Bilanci – 2025 un anno di guerra, crisi, autoritarismo, trasformazione del lavoro e nuove forme di conflitto


End-of-2025 Balance Sheet: war, crisis, authoritarianism and the transformation of labour in the global balance of capitalism

Il 2025 si chiude come un anno di una crisi che chiarisce le sue caratteristiche. Innanzitutto non siamo di fronte a una crisi congiunturale né a una semplice fase di transizione, bensì a una riorganizzazione strutturale di lungo corso del capitalismo globale, che procede attraverso quattro assi principali: guerra permanente, ristrutturazione autoritaria degli Stati, polarizzazione sociale e ristrutturazione accelerata del lavoro. L’insieme di questi processi compone un quadro instabile, nel quale le classi dominanti cercano nuove forme di controllo mentre le contraddizioni sociali si accumulano senza tuttavia incontrare ancora una risposta politica all’altezza.

Stati Uniti: economia di guerra, inflazione sociale e frattura del ceto medio

Negli Stati Uniti la narrazione trumpiana continua a promettere un “futuro boom mai visto prima”, ma i dati raccontano una realtà più contraddittoria. La disoccupazione è risalita al 4,6%, il livello più alto dal 2021, mentre l’inflazione resta stabilmente intorno al 3%. Dietro questi numeri medi si nasconde però una dinamica sociale precisa: aumentano i prezzi dei generi alimentari e dei servizi essenziali e circa 20 milioni di persone subiscono l’aumento dei costi dell’assicurazione sanitaria dopo il progressivo smantellamento dell’Obamacare.

Accanto a questo, negli ultimi mesi emerge un elemento nuovo e strutturalmente rilevante: i dati sull’occupazione mostrano che la crescita del lavoro si concentra sempre più nei settori a bassa retribuzione e ad alta precarietà, mentre inizia una flessione dell’occupazione nel ceto medio impiegatizio, in particolare nelle professioni amministrative, contabili, legali, di supporto e nei servizi qualificati. È proprio in questi ambiti che l’introduzione massiccia di sistemi di intelligenza artificiale – automazione dei processi, analisi dei dati, generazione di testi e codici – sta producendo un primo effetto di sostituzione o compressione del lavoro umano.

Non siamo ancora davanti a una “disoccupazione tecnologica di massa” come quella degli anni ‘70, ma a un segnale che potrebbe indicare che l’IA può diventare uno strumento di ristrutturazione del lavoro a danno non solo del proletariato scarsamente qualificato e delle sue mansioni ripetitive, ma anche del ceto medio dedito a funzioni maggiormente intellettuali, riducendone salari, stabilità e potere contrattuale. È un passaggio cruciale, perché colpisce uno dei pilastri materiali e ideologici della stabilità sociale statunitense, mentre lo Stato investe risorse enormi in riarmo, dazi e politiche securitarie, rilanciando un fronte anti-immigrazione sempre più aggressivo.

A completare il quadro statunitense, nel corso dell’anno si è infatti intensificata un’offensiva repressiva diretta contro migranti, opposizione politica e dissenso. Le retate dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) hanno colpito in modo coordinato diverse grandi aree urbane – tra cui New York, Chicago, Los Angeles, Houston e Phoenix – con il coinvolgimento congiunto di più livelli dell’apparato repressivo: polizie locali e statali, agenzie federali e, in alcuni Stati, unità della National Guard schierate a supporto delle operazioni o nel controllo del territorio. Un dispiegamento che segnala un salto di qualità nell’uso di strumenti militarizzati per la gestione dell’ordine interno. Vi sono stati decine di migliaia di arresti complessivi nel corso dell’anno, spesso effettuati in luoghi di lavoro, quartieri popolari e abitazioni private. Non si tratta solo di controllo migratorio, ma di vere e proprie operazioni dimostrative, pensate per produrre paura, disciplinamento sociale e consenso securitario, segnando un salto di qualità in senso apertamente autoritario.

Parallelamente, l’amministrazione Donald Trump ha adottato misure punitive contro chi ha espresso sostegno alla Palestina: sospensioni da programmi accademici e professionali, revoche o dinieghi di visti, ostacoli all’accesso ai servizi bancari, pressioni su università, fondazioni e istituzioni culturali. A queste si aggiungono interventi diretti sulla libertà di stampa e di espressione, con campagne di delegittimazione dei media critici, restrizioni all’accesso alle informazioni e un uso sempre più disinvolto dell’apparato statale per colpire oppositori politici, attivisti e giornalisti.

