamo di fronte a uno dei più grandi massacri di Stato di una popolazione in un breve lasso di tempo nel XXI secolo, un crimine che non è un’eccezione, ma la nuda e cruda espressione della natura criminale dello Stato islamico-capitalista.

L’obiettivo della Repubblica Islamica nel compiere questo massacro è chiaro e palese: terrorizzare la società attraverso uccisioni di massa per estinguere il movimento popolare per la caduta del regime. Questo regime si aggrappa ancora alla vana illusione di poter far regredire la società con spargimenti di sangue, sostituire la speranza con la paura e guadagnare tempo. Ma questo calcolo, come tutti i calcoli precedenti di questo sistema, è destinato al fallimento. Le persone scese in piazza hanno già oltrepassato i confini della povertà, dell’umiliazione, della disperazione e della paura. Non saranno rimandate a casa dai proiettili.

Questo massacro non segna la fine delle proteste. Accumula rabbia e accelera la fine del regime. Un governo che deve ogni volta aumentare la portata delle uccisioni per sopravvivere ha, da quel momento in poi, perso la capacità di continuare la propria esistenza. La storia testimonierà che questo crimine, invece di salvare il regime, non farà che predisporne la tomba. Condanniamo la Repubblica Islamica incondizionatamente, senza riserve, senza attenuanti e con tutta la forza. Questo regime ha la responsabilità diretta e consapevole di questo massacro e deve essere spazzato via dalla storia.

Non c’è dubbio che con un’organizzazione consapevole, affidandosi al potere della classe operaia, unendo le proteste e impegnandosi costantemente per forgiare una leadership operaia amante della libertà, egualitaria e socialista per questo movimento, il rapporto di forze cambierà. La nostra politica è quella di costruire un governo fondato sulla libertà, l’uguaglianza e il benessere universale, una Repubblica Socialista fondata sui consigli del popolo.

Il Partito Comunista Operaio dell’Iran – Hekmatist si schiera, con il cuore pesante e la coscienza umana, al fianco del popolo in lutto. Al fianco delle madri e dei padri che hanno perso i loro figli; al fianco delle famiglie che hanno seppellito i loro cari in silenzio, sotto minacce e umiliazioni; al fianco dei feriti le cui ferite sono ancora aperte e che vivono nel ricordo dei proiettili. Siamo solidali con chi è in lutto. Il vostro dolore è il nostro dolore.

Onoriamo la memoria di coloro che sono stati uccisi in questo massacro con rispetto e con rabbia umana, e promettiamo che queste vite non saranno dimenticate. I loro nomi, le loro vite e i loro sogni incompiuti rimangono vivi e saranno trasformati in una forza per la liberazione umana.

Abbasso la Repubblica Islamica!
Libertà, Uguaglianza, Benessere Universale!
Lunga vita alla Repubblica Socialista!

Partito Comunista Operaio dell’Iran – Hekmatista [6]

Gennaio 2026  [7]

Dichiarazione degli attivisti dei lavoratori del Kurdistan e dell’Azerbaigian

Un passo ponderato verso l’orizzonte rivoluzionario, affrontando i progetti di cambio di regime sionisti e l’aggressione imperialista in difesa della classe operaia e del futuro socialista

Ci troviamo in una congiuntura storica in cui le contraddizioni strutturali del capitalismo iraniano – intrecciate con la crisi globale del capitale – hanno raggiunto un punto di rottura. La Repubblica Islamica, in quanto stato capitalista, è stata forgiata all’interno di una rottura storica con l’imperialismo statunitense. Eppure, questa rottura non significa liberazione; piuttosto, riflette la posizione contraddittoria del capitalismo all’interno dell’ordine mondiale imperialista guidato dagli Stati Uniti. Comprendere la natura di questa rottura, insieme alle sue trasformazioni interne ed esterne, è essenziale per qualsiasi analisi politica autenticamente emancipatrice.

1 La frattura strutturale della Repubblica islamica dell’Iran con l’imperialismo americano ha attraversato quattro fasi storiche:

2 La trasformazione riformista (1997-2005): un tentativo di riportare la Repubblica islamica nell’orbita dell’imperialismo attraverso la democrazia liberale e la società civile.

3 Rivoluzione di velluto verde (2009): un progetto di rovesciamento soft incentrato sulla classe media urbana e sui media occidentali.

4 Le rivolte acefale del 2017 e del 2019: un’esplosione di rabbia da parte delle classi lavoratrici, senza organizzazione di classe e con l’opposizione che cerca di appropriarsene.

La formazione della fase finale del sovversivismo: un collegamento completo tra il progetto di sovversione e aggressione, il sionismo e le fantasie liberali, con l’obiettivo del collasso strutturale dell’Iran e del riallineamento regionale.

Dichiariamo inequivocabilmente:

Il sovversionismo odierno non è un progetto di liberazione, ma il braccio armato dell’imperialismo americano e del sionismo globale. Facendo leva sui media guerrafondai, sulla celebrità senza radici [vedi Reza Ciro Pahlavi, ndr] e sulle fantasie della democrazia liberale, questo progetto tenta di appropriarsi delle legittime proteste delle masse subordinate e di usarle strumentalmente come forza d’urto.

Di fronte a questo progetto, la Repubblica Islamica sta anche riproducendo con tutta la sua forza i rapporti capitalistici. Dall’espropriazione dello slogan “giustizia” nel 1979 alle privatizzazioni degli anni Novanta, dalle politiche di sussidi di Ahmadinejad alle campagne di “produttività” di Raisi, dalla repressione del consiglio dei lavoratori [riferimento ad esperienze apparse nel corso degli anni, ndr] all’imposizione di sanzioni sulle spalle della classe operaia, la Repubblica Islamica ha dimostrato non solo di non essere un’alternativa all’imperialismo, ma di essere essa stessa un’espressione del capitale.

Nel frattempo, la classe operaia iraniana, nonostante la repressione, la dispersione e la disorganizzazione, è tornata alla ribalta. Gli scioperi dei lavoratori a contratto a South Pars, le proteste dei lavoratori delle miniere, della canna da zucchero, delle ferrovie, dell’istruzione e della sanità, sono tutti segnali del ritorno della classe operaia sulla scena politica. Questi scioperi non sono solo legati al sindacato, ma anche a possibilità politiche. Possibilità di rottura con entrambi i poli della reazione.

Crediamo che il momento presente sia un momento di chiara demarcazione:

una chiara linea di demarcazione contro il sionismo, i sostenitori della monarchia e i progetti imperialisti di cambio di regime

una chiara linea di demarcazione contro la Repubblica Islamica, in quanto stato capitalista repressivo

una netta linea di demarcazione contro le illusioni della democrazia liberale e del riformismo

una chiara linea di demarcazione contro le rivolte senza radici e senza orizzonte

Allo stesso tempo, è un momento di connessione:

collegare le lotte frammentate della classe operaia a un orizzonte di classe organizzato

collegare le proteste basate sui mezzi di sussistenza alla coscienza politica

collegare la rabbia all’organizzazione e l’organizzazione al partito

Facciamo appello agli studenti, agli intellettuali e alle classi inferiori affinché escano dal doppio gioco tra “asse della resistenza” e “imperialismo”. Nessuno dei due rappresenta la liberazione. La liberazione è possibile solo partendo dal cuore dell’organizzazione della classe operaia e dal cuore dell’orizzonte socialista.

Difendiamo le legittime proteste delle masse oppresse, ma sottolineiamo:

Per la classe operaia la demarcazione politica dal sionismo, dalla monarchia e dall’aggressione militare è più essenziale del pane stesso.

Come attivisti sindacali in Kurdistan, crediamo che solo tornando al socialismo rivoluzionario, attraverso l’organizzazione di partito e rimanendo saldamente sul luogo del conflitto tra lavoro e capitale, possiamo trasformare questi momenti di crisi in un nuovo orizzonte per la rivoluzione della classe operaia.

Lunga vita agli scioperi dei lavoratori!

No al sionismo, no alla monarchia, no all’imperialismo.

Sì all’organizzazione di classe, sì alla rivoluzione operaia.

Attivisti operai di Sanandaj, Baneh, Marivan, Saqqez, Bukan, Oshnavieh, Piranshahr, Mahabad [7]

14 gennaio 2026 [8]

Metteremo sotto processo Khamenei e i sanguinari leader del regime!

Un genocidio e un massacro senza precedenti e di vasta portata sono stati perpetrati in Iran dai feroci governanti. Un nuovo capitolo nella storia di questo Paese è stato aperto. Una pagina sanguinosa è stata voltata, senza precedenti persino nella storia della banda succhiasangue di Khomeini e Khamenei stessi. I criminali al potere, che si vedevano scivolare verso la caduta di fronte all’immensa rivolta popolare, hanno interrotto Internet e scatenato i loro mercenari armati contro la popolazione in protesta. Più di ventimila persone sono state massacrate, in particolare il 7 e l’8 gennaio; migliaia sono rimaste ferite, e alcune di queste sono state uccise a colpi di arma da fuoco. I capi di governo – da Khamenei a Ejei, Radan, Ghalibaf, Pezeshkian e altri assassini islamici – stanno suonando il tamburo di guerra e hanno ordinato ai loro procuratori di trattare tutti i manifestanti come mohareb (nemici in guerra).

Khamenei e gli altri leader criminali del regime devono sapere che questi crimini non vi salveranno. State affrontando un popolo più arrabbiato e determinato che mai, e un governo più illegittimo e in crisi che mai. La rabbia e l’odio che avete accumulato nei cuori di decine di milioni di persone saranno la vostra rovina. Mobiliteremo il mondo contro di voi. Faremo in modo che sia impossibile per qualsiasi governo comprarvi la legittimità. Non potete privare una società di tutto – dalle libertà più elementari ai mezzi di sussistenza più basilari – e rimanere al potere attraverso il crimine. Non potete governare questo popolo con un mare di sangue. Non potete fermare proteste, scioperi e rivoluzioni con forze repressive che hanno paura persino dei propri stessi ranghi. Non potete sopravvivere con un’economia in frantumi, un governo frammentato, l’isolamento internazionale, la sconfitta nella regione e mentre siete circondati da decine di milioni di persone che vi disprezzano profondamente.

Il popolo iraniano che protesta e rispetta la dignità:
unitevi alle famiglie in lutto con tutte le vostre forze. Partecipate alle cerimonie commemorative per i caduti, in raduni di migliaia di persone. Insieme alle famiglie degli arrestati, fate ogni sforzo per salvare i nostri cari dalle camere di tortura. Espandete l’aiuto reciproco in tutti gli ambiti della società. Organizzate più reti di protesta. Diffondete la notizia con ogni mezzo possibile. Organizzatevi più attivamente nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni educative, nelle città e nei quartieri e preparatevi a scioperi e manifestazioni su larga scala e a livello nazionale. Ci si aspetta che personaggi onorevoli e popolari – artisti, scrittori e atleti del popolo – alzino la voce in segno di protesta in qualsiasi modo possibile. E gli iraniani all’estero devono scendere in campo con tutte le loro forze.

Per difendere la vita, siamo costretti a combattere. Ci rialzeremo e, attraverso la nostra unità, porremo fine a questo governo sanguinario, corrotto, odiato e fallito. Faremo uscire Khamenei e i leader del regime dai loro nascondigli e li processeremo. Il Partito Comunista dei Lavoratori non risparmierà alcuno sforzo su questa strada.

Partito Comunista Operaio dell’Iran [8]

24 gennaio 2026 [9]

Stiamo piangendo un genocidio diffuso perpetrato dal potere islamico del capitalismo. Decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di feriti, file di condannati a morte, povertà, fame e senzatetto: questo è il panorama quotidiano delle nostre vite. L’intera società è stata trasformata in un cimitero costruito dal capitale e dallo Stato Islamico.

In questo stesso inferno, le marine e le armi di distruzione di massa degli Stati Uniti e di Israele vengono dispiegate verso la regione; sotto la veste ingannevole di una “resa dei conti con il regime”, ma in realtà per distruggere la vita di milioni di esseri umani. La guerra che si sta preparando non è la nostra guerra; è la guerra di tutti gli Stati e di tutte le potenze capitaliste contro la classe lavoratrice.

La realtà è chiara:
• La Repubblica Islamica, gli Stati Uniti, Israele e tutta l’opposizione capitalista — compresi i monarchici — sono tutti nostri nemici comuni.
• Guerra o resa, in qualsiasi forma o combinazione, si traducono nella distruzione delle vite dei lavoratori.
• Il regime islamico, per la propria sopravvivenza, sacrifica senza esitazione il sostentamento di decine di milioni di lavoratori; e i suoi rivali globali sono pronti a rendere questo inferno ancora più completo.

Qual è la nostra strada?
Nessuna attesa di salvatori,
nessuna illusione nella democrazia borghese,
nessuna sottomissione ai partiti e alle coalizioni al potere.
La nostra strada è la costruzione dei consigli.

Nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, negli ospedali, nei trasporti, nell’agroindustria e nei quartieri dobbiamo unirci. Trasformiamo le assemblee in gruppi consiliari, colleghiamo i consigli e costruiamo un movimento consiliare generale, anticapitalista e anti-statale. Trasformiamo persino i momenti di lutto in un punto di partenza per l’organizzazione dei consigli.

Siamo in lutto, ma non siamo impotenti.

Siamo la classe nelle cui mani risiedono la produzione e la sopravvivenza di tutti gli Stati e di tutto il capitale. Solo facendo leva su questa forza consiliare organizzata possiamo trasformare la guerra e la pace dei nostri nemici cannibali in un’opportunità di insurrezione di classe.

Ogni momento di ritardo significa un aggravarsi della catastrofe per il nostro presente e per il nostro futuro.

Dobbiamo scendere in campo con consapevolezza, unità e determinazione.

Attivisti del movimento per l’abolizione del lavoro salariato [9]

Fonti :

[1] Pungolo Rosso, dossier Iran 3

[2] wpiran.org

[3] connessioniprecarie.org

[4] Barbaria.net Tradotto da Opuscoli sovversivi del collettivo iraniano Attivi Lavoratori Anticapitalisti del Movimento per l’Abolizione del Lavoro Salariano

[5], [6] Pungolo Rosso, dossier Iran 3

[7] Leftcom.org

[8] wpiran.org

[9] https://againstwagelabor.com/2026/01/24/workers-lets-rise-up-lets-build-an-organized-council-movement/

Uprisings in the Crisis – Voices from an Iran in Revolt

Introduction

We have gathered a set of texts that have circulated about the latest mass protest in Iran. The criterion that guided us in publishing them was to recognize, in these positions, the discriminating point of class interests and the expression of a perspective of building anti-capitalist and socialist emancipation as the only outlet for the masses exploited and slaughtered by the Iranian theocratic regime. As the comrades of the “Roja” Collective say, we are at the fifth mass insurrection since 2017. The blood with which they sought to smother even this latest jolt does not eliminate the condition of “permanent crisis” of the theocratic bourgeois system of domination. That of the theocratic regime is a “permanent crisis” fueled by, and intertwined with, the struggles of the different imperialist contenders and the winds of war that still, and always, blow in the Middle East.