Nel loro insieme, queste misure delineano un modello coerente: la gestione autoritaria della crisi sociale interna, in cui repressione, nazionalismo, guerra interna ai migranti e guerra esterna diventano strumenti complementari di governo.

Europa: riarmo, debito e torsione autoritaria

In Europa il processo è speculare. La Germania ha definitivamente accantonato due tabù storici: il rifiuto del debito e la ritrosia alla leadership militare. Miliardi vengono ora destinati al riarmo, mentre i limiti costituzionali all’indebitamento militare vengono ormai superati senza esitazioni. In parallelo, l’estrema destra si normalizza: l’AfD è oggi la seconda forza parlamentare. È il prodotto di una crisi sociale gestita dall’alto attraverso sicurezza, emergenza e disciplina.

Il conflitto sull’accordo UE–Mercosur, a dicembre nuovamente rimandato, ha reso evidente l’ennesima frattura interna all’Unione. Da un lato, Germania, Spagna, Paesi nordici e Commissione europea lo presentano come una risposta ai dazi statunitensi e un modo per ridurre la dipendenza dalla Cina; dall’altro, Francia, Italia e gli agricoltori temono un afflusso di prodotti a basso costo che potrebbe colpire duramente l’agricoltura europea. Le manifestazioni, anche violente, di agricoltori a Bruxelles mostrano che la crisi viene scaricata su settori sociali già indeboliti, mentre il grande capitale industriale cerca nuovi mercati e nuove rendite.

Italia: costruzione di uno Stato sempre più autoritario

In questo quadro, l’Italia rappresenta un laboratorio avanzato di tensione autoritaria interna. Il governo Meloni procede per accumulazione di misure che restringono spazi di conflitto e diritti sociali mentre si centralizza sempre più il potere nelle mani dell’esecutivo.

Il cosiddetto DDL Sicurezza amplia i reati e rafforza gli strumenti repressivi contro manifestazioni, occupazioni e forme di conflitto sociale, colpendo in modo particolare movimenti, studenti e lavoratori organizzati. 

In Italia, la tensione autoritaria assume anche una forma meno visibile ma altrettanto decisiva: la centralizzazione del potere politico attraverso la costruzione sistematica di un’area di impunità per il potere politico ed economico. La separazione delle carriere della magistratura, lo svuotamento del reato di falso in bilancio, la riforma della Corte dei conti, insieme alla depenalizzazione dell’abuso d’ufficio e all’allentamento dei controlli su appalti e spesa pubblica, costituiscono un disegno coerente. Si riduce il rischio penale e contabile per chi gestisce denaro pubblico, si amplia la discrezionalità politica e si normalizzano le pratiche clientelari, affaristiche e mafiose, ridisegnando gli assetti del potere, sempre più centralizzato. In questo quadro, la retorica dell’“efficienza” e della “sburocratizzazione” copre in realtà un trasferimento di potere e risorse verso interessi privati, a scapito della stessa legalità borghese e delle sue forme di controllo, anche sull’uso collettivo delle risorse pubbliche. La proposta di separazione delle carriere nella magistratura viene presentata come riforma tecnica, ma risponde in realtà a una logica di subordinazione del potere giudiziario e di concentrazione dell’autorità esecutiva. 

Infine vi sono gli sgomberi di spazi politici e sociali, come nel caso di spazi storici come il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino. Anche questi indicano una linea chiara: chiudere ogni luogo di aggregazione autonoma e conflittuale, non ultimo in risposta alle grandi manifestazioni e scioperi che ci sono state in Italia tra la fine di settembre e i primi di ottobre.

Non si tratta di derive isolate, ma di un disegno coerente: gestire una società impoverita e frammentata attraverso controllo, polizia e criminalizzazione del dissenso, mentre si accettano senza resistenze le necessità del profitto privato, i vincoli dell’economia di guerra e del mercato globale.