All this is feeding, within the mass opposition to the theocracy, equally nefarious tendencies toward old and new masters (such as the return of the Shah), whose sole aim is to make the Iranian state change horses, while reproducing the darkest capitalist domination over the exploited working and proletarian masses.

This knot of the independence of class interests and of the road to pursue it emerges as the real issue with which Iranian comrades are confronted. In an extremely difficult context, where class vanguards—and communists in particular—have been the object of a policy of systematic extermination since the time of the consolidation of the Islamic Republic.

The documents we publish also have—if ever there were any need—the indisputable merit of clarifying once and for all that the Iranian movement is not “fed by Zionism,” as the campists like to claim, those who, devoted to the geostrategic balance-scale, have renounced the class struggle. On the contrary, despite the great complexity that characterizes it, within the Iranian movement significant and important class demands are stirring, and the only task of communists is to recognize them, support them, and develop them.

Alongside an objective condition marked by the regime’s crisis on the one hand and the mass movement on the other, there has been, as a counterpoint, the blackest armed counterrevolution and a subjective condition still entirely to be built in order to assert the hegemony of class positions. For this reason we realize that, if paper can endure anything, material processes instead require capacities of embeddedness, struggle, and horizon that are often acquired and refined by reckoning with problems on the ground.

For this reason, Iranian comrades can teach us something.


31 December 2025 [1]

Protests and strikes against poverty and high prices in Iran!

Masses in the streets against inflation, poverty, corruption, and oppression!

Once again, Iranian society has launched a new wave of protests and strikes. Perhaps by coincidence, these protests began on Saturday 27 December, the anniversary of the mass protests of December 2017–January 2018. This time the spark was lit by the strike and protest of some Tehran bazaar merchants, and it then rapidly spread to other cities, including Karaj, Malard, Shiraz, Nourabad, Qeshm, Isfahan, Ahvaz, Hamedan, Zanjan, and Kermanshah. The new wave of protests is not limited to the bazaar and its merchants; it is a protest against disastrous economic conditions and enormous inflation, the increase in the dollar exchange rate—in other words, the continuing devaluation of the rial. This means a worsening of the working class’s economic situation, with declining wage purchasing power and greater difficulty in securing even the minimum essential goods.

Iranian society, due to the heavy economic situation with widespread misery, is beyond any capacity to endure, and seizes every occasion as an opportunity to express its protest with revolutionary actions. On multiple occasions we have reiterated and clearly affirmed that much broader and more widespread mass and workers’ protests are being prepared, and that these protests are the only way to respond to the ongoing political and economic crisis. On the occasion of the strike by a section of bazaar merchants—who pursue their own interests—workers and the oppressed in Tehran and in various cities have taken to the streets against the Islamic government. On Sunday, clashes with the forces of repression occurred in several neighborhoods of Tehran, and revolutionary slogans were heard calling for the overthrow of the regime. Universities and revolutionary students rapidly broadened the protests. So far, they have organized rallies and demonstrations at the following universities: Beheshti, University of Tehran, Allameh Tabataba’i, Yazd, Iran University of Science and Technology, University of Science and Culture, Sharif University of Technology, Polytechnic, University of Isfahan, and Khajeh Nasir.

In Iran’s polarized society, slogans reflect the different social orientations present in the movement that seeks to overthrow the regime. In mass protests, different social and class movements—opposed to one another—enter the field simultaneously, which is why the struggle over leadership and the direction of the protests is vital and decisive. Intelligence and security agents seek, with reactionary and fascist slogans, to weaken the protest and facilitate its repression. For this reason, with slogans such as “Neither veil nor baton: freedom and equality,” “Neither monarchy nor Supreme Leader: freedom and equality,” “Neither barracks nor enterprise: salute to the university,” “Poverty, corruption, and oppression: death to tyranny,” “Death to the Islamic Republic,” “Death to the dictator,” “Death to the oppressor, whether Shah or Supreme Leader,” and so on, students and the revolutionary and socialist camp emphasize two things.

First, this is a movement against the established power.

Second, this movement is the continuation of the revolutionary wave of 2022, whose fundamental pillar is opposition to poverty, corruption, and the misogyny of the Islamic capitalist order. With these slogans it is affirmed that the revolutionary wave has nothing to do with illusions about the restoration of the monarchy; it is not a reformist movement, and it is not inspired by the repackaged reformist current of yesterday’s and today’s supporters of “civil and non-violent struggle.” It is a left-wing, justice-oriented movement that sets itself the goal of overthrowing the regime.

At this stage of the Iranian revolutionary uprising, the condition for victory is the broadest mass expansion of protests and workers’ strikes. The driving force of the revolution is workers in various productive and service sectors, women in revolt, the new generation, workers in medical centers, health and education, and transport workers, who can rapidly paralyze Tehran and the country’s major cities.

The Worker-Communist Party of Iran – Hekmatist appeals to the camp of freedom and equality, to all workers, to revolutionary women, to conscious youth, in particular to revolutionary and socialist leaders and activists of social movements across the country, to join the protests, raise the banner of revolution against the government and the system responsible for poverty, high prices, corruption, and tyranny, and take the political initiative into their own hands. A free and happy future, a free, just, and prosperous society, depends on the complete overthrow of the Islamic Republic and the corrupt and exploitative capitalist system.

Death to the Islamic Republic!

Freedom, Equality, Workers’ State!

Worker-Communist Party of Iran – Hekmatist [1]


5 January 2026 [2]

Statement of the Worker-Communist Party of Iran on the new cycle of uprising of the Iranian people

The “Woman, Life, Freedom” revolution enters a new phase

The protests that began on 28 December 2025 following the Tehran bazaar strike, in opposition to price rises and the grave economic situation, have grown broader and more radical each day. Chants of “death to the dictator” and calls for overthrow have shaken the streets of large and small cities, once again drawing global attention to the struggle of the Iranian people to free themselves from the Islamic Republic.

These protests are the continuation of previous struggles, and it is precisely the “Woman, Life, Freedom” revolution that is once again taking to the streets—this time under different conditions and with an even stronger emphasis on “life.” Attention is now focused on how this revolution, in its new phase, will chart its future path, and on how the Iranian people, defeating the Islamic Republic and taking control of every aspect of life, will shape a new chapter of history.

The latest protests are unfolding in a context of dramatic deterioration in living conditions. For many people there is no longer room for patience or compromise, and as a result ever broader sectors of society are forced to enter into struggle and to settle accounts with the dominant power. On the other side stands an Islamic Republic weaker and in deeper crisis than ever, with no economic or political answers to offer and still dependent on bullets, prisons, executions, and the machinery of repression.

For the revolution to defeat the Islamic Republic, it must mobilize an ever broader social force and make wider use of levers such as national strikes and the general strike—measures extremely difficult for the state to counter. The broadest possible layers of the population, in large and small cities and in neighborhoods across the country, must actively join the revolution, simultaneously engaging in sustained and varied forms of protest: demonstrations, nightly chants, neighborhood control, and attacks on state forces and institutions. Workers in industrial centers, teachers, nurses, pensioners, public employees, and students can—and must—play a far more decisive and central role.

Wherever possible, strike committees, neighborhood control committees, mutual aid committees, and revolutionary coordination networks must be formed, preparing the ground for the mass expansion of the political movement and readiness to strike decisive blows against the Islamic Republic.