Guerra permanente e finanziarizzazione del conflitto

La guerra resta il perno dell’ordine mondiale. In Ucraina, mentre si moltiplicano i discorsi sui piani di pace, Stati Uniti ed Europa continuano a finanziare il conflitto. A dicembre i leader europei hanno concordato un prestito da 90 miliardi di euro per sostenere Kiev per due anni, scegliendo di non utilizzare direttamente gli asset russi congelati. La guerra viene così finanziata a debito, garantendo continuità ai profitti del complesso militare-industriale ed andando a pesare come un macigno sulle future generazioni.

Nel Pacifico, Washington annuncia oltre 11 miliardi di dollari in vendite di armi a Taiwan, mentre la Cina risponde rafforzando la propria postura militare. Il conflitto qui non esplode ancora apertamente, ma viene alimentato attraverso una tensione permanente, funzionale alla ristrutturazione economica e politica globale.

Cina e fine del mito del “Secolo Asiatico”

Anche il mito del sorpasso cinese mostra crepe profonde. La disoccupazione giovanile supera ufficialmente il 20%, probabilmente molto di più. Cambia la percezione sociale: sempre più cinesi attribuiscono le diseguaglianze a difetti strutturali, corruzione e stagnazione, non a fallimenti individuali. Tuttavia, la protesta resta contenuta anche se ci sono state importanti manifestazioni, come per esempio quelle tenute nel periodo natalizio dai Rider delle città di Changsha e Zigzong.

Sul piano macroeconomico, il divario con gli Stati Uniti torna ad allargarsi: il PIL cinese scende dal 70% al 64% di quello americano. Solo l’India mantiene un trend di crescita relativo, mentre Africa, America Latina e Sud-Est asiatico perdono peso complessivo. L’ordine multipolare promesso dai BRICS si rivela in realtà fragile e diseguale.

Sud globale: guerra, colpi di Stato e competizione imperiale

Dal Medio Oriente all’Africa, la guerra è normalità. In Palestina, oltre alla devastazione militare, eventi climatici estremi colpiscono una popolazione già allo stremo. In Iran il 2025 segna un record di esecuzioni, mentre oppositori e premi Nobel restano incarcerati ma le piazze tornano a riempirsi di persone che protestano contro il carovita, la corruzione, la repressione e il regime nel suo complesso.

In Africa si moltiplicano colpi di Stato, conflitti e interferenze esterne: Sudan e Repubblica Democratica del Congo contano centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati; Etiopia, Guinea-Bissau, Benin, Madagascar diventano nodi di una competizione militare e geopolitica sempre più esplicita. L’Occidente non arretra: riorganizza alleanze, privatizza la guerra, sostiene regimi funzionali ai propri interessi.

In America Latina avanzano la destra radicale e la repressione. Il Brasile resta attraversato dal conflitto sul dopo-Bolsonaro; in Cile la vittoria di Kast consolida una destra “trumpizzata” e nostalgica di Pinochet. Il Venezuela subisce nuove sanzioni e blocchi navali, mentre il petrolio (del quale il Venezuela è la prima riserva mondiale,) resta il cuore dello scontro.

Conclusione: un sistema che produce instabilità e repressione ma anche conflitto sociale e di classe

Il bilancio di fine anno è chiaro. Il capitalismo globale non supera la crisi: la governa attraverso guerra – che è ormai un elemento strutturale –, debito, autoritarismo e ristrutturazione del lavoro. Crescono i miliardari – 79 sono in Italia – mentre milioni di persone scivolano nell’insicurezza. La forbice sociale si allarga: pochi ricchi sempre più ricchi, molti poveri sempre più poveri. L’idea di ascensore sociale, di migliorare la propria condizione attraverso lo studio e l’impegno non funziona più.

L’intelligenza artificiale, lungi dall’essere uno strumento neutro di progresso, viene integrata come leva per comprimere salari, diritti e stabilità, colpendo ora anche il ceto medio e le sue mansioni intellettuali, oltre ad essere impiegata per le funzioni militari e di controllo sociale e ad assorbire risorse sempre più ingenti per il suo sviluppo, tanto che molti osservatori temono una nuova bolla speculativa legata all’IA.

La borghesia parla di sicurezza e stabilità, ma costruiscono un mondo sempre più instabile. La domanda politica che resta aperta non è se questo sistema sia sostenibile, ma quanto a lungo sarà possibile governarlo senza rotture sociali profonde o la generalizzazione della guerra – e se emergeranno forze capaci di trasformare il malessere diffuso e i conflitti in una risposta di classe, internazionale e radicale. I moti della generazione Z che hanno attraversato il 2025 potrebbero essere stati solo un anticipazione.

Di fronte alla sequenza di sollevazioni che hanno attraversato il 2024 e il 2025, diventa ormai impossibile continuare a leggere questi eventi come crisi locali, esplosioni episodiche o semplici reazioni emotive. Ciò che emerge, guardando in controluce Sri Lanka, Kenya, Bangladesh, Indonesia, Nepal, Marocco, Madagascar e Iran, è la possibile chiusura di una fase storica: la fine della pace sociale costruita sul ricatto della precarietà e sull’illusione che sacrifici continui potessero essere compensati da un futuro migliore. Quel futuro non è mai arrivato, e oggi milioni di persone, soprattutto giovani lavoratori e lavoratrici, stanno iniziando a comprenderlo con crescente lucidità.

Ovunque il conflitto si apre sul terreno più elementare e insieme più radicale: la riproduzione materiale della vita. Il prezzo del cibo, dell’energia, dei trasporti, della casa e delle cure sanitarie ha superato la soglia della sopportazione. I salari non crescono, quando non vengono direttamente erosi dall’inflazione o pagati con mesi di ritardo. I servizi pubblici collassano mentre le élite politiche continuano a drenare risorse verso apparati militari, grandi opere inutili o rendite private. La protesta nasce quindi solitamente come difesa immediata della sopravvivenza, ma si trasforma rapidamente in una crisi di legittimità del potere. Quando la fame, il debito e l’insicurezza diventano strutturali, lo Stato smette di apparire come un arbitro e si rivela per ciò che è: uno strumento di gestione degli interessi di una minoranza.

È in questo passaggio che le mobilitazioni del 2025 mostrano il loro carattere comune, ma anche il loro limite, perché la maggior parte delle proteste è ancora contro la corruzione dello Stato e non ancora contro lo Stato come strumento dell’oppressione di classe. Le misure economiche non vengono più percepite come errori tecnici o scelte sbagliate, ma come decisioni di una classe privilegiata. La corruzione e il nepotismo non sono più denunciati come deviazioni morali, bensì come meccanismi ordinari di accumulazione. Le tasse sui beni essenziali, le riforme del lavoro, i tagli alla spesa sociale e la censura digitale vengono letti come parti di un unico disegno: far pagare la crisi a chi vive del proprio lavoro e impedire che questa realtà diventi coscienza collettiva. Da qui la rapidità con cui le rivendicazioni economiche si saldano a quelle politiche, trasformando una protesta contro il caro-vita in una contestazione aperta dell’ordine sociale esistente, o almeno al governo che lo presiede.

La composizione di classe di questi movimenti è un altro elemento decisivo. Protagonista non è più un soggetto operaio tradizionale, isolato e mediato da apparati sindacali forti, ma una costellazione di figure proletarie e semi-proletarie: giovani precari, lavoratori informali, addetti alla gig economy, studenti già proletarizzati, piccoli commercianti impoveriti, settori di classe media in rapida caduta. Quella che viene spesso definita “Generazione Z” appare qui non come categoria culturale, ma come frazione sociale senza prospettive nel modello neoliberale. La richiesta di lavoro dignitoso, di salario sufficiente, di un futuro possibile non è una domanda generazionale astratta, ma l’espressione concreta di una condizione materiale comune.

In questo contesto, la crisi delle mediazioni tradizionali diventa evidente. Sindacati e partiti, dove esistono, appaiono esitanti, compromessi o apertamente ostili alla radicalizzazione del conflitto. In molti casi vengono scavalcati da scioperi spontanei, comitati di fabbrica, coordinamenti informali e reti digitali costruite dal basso. L’uso di social network, VPN e strumenti di comunicazione alternativi non è solo una questione tecnica, ma un segnale politico: la necessità di organizzarsi fuori dai canali controllati o neutralizzati dal potere. Non si tratta ancora di una nuova forma compiuta di autorganizzazione di classe, ma di un terreno di sperimentazione che nasce dalla rottura della rappresentanza esistente.