But the revolution clashes not only with the Islamic Republic and its repression. Another danger threatening its advance and victory lies in attempts to steer political developments in Iran through top-down deals—preserving the foundations of repression, dictatorship, religious authority, and the state apparatus—whether through media manipulation, opinion engineering, or direct and indirect intervention by foreign governments, so that developments are limited to a mere transfer of power from one capitalist’s hands to another’s. In the presence of a revolution of this magnitude, such attempts are often presented in the name of the revolution itself, even as its supposed outcome. In reality, they serve the interests of the regime in power and act against the revolution.

A clear example of this danger can be seen in the activities of monarchist forces. Through deception and propaganda, death threats, intimidation of opponents, violence, abuse, and misogyny—in short, modeling themselves on Trump-style fascism—they seek to eliminate rival figures and leaders who enjoy popular support, with the ambition of claiming uncontested leadership. This illusion benefits the Islamic Republic and harms the popular revolution. Consequently, the struggle to overthrow the Islamic Republic has today become inseparable from the struggle to neutralize and defeat this homegrown Trump-style fascism.

The “Woman, Life, Freedom” revolution in Iran must, even before its final victory, root its human principles—such as unconditional freedom of expression, organization, and political activity; the abolition of the death penalty; and the dismantling of every form of misogyny—so deeply in Iranian political culture that no one can cross these boundaries without being exposed and isolated. Resisting attempts to clip the wings of the revolution, impose top-down deals, or manufacture artificial leaders also depends on the mass participation of millions of people in advancing the revolution across the country.

Opposing any attempt to create divisions among the peoples living within Iranian territory; reaffirming Woman, Life, Freedom as a unifying slogan; rejecting every form of dictatorship and state power imposed above society; insisting on demands that uproot the mechanism of repression and suffocation; imposing a total ban on executions, torture, and imprisonment; and defending unconditional freedom of expression: all these are essential elements for strengthening and deepening the revolution.

In the current revolutionary conditions, collective effort and direct action to address livelihood issues—from strikes and struggles for wage increases to protests for public services, the formation of medical mutual aid groups, cooperation funds, child-support initiatives, environmental rescue groups, and other forms of solidarity—also take on political significance. In these areas too, the revolutionary movement is forced to exercise direct popular power, even before completely ousting the dominant political power, depending on the balance of forces.

The revolution does not manifest only through street protests, neighborhood control, or strikes. It can also take shape through revolutionary actions by workers in water, electricity, hospitals, telecommunications, and other institutions, aimed at easing or solving the population’s immediate problems. This indicates a broader truth: for a complete and total victory over the Islamic Republic, the ongoing revolution must not only adopt revolutionary measures in the economic and welfare sphere, but also move toward socialism, placing social production and distribution under the direct control of popular institutions.

The new phase of the “Woman, Life, Freedom” revolution has brought the prospect of victory over the Islamic Republic closer than ever. At the same time, it makes clearer than ever that a decisive victory can occur only with the defeat of all reactionary, traditional, and backward forces that promise the people a return to the past—to despotism, servitude, and inequality.

Down with the Islamic Republic!
Victory to Woman, to Life, to Freedom!
Long live the Socialist Republic!

Worker-Communist Party of Iran [2]


5 January 2026 [3]

Protests in Iran under siege from internal and external enemies, a report

I. The fifth insurrection since 2017

Since 28 December 2025 Iran has once again been swept by a fever of widespread protests. The slogans “Death to the dictator” and “Death to Khamenei” echo in the streets in at least 222 localities, across 78 cities and 26 provinces. This is not only protest against poverty, the dizzying rise in prices, inflation, and expropriation, but an insurrection against an entire political system rotten to the core. Life has become unbearable for the majority of the population—especially for the working class, women, queer people, and non-Persian ethnic minorities. This depends not only on the collapse of the Iranian currency after the twelve-day war, but also on the breakdown of basic social services, continuing blackouts, the worsening environmental crisis (air pollution, drought, deforestation, and mismanagement of water resources), and mass executions (at least 2,063 in 2025). All these factors have contributed to a drastic deterioration in living conditions. The crisis of social reproduction constitutes the core of the current protests, and their ultimate horizon is to demand better living conditions.

This insurrection represents the fifth wave in a chain of protests that began in December 2017 with the so-called “bread revolt,” continued with the bloody November 2019 insurrection against the fuel price increase and social injustice. In 2021 it was the turn of the “thirsty” uprising, begun and led by Arab minorities. This wave peaked with the 2022 “Woman, Life, Freedom” insurrection, which put at its center struggles for women’s liberation and the anti-colonial struggles of oppressed nationalities such as Kurds and Baluch, opening new horizons. The current insurrection returns to place the crisis of social reproduction at the center, this time on a more radical post-war terrain. These are protests born of material demands that, with surprising rapidity, strike at the structures of power and the corrupt ruling oligarchy.

II. An insurrection besieged by internal and external threats

The ongoing protests in Iran are besieged on every side by threats both external and internal. The day before the US imperialist attack on Venezuela, Donald Trump—parading the language of “support for the protesters”—issued a warning: if the Iranian government “kills peaceful protesters, as is its habit, the United States of America will come to their aid. We are ready and armed.” It is the oldest script of imperialism: using the rhetoric of “saving lives” to legitimize war, as in Iraq or Libya. The United States continues to follow this pattern: in 2025 alone it launched direct military attacks against seven countries.

The genocidal government of Israel, which under the cry of “Woman, Life, Freedom” had already attacked Iran in the twelve-day war, now writes in Persian on social media: “We stand with you, protesters.” The monarchists, the local arm of Zionism—who bear the infamy of having supported Israel during the twelve-day war—now seek to present themselves to their Western patrons as the only possible alternative. They do this through selective representation and manipulation of reality, launching an online campaign aimed at appropriating the protests, falsifying and altering street slogans in support of the monarchist cause. This reveals their deceptive nature, monopolistic ambitions, media power, and above all their internal weakness, due to the absence of any real material force in the country. With the slogan “Make Iran Great Again,” this group welcomed Trump’s imperialist operation in Venezuela and now awaits the kidnapping of Islamic Republic leaders by US and Israeli hitmen.

Then there are the pseudo-left campists, self-proclaimed “anti-imperialists,” who absolve the dictatorship of the Islamic Republic by projecting onto it an anti-imperialist mask. They question the legitimacy of the protests by claiming that “an insurrection under these conditions is nothing but a game on the terrain of imperialism,” because they read Iran exclusively through the lens of geopolitical conflict, as if every uprising were a project orchestrated by the United States and Israel. In doing so they deny the political subjectivity of the Iranian people and grant the Islamic Republic discursive and political immunity while it continues to massacre and repress its own population.

“Angry at imperialism” but “frightened by revolution”—to borrow Amir Parviz Puyan’s formulation—their posture is a form of reactionary anti-reactionism. They even go so far as to argue that one should not write about the recent protests, killings, and repression in Iran in any language other than Persian in international spaces, so as not to offer a “pretext” to imperialists. As if, beyond Persians, there were no other peoples capable of shared destinies, common experiences, connections, and solidarity in struggle. For the campists there is no subject outside Western governments, and no social reality outside geopolitics.

Against all these enemies, we assert the legitimacy of the protests, the intersection of oppressions, and the sharing of struggles. The reactionary monarchist current is expanding in the far right of the Iranian opposition, and the imperialist threat against the Iranian people—including the danger of foreign intervention—is real. But equally real is popular rage, forged over more than four decades of brutal repression, exploitation, and the state’s “internal colonialism” against non-Persian communities.

We have no choice but to face these contradictions for what they are. What we see today is an insurgent force emerging from Iran’s social hell: people who risk their lives to survive by confronting the repressive apparatus head-on.

We have no right to use the pretext of the external threat to deny the violence inflicted on millions of people in Iran—nor to deny the right to rise up against it.

Those who take to the streets are tired of abstract, simplistic, paternalistic analyses. Those who take to the streets fight within the contradictions: they live under sanctions and at the same time suffer the plunder of an internal oligarchy; they fear war and fear internal dictatorship. But they are not paralyzed. They claim to be the active subject of their own destiny—and their horizon, at least since December 2017, is no longer reform but the fall of the Islamic Republic.

III. The spread of the uprising

The protests were triggered by the vertical collapse of the rial—initially exploding among merchants in the capital, in particular retailers of mobile phones and computers—but they quickly turned into a broad and heterogeneous insurrection involving wage workers, street vendors, porters, and service workers in Tehran’s economy. The revolt then rapidly moved from the capital’s streets to universities and to other cities, especially smaller ones, which became the epicenter of this wave of protests.

From the outset, slogans targeted the entire Islamic Republic. Today the revolt is driven above all by the poor and the dispossessed: youth, the unemployed, precarious workers, and students.

Some dismissed the protests by arguing that they began in the Bazaar (Tehran’s merchant economy), often perceived as an ally of the regime and a symbol of commercial capitalism. They labeled them “petty-bourgeois” or “linked to the regime.” This reaction recalls the first responses to the Yellow Vests movement in France in 2018: because the revolt had emerged outside the “traditional” working class and the recognized networks of the left, and because it carried contradictory slogans, many hurried to dismiss it as reactionary.

But an insurrection’s point of departure does not determine its outcome. Origin does not predetermine trajectory. The current protests in Iran could have reignited from any spark, not only from the Bazaar. Here too, what began in the Bazaar quickly spread into poor urban neighborhoods across the country.

IV. The geography of the uprising

If in 2022 the beating heart of “Jin, Jiyan, Azadi” pulsed in marginalized regions—Kurdistan and Baluchistan—today the smaller cities of the west and southwest have become central nodes of discontent: Hamedan, Lorestan, Kohgiluyeh and Boyer-Ahmad, Kermanshah, and Ilam. The lor, bakhtiari, and lak minorities of these regions are doubly crushed by the weight of crises internal to the Islamic Republic: on the one hand the pressure of sanctions and the shadow of war, on the other ethnic repression and exploitation, and ecological destruction that threatens their lives, especially along the Zagros chain. It is the same region where Mojahid Korkor—a lor protester—was executed by the Islamic Republic during the insurrection for Jina/Mahsa Amini, the day before the Israeli attack, and where Kian Pirfalak, a nine-year-old child, was killed by security forces during the 2022 insurrection.

However, unlike the insurrection for Jina—which from the outset had consciously expanded along fractures of sex, gender, and ethnicity—in the recent protests class antagonism has been more explicit and, so far, their spread has followed a more distinctly mass logic.

Between 28 December and 4 January 2025, at least 17 people were killed by the Islamic Republic’s repressive forces using live ammunition and pellet guns—the majority lor (in a broad sense, especially in Lorestan and Chaharmahal and Bakhtiari) and Kurdish (in particular in Ilam and Kermanshah). Hundreds were arrested (at least 580, including at least 70 minors); dozens were injured. As protests advanced, police violence increased: on the seventh day in Ilam, security forces raided Imam Khomeini hospital to arrest the wounded; in Birjand they attacked a women’s university dormitory. The death toll continues to rise as the insurrection deepens, and real numbers are certainly higher than official ones.

Violence, however, is not evenly distributed: repression is harsher in smaller cities, especially in marginalized and minority communities pushed to the edges. The bloody killings in Malekshahi (Ilam) and Jafarabad (Kermanshah) bear witness to this structural disparity of oppression and repression.

On the fourth day of protest, the government—coordinating among various institutions—announced widespread closures in 23 provinces on the pretext of “cold” or “energy shortages.” In reality this was an attempt to break the circuits through which the revolt is spreading—Bazaar, universities, and streets. In parallel, universities increasingly moved classes online to sever the links among spaces of resistance.

V. The impact of the twelve-day war

After the twelve-day war, the Iranian government—attempting to compensate for the collapse of its authority—resorted even more openly to violence. Israeli attacks on Iranian military and civilian sites led to further militarization and securitization of political and social space, in particular by conducting a racist campaign of mass deportation of Afghan immigrants. And while the state incessantly invokes “national security,” it continues to be the main producer of insecurity: an insecurity that attacks people’s lives through an unprecedented surge in executions, the systemic mistreatment of detainees, and the intensification of economic insecurity through the brutal reduction of livelihoods.

The twelve-day war—followed by the tightening of US and European sanctions and the activation of the UN Security Council snapback mechanism—increased pressure on oil revenues, the banking system, and the financial sector, choking the inflow of foreign currency and worsening the budget crisis.

From 24 June 2025, the date the war ended, to the night of 18 December, when the first protests exploded in Tehran’s Bazaar, the rial lost about 40% of its value. This was not a “natural” market fluctuation, but the combined result of escalating sanctions and the Islamic Republic’s deliberate effort to pass the effects of the crisis from top to bottom through a devaluation of the national currency.

Sanctions must be condemned without reservations. In today’s Iran, however, they also operate as an instrument of internal class power. Foreign currency is increasingly concentrated in the hands of a military-security oligarchy that profits from sanctions evasion and opaque oil brokerage. Export revenues are effectively held hostage and injected into the formal economy only at specific moments and at manipulated rates. Even when oil sales increase, profits circulate within parastatal institutions and a “parallel state” (above all the Islamic Revolutionary Guard Corps), instead of translating into people’s daily lives.

To cover the deficit produced by falling revenues and blocked returns, the state turns to subsidy removal and austerity. In this framework, the sudden collapse of the rial becomes a fiscal instrument: it forces the “hostage” currency back into circulation under the state’s desired conditions and rapidly increases the government’s rial resources—since the state itself is one of the largest holders of dollars. The result is a direct extraction from the incomes of popular and middle classes and the transfer of profits derived from sanctions evasion and currency rent to a narrow minority, thereby further deepening class division, material instability, and social anger. In other words, the costs of sanctions are paid directly by the lower classes and the middle strata.

The collapse of the national currency must therefore be understood as an organized state plunder within an economy marked by war and strangled by sanctions: a manipulation of the exchange rate in favor of brokerage networks tied to the ruling oligarchy, in the service of a state that has elevated neoliberal price liberalization into sacred doctrine.

Pseudo-left campists reduce the crisis to US sanctions and dollar hegemony, erasing the role of the Islamic Republic’s ruling class as an active agent of expropriation and financialized accumulation. Right-wing campists, generally aligned with Western imperialism, instead place all blame on the Islamic Republic and treat sanctions as irrelevant. These positions mirror one another—and each reflects very clear interests. Against both, we insist on recognizing the intertwining of global and local plunder and expropriation. Yes, sanctions devastate people’s lives—through medicine shortages, shortages in specific industrial segments, unemployment, and psychological damage—but the heaviest burden is distributed onto the population, not onto the military-security oligarchy that accumulates immense wealth by controlling informal currency and oil circuits.