La risposta degli Stati è sorprendentemente uniforme. Di fronte a richieste che mettono in discussione la distribuzione delle risorse e il controllo del potere, la reazione non è la riforma, ma la repressione. Arresti di massa, uso sistematico della violenza, censura digitale, criminalizzazione del dissenso tacciato come terrorismo o anarchia diventano strumenti ordinari di governo. Questo rivela un dato strutturale: nella fase attuale, lo Stato non ha più margini per concedere miglioramenti significativi senza intaccare gli interessi fondamentali delle élite borghesi. La forza sostituisce la mediazione perché la mediazione non è più sostenibile.

All’interno di questo quadro generale, l’Iran occupa una posizione particolare e strategica. Le mobilitazioni del 2025 segnano un salto qualitativo rispetto ai cicli precedenti. La protesta non è più centrata principalmente sui diritti civili o sulla dimensione simbolica della libertà, ma si radica profondamente nella questione di classe. Insegnanti, infermieri, lavoratori del petrolio, della chimica e dei trasporti entrano in scena con scioperi che colpiscono settori vitali dell’economia. La nascita di comitati spontanei di fabbrica e le richieste di coordinamento nazionale indicano una crescente consapevolezza politica, ancora fragile ma reale.

Il ruolo del settore energetico è particolarmente significativo. Colpire la produzione e l’esportazione di petrolio significa intaccare la principale fonte di finanziamento dello Stato e il cuore del potere delle strutture militari che controllano ampie porzioni dell’economia. Quando emergono rivendicazioni generalizzate di controllo democratico delle imprese statali e di riduzione delle spese belliche, il conflitto – in maniera più o meno consapevole – sta iniziando a mettere in discussione le compatibilità del capitale. Non si chiede più solo di vivere meglio, ma di decidere come vengono usate le risorse collettive.

Il movimento iraniano mostra anche come la questione sociale, quella democratica e quella della militarizzazione dello Stato siano inseparabili. L’inflazione, la repressione, la gestione autoritaria dell’economia e l’uso politico della forza armata appaiono come aspetti di un’unica struttura di dominio. Questo rende la crisi particolarmente profonda e, al tempo stesso, particolarmente pericolosa per il regime. I limiti restano evidenti: la repressione è brutale, il coordinamento nazionale è instabile, l’isolamento internazionale pesa. Eppure, per la prima volta dopo anni, il proletariato iraniano agisce come soggetto autonomo e riconoscibile, e questo dato non potrà essere cancellato facilmente.

Subito dopo l’Iran, anche l’Indonesia merita una menzione specifica per il ruolo che sta assumendo in questo ciclo di lotte. Qui il conflitto si concentra attorno al rifiuto strutturale del lavoro povero e iper-precario imposto da un modello di crescita che arricchisce élite politiche e parlamentari mentre condanna milioni di lavoratori a salari insufficienti e contratti instabili. La saldatura tra operai manifatturieri, giovani della gig economy e studenti, unita alla presenza di pratiche autorganizzate e apertamente conflittuali, segnala l’emergere di un antagonismo sociale che non chiede semplicemente correzioni legislative, ma mette in discussione l’intero assetto di potere e distribuzione della ricchezza nel paese.

Nel loro insieme, le lotte del 2025 segnano qualcosa di molto importante: sebbene parlare di rivoluzione sia assolutamente prematuro, assistiamo alla rottura dell’idea che l’ordine esistente sia inevitabile o riformabile senza conflitto. Quando milioni di persone scendono in strada perché non riescono più a vivere, quando la repressione diventa l’unico linguaggio del potere, quando la gioventù proletaria smette di chiedere integrazione e inizia a praticare la rottura, allora siamo di fronte a nuove possibilità storiche.

Il 2025 si chiude così con l’accelerazione della crisi e del militarismo, ma anche con nuove inedite forme di conflitto. Contro un sistema di crisi e guerra che non offre futuro, la lotta collettiva torna ad essere non una scelta ideologica, ma una necessità materiale. È da questa necessità, e non da formule astratte, che si giocheranno i conflitti dei prossimi anni ed è su questo terreno che gli internazionalisti devono costruire la loro agibilità politica.


End-of-2025 Balance Sheet: war, crisis, authoritarianism and the transformation of labour in the global balance of capitalism

The year 2025 closes as a year of crisis that clarifies its defining features. First of all, we are not dealing with a cyclical downturn nor with a simple transitional phase, but with a long-term structural reorganisation of global capitalism, advancing along four main axes: permanent war, the authoritarian restructuring