VI. The contradictions

In the streets contradictory slogans are heard, ranging from calls for the overthrow of the Islamic Republic to pro-monarchist appeals. At the same time, students chant slogans against the despotism of the Islamic Republic and against monarchic autocracy. Pro-Shah and pro-Pahlavi slogans reflect real contradictions on the ground, but they are also amplified and manufactured through right-wing media distortions, including the shameful replacement of protesters’ voices with monarchist slogans. The main culprit of this media manipulation is Iran International, which has become a megaphone for Zionist and monarchist propaganda. Its annual budget is reportedly around 250 million dollars, financed by individuals and institutions linked to the governments of Saudi Arabia and Israel.

Over the past decade, Iranian geography has become a field of tension between two socio-political horizons, mediated by two different models of organization against the Islamic Republic. On one side there is a concrete social organization rooted along fractures of class, gender, sex, and ethnicity—visible above all in the networks that emerged during the 2022 Jina insurrection, stretching from Evin prison to the diaspora, producing an unprecedented unity among diverse forces, from women to Kurdish and Baluch ethnic minorities, opposing dictatorship and reconnecting to feminist and anti-colonial horizons. On the other side there is a populist mobilization represented on satellite TV networks as a kind of “national revolution,” as a homogeneous mass of atomized individuals. Backed by Israel and Saudi Arabia, this mass aims to construct a single body whose “head”—the son of the deposed Shah—can then be inserted from outside through foreign intervention. Over the last decade, monarchists, armed with enormous media power, have pushed public opinion toward extremist and racist nationalism, further deepening ethnic fractures and fragmenting the political imagination of Iran’s peoples.

The growth of this current in recent years is not a sign of people’s political “backwardness,” but the result of the absence of a broad left organization and a left media power capable of producing an alternative counter-hegemonic discourse—an absence due in part to repression and suffocation, which nevertheless left room for this reactionary populism. In the absence of a strong narrative from left, democratic, and non-nationalist forces, even universal slogans and ideals such as freedom, justice, and greater rights for women can be easily appropriated by monarchists and resold to the population in seemingly progressive garments that conceal an authoritarian core. In some cases they are even packaged within a socialist vocabulary: it is precisely here that the far right devours the terrain of political economy as well.

At the same time, as antagonism with the Islamic Republic has intensified, tensions between these two horizons and models have also sharpened; today the fracture between them is visible in the geographic distribution of protest slogans. Because the “return of the Pahlavis” project represents a patriarchal horizon founded on Persian ethno-nationalism and a deeply right-wing orientation, in places where forms of working-class and feminist organization from below have emerged—such as universities and Kurdish, Arab, Baluch, Turkmen, and Turkish regions—pro-monarchy slogans are largely absent and often provoke negative reactions. This contradictory situation has produced various misunderstandings about the recent insurrection.

VII. The horizon

Iran stands at a decisive historical moment. The Islamic Republic is in one of the weakest positions in its history—internationally, after 7 October 2023 and the weakening of the so-called “Axis of Resistance,” and internally, after years of repeated insurrections and uprisings. The future of this new wave remains uncertain, but the breadth of the crisis and the depth of popular dissatisfaction ensure that a new explosion of protests can occur at any moment. Even if the current insurrection were repressed, it will return. In this conjuncture, any military or imperialist intervention can only weaken the struggle from below and strengthen the Islamic Republic’s hand in repression.

Over the past decade, Iranian society has reinvented collective political action from below. From Baluchistan and Kurdistan during the Jina insurrection, to the smaller cities of Lorestan and Isfahan in the current wave of protests, political action—without any official representation from above—has moved into the streets, strike committees, and informal local networks. Despite brutal repression, these capacities and connections remain alive in society; their possibility of reemerging and crystallizing into political power persists. But the accumulation of anger is not the only factor that will determine its continuity and direction. Decisive will also be the possibility of building an independent political horizon and a real alternative.

This horizon faces two parallel threats. On the one hand, it can be appropriated or marginalized by right-wing forces based abroad, which instrumentalize people’s suffering to justify sanctions, war, or military intervention. On the other hand, by segments of the ruling class—whether belonging to military-security factions or current reformists—who work behind the scenes to present themselves to the West as a “more rational,” “less costly,” “more reliable” option: an internal alternative to the Islamic Republic, not to truly break with the existing order of domination, but to reconfigure it under another face. (Donald Trump aims to do something similar in Venezuela, bending elements of the government to his will rather than provoking a real regime change.) It is a cold calculation within crisis management: contain social rage, recalibrate tensions with global powers, and reproduce an order in which peoples are denied self-determination.

Against both these currents, the rebirth of an internationalist politics of liberation is more necessary than ever. This is not an abstract “third way,” but a commitment to place people’s struggles at the center of analysis and action: organization from below instead of scripts written from above by self-proclaimed leaders, or false oppositions built from outside. Today internationalism means holding together the peoples’ right to self-determination and the obligation to fight all forms of domination—internal and external. A true internationalist bloc must be built from lived experience, concrete solidarities, and independent capacities.

This requires the active participation of left, feminist, anti-colonial, ecological, and democratic forces in building a broad class organization within the wave of protests—both to reclaim life and to open alternative horizons of social reproduction. At the same time, this organization must situate itself in continuity with the liberation horizon of previous struggles, in particular with the “Jin, Jiyan, Azadi” movement, whose energy still preserves the potential to simultaneously destabilize the discourses of the Islamic Republic, the monarchists, the Islamic Revolutionary Guard Corps, and those ex-reformists who today dream of a controlled transition and reintegration into US and Israeli accumulation cycles in the region.

This is also a decisive moment for the Iranian diaspora: it can contribute to redefining a politics of liberation, or it can reproduce the worn-out binary between “internal despotism” and “foreign intervention,” thus prolonging the political impasse. In this context, it is necessary for diaspora forces to take steps toward forming a true internationalist political bloc—capable of drawing clear lines against internal despotism and against imperialist domination. This position binds opposition to imperialist intervention to an explicit break with the Islamic Republic, refusing any justification of repression in the name of fighting an external enemy.

ROJA – Iranian, Kurdish, and Afghan feminist and anti-capitalist collective, based in Paris, founded in September 2022 [3]


8 gennaio 2026 [4]

What do we not want? What do we want? How do we achieve it?

Everyone talks about what we do not want, but the crucial question is: what do we want and how can we obtain it?

“What we do not want,” as insurgents shout in the streets, is a long list: hunger, nakedness, homelessness, the annihilation of fundamental freedoms and rights, gender apartheid, environmental pollution, and the deprivation of medicine, healthcare, and education. All of these sit at the top of the list of what we “do not want.”

But these declarations of “what we do not want” intersect with marching armies of thieves heading toward explosion: looters who devour them, deform them, transform them into inhuman demands of their own class and group; who stamp them with the seal of democracy and the civilization of wage slavery; who turn them into mental food for the working masses; who turn them into the axis of their revolts; who subjugate the rebellious and damned masses in order to proclaim themselves victors.

This has been the history of capitalism throughout history. The further back we go, the more painful the situation, the more terrible the sacrifice imposed on workers. Today we stand on the brink of repeating this tragedy.

They address the insurgents and shout:
“You are the conquerors of the cities, the masters of the streets; only a few steps remain to victory. Overthrow the religious regime and we will establish the modern power of capital. We will make democracy rain everywhere!”

Do not say what we want!
“It goes against the judgment of the wise!”
“It is divisive!”
“Whoever says it must be re-educated!”

The correct cry, they say, is simply “what we do not want.”
This is what the masses must do; the “competent” will decide what we should want.

This is what the existing opposition says.
But the entire question revolves precisely around what we want and how to achieve it.

The answer that rises from the heart and existential cry of the working masses is this:
the regime must be overthrown so that, immediately:

First: demands and expectations

  1. Food, clothing, housing with all its comforts, medicine, healthcare, education, water, electricity, gas, internet, transport, leisure, travel, and all basic necessities must be completely removed from the control of the market and monetary exchange and made available to everyone, everywhere, without any payment required.
  2. Any state intervention in any sphere of human life must be banned: from clothing to relationships and relations between women and men, girls and boys; from beliefs to culture, customs, traditions, and political activity.
  3. Domestic labor must be abolished and replaced with social services outside any form of monetary exchange.
  4. All prisoners must be freed and the institution of prison itself abolished.
  5. All forms of the death penalty must be absolutely prohibited.

Second: strategy of implementation

We must organize ourselves ever more broadly, in an increasingly council-based and anti-capitalist manner.
We must not subordinate the achievement of our demands to a perfectly unified and fully organized expression of our collective existence. At every moment, we must use the united force at our disposal to impose our demands on the capitalist class and its state. As we grow, we weaken the enemy, impose ever greater expectations on capitalists and their ruthless state, and reduce their capacity to confront us.

Third: paths and tactics

The claim that “the street is the true trench of struggle” is a deception propagated by internal oppositions within the capitalist class.

The street is important, but it is by no means the main battlefield. We must paralyze the cycle of labor and production as broadly as possible; we must challenge the economic, political, civil, and legal order of capital at every level.

Occupy empty capitalist properties and make them available to the homeless.
Confiscate workplaces from the capitalist class and place them under the control of workers’ councils capable of freely planning beyond wage slavery.

Advance along the path of hegemony of a generalized council movement, opposed to wage labor and to the cycle of labor, production, and life.

Take control of shopping centers and retail chains and transform them into distribution centers for essential goods for the population, without any commercial exchange.

Fourth: rejecting the opportunist merchants of power

With the earthquake of the working-class revolt and of millions of sons and daughters of workers, old graves have also been opened. From them emerge fossilized bats slipping through the crowd. These exhumers of monarchy poison the air with their lamentations.

It is not a matter of expelling them, but of telling the whole world that they are nothing.

Down with capitalism, the Islamic Republic, and all capitalist states!
Long live a council-based society without exploitation, without classes, without wage slavery!

Anti-capitalist workers active in the movement for the abolition of wage labor [4]


13 gennaio [5]

Beware of a dangerous reactionary tendency!

Trump and Netanyahu are not friends of the Iranian people!

The statements and policies of Trump and Netanyahu, together with the chorus of war supporters, serve only the survival of Khamenei and the Islamic Republic. In the current situation, nothing benefits the regime more than the outbreak of war. Not because it possesses the strength to fight it or enjoys genuine popular support, but because war could put an end to popular protests, silence social struggles, and open the door wide to the dirtiest political projects carried forward by opportunists and right-wing forces that thrive in the shadow of militarism.

The preparation of public opinion for a so-called “humanitarian attack” and the false promise of “saving the people from massacre” is a direct replay of the Libyan scenario. This narrative provides the Islamic Republic with the perfect pretext for a general bloodbath, carried out in the name of “defending the country from external enemies and their agents.” In the event of war, the popular masses would be pushed out of the political arena; those who remain would be driven to tie their hopes of “liberation” to the military success of the very warmongers themselves. Such a course would unleash a furious reactionary backlash against the just demands, aspirations, and emancipatory struggle of a population that has risen up to put an end to intolerable conditions of existence.

The Islamic Republic can and must be overthrown only by the revolutionary power of the working class and freedom-loving masses. Trump and Netanyahu are not allies of the Iranian people. Their policies—whether sanctions or war—do not weaken the existing power; they ensure its survival and prepare the ground for the restoration of the status quo. Their aim is to appropriate the struggles and sacrifices of the people and bend them to their own reactionary ends.

Stop fascist intervention in Iranian politics!
Long live the Socialist Republic!

Worker-Communist Party of Iran – Hekmatist [5]


14 gennaio 2026 [6]

We condemn the organized massacre of the people by the Islamic Republic

What the Iranian people have endured over the past days and nights is neither “normal repression” nor a momentary reaction to protests. It is a conscious, planned, and orchestrated massacre by the state. Direct fire with military weapons at people’s heads and chests. Shooting from rooftops and protected positions by repressive forces. Deliberate shots aimed to kill, not disperse. Systematic obstruction of medical care for the wounded. Intimidation, threats, and arrests of medical personnel. Concealment of the number of the dead. Accumulation of bodies in morgues and secret locations. All of this constitutes a single, unified project.

This project was carried out during an internet blackout, severing society’s connection with the outside world and imposing deliberate darkness to conceal the true scale of the catastrophe. What we see today—fragmented images and scattered testimonies—reveals only a fraction of the crime. The real dimensions of this massacre remain buried under layers of censorship, intimidation, and repression. Nonetheless, the available evidence shows that we are facing one of the largest state massacres of a population in a short time span in the 21st century—a crime that is not an exception, but the naked expression of the criminal nature of the Islamic-capitalist state.

The Islamic Republic’s objective in carrying out this massacre is clear: to terrorize society through mass killings in order to extinguish the popular movement for the fall of the regime. This regime still clings to the vain illusion that it can push society backward through bloodshed, replace hope with fear, and buy time. But this calculation, like all previous calculations of this system, is doomed to fail. Those who have taken to the streets have already crossed the thresholds of poverty, humiliation, despair, and fear. They will not be sent home by bullets.

This massacre does not mark the end of protests. It accumulates rage and accelerates the regime’s downfall. A government that must continually expand the scale of killing in order to survive has, from that moment on, lost the capacity to continue its existence. History will testify that this crime, rather than saving the regime, will dig its grave.

We condemn the Islamic Republic unconditionally, without reservations or mitigating factors, with all our strength. This regime bears direct and conscious responsibility for this massacre and must be swept away from history.

There is no doubt that through conscious organization, relying on the power of the working class, uniting protests, and persistently forging a freedom-loving, egalitarian, and socialist working-class leadership for this movement, the balance of forces will change. Our politics aim to build a government founded on freedom, equality, and universal well-being—a Socialist Republic based on people’s councils.

The Worker-Communist Party of Iran – Hekmatist stands, with heavy hearts and human conscience, alongside the mourning people: alongside the mothers and fathers who have lost their children; alongside the families who buried their loved ones in silence under threats and humiliation; alongside the wounded whose injuries remain open and who live with the memory of bullets. We stand in solidarity with those who mourn. Your pain is our pain.

We honor the memory of those killed in this massacre with respect and human rage, and we pledge that these lives will not be forgotten. Their names, lives, and unfinished dreams remain alive and will be transformed into a force for human liberation.

Down with the Islamic Republic!
Freedom, Equality, Universal Well-Being!
Long live the Socialist Republic!

Worker-Communist Party of Iran – Hekmatist [6]


Gennaio 2026 [7]

Statement by workers’ activists of Kurdistan and Azerbaijan

A measured step toward the revolutionary horizon, confronting Zionist regime-change projects and imperialist aggression in defense of the working class and the socialist future

We find ourselves at a historical juncture in which the structural contradictions of Iranian capitalism—intertwined with the global crisis of capital—have reached a breaking point. The Islamic Republic, as a capitalist state, was forged within a historical rupture with U.S. imperialism. Yet this rupture does not signify liberation; rather, it reflects the contradictory position of capitalism within the U.S.-led imperialist world order. Understanding the nature of this rupture, together with its internal and external transformations, is essential for any authentically emancipatory political analysis.

The structural rupture of the Islamic Republic of Iran with American imperialism has passed through four historical phases:

  1. The reformist transformation (1997–2005): an attempt to bring the Islamic Republic back into the orbit of imperialism through liberal democracy and civil society.
  2. The Green Velvet Revolution (2009): a soft-overthrow project centered on the urban middle class and Western media.
  3. The headless uprisings of 2017 and 2019: an explosion of anger by the working classes, without class organization and with the opposition attempting to appropriate it.
  4. The formation of the final phase of subversion: a full linkage between the project of subversion and aggression, Zionism, and liberal fantasies, with the aim of the structural collapse of Iran and regional realignment.

We declare unequivocally:

Today’s subversionism is not a project of liberation, but the armed wing of U.S. imperialism and global Zionism. By leveraging warmongering media, rootless celebrity figures [see Reza Ciro Pahlavi, ed.], and fantasies of liberal democracy, this project attempts to appropriate the legitimate protests of subordinate masses and instrumentalize them as a battering ram.

Confronted with this project, the Islamic Republic is also reproducing capitalist relations with full force. From the expropriation of the slogan “justice” in 1979 to the privatizations of the 1990s; from Ahmadinejad’s subsidy policies to Raisi’s “productivity” campaigns; from the repression of workers’ councils [reference to experiences that have appeared over the years, ed.] to the imposition of sanctions on the backs of the working class, the Islamic Republic has demonstrated not only that it is not an alternative to imperialism, but that it is itself an expression of capital.

Meanwhile, the Iranian working class, despite repression, dispersion, and disorganization, has returned to the foreground. The strikes of contract workers in South Pars, the protests of mine workers, sugarcane workers, railway workers, education and healthcare workers are all signals of the working class’s return to the political scene. These strikes are not only trade-union struggles, but also political possibilities—possibilities of rupture with both poles of reaction.

We believe that the present moment is one of clear demarcation:

– a clear line of demarcation against Zionism, monarchist forces, and imperialist regime-change projects
– a clear line of demarcation against the Islamic Republic as a repressive capitalist state
– a clear line of demarcation against the illusions of liberal democracy and reformism
– a clear line of demarcation against rootless uprisings without horizon

At the same time, it is a moment of connection:

– connecting fragmented struggles of the working class to an organized class horizon
– connecting livelihood-based protests to political consciousness
– connecting anger to organization, and organization to the party

We call on students, intellectuals, and the lower classes to exit the double game between the “axis of resistance” and “imperialism.” Neither represents liberation. Liberation is possible only by starting from the heart of working-class organization and from the heart of the socialist horizon.

We defend the legitimate protests of the oppressed masses, but we emphasize:

For the working class, political demarcation from Zionism, monarchy, and military aggression is more essential than bread itself.

As trade-union activists in Kurdistan, we believe that only by returning to revolutionary socialism—through party organization and by remaining firmly rooted at the site of conflict between labor and capital—can we transform these moments of crisis into a new horizon for the working-class revolution.

Long live workers’ strikes!
No to Zionism, no to monarchy, no to imperialism.
Yes to class organization, yes to workers’ revolution.

Workers’ activists of Sanandaj, Baneh, Marivan, Saqqez, Bukan, Oshnavieh, Piranshahr, Mahabad [7]


14 gennaio 2026 [8]

We will put Khamenei and the bloodthirsty leaders of the regime on trial!

An unprecedented, large-scale genocide and massacre has been perpetrated in Iran by the ferocious rulers. A new chapter in the history of this country has been opened. A bloody page has been turned, without precedent even in the history of the blood-sucking gang of Khomeini and Khamenei themselves. The criminals in power, seeing themselves sliding toward collapse in the face of the immense popular uprising, shut down the internet and unleashed their armed mercenaries against the protesting population. More than twenty thousand people were massacred, particularly on January 7 and 8; thousands were injured, and some of these were killed by gunfire. The heads of government—from Khamenei to Ejei, Radan, Ghalibaf, Pezeshkian, and other Islamic killers—are beating the drums of war and have ordered their prosecutors to treat all protesters as mohareb (enemies at war).

Khamenei and the other criminal leaders of the regime must know that these crimes will not save you. You are facing a people angrier and more determined than ever, and a government more illegitimate and crisis-ridden than ever. The rage and hatred you have accumulated in the hearts of tens of millions of people will be your undoing. We will mobilize the world against you. We will make it impossible for any government to buy you legitimacy. You cannot deprive a society of everything—from the most basic freedoms to the most basic means of subsistence—and remain in power through crime. You cannot rule this people with a sea of blood. You cannot stop protests, strikes, and revolutions with repressive forces that are afraid even of their own ranks. You cannot survive with a shattered economy, a fragmented government, international isolation, defeat in the region, and while you are surrounded by tens of millions of people who deeply despise you.

To the Iranian people in protest and with dignity:

Stand with the mourning families with all your strength. Participate in memorial ceremonies for the fallen, in gatherings of thousands. Together with the families of the arrested, make every effort to save our loved ones from the torture chambers. Expand mutual aid in all areas of society. Organize more protest networks. Spread the news by every possible means. Organize more actively in workplaces, educational institutions, cities, and neighborhoods, and prepare for large-scale, nationwide strikes and demonstrations. Honorable and popular figures—artists, writers, and athletes of the people—are expected to raise their voices in protest in every possible way. And Iranians abroad must step forward with all their strength.

To defend life, we are compelled to fight. We will rise again and, through our unity, put an end to this bloody, corrupt, hated, and failed government. We will drag Khamenei and the leaders of the regime out of their hiding places and put them on trial. The Worker-Communist Party will spare no effort on this path.

Worker-Communist Party of Iran [8]

January 24th

Workers! Let’s rise up. Let’s build an organized council movement.

We are mourning a widespread genocide perpetrated by the Islamic power of capitalism. Tens of thousands of dead, hundreds of thousands of wounded, lines of those sentenced to death, poverty, hunger, and homelessness: this is the daily panorama of our lives. The entire society has been transformed into a cemetery built by capital and the Islamic State.

In this same hell, the navies and weapons of mass destruction of the United States and Israel are being deployed toward the region; under the deceptive guise of a “showdown with the regime,” but in reality, to destroy the lives of millions of human beings. The war being prepared is not our war; it is the war of all states and all capitalist powers against the working class.

The reality is clear:

* The Islamic Republic, the United States, Israel, and all capitalist opposition—including the monarchists—are all our common enemies.

* War or surrender, in any form or combination, translates into the destruction of workers’ lives.

* The Islamic regime, for its own survival, unhesitatingly sacrifices the livelihoods of tens of millions of workers; and its global rivals are poised to make this hell even more complete.

What is our path?

No waiting for saviors,

no illusions in bourgeois democracy,

no servility to parties and coalitions in power.

Our path is the construction of councils.

In workplaces, schools, universities, hospitals, transportation, agribusiness, and neighborhoods, we must unite. Let’s transform meetings into council groups, connect councils, and build a general, anti-capitalist, anti-state council movement. Let’s even transform moments of mourning into a starting point for council organization.

We are mourning, but we are not powerless.

We are the class in whose hands lie the production and survival of all states and all capital. Only by leveraging this organized council force can we transform the war and peace of our cannibalistic enemies into an opportunity for class uprising.

Every moment of delay means a worsening of the catastrophe for our present and our future.

We must take the field with awareness, unity, and determination.

Activists of the movement for the abolition of wage labour [9]


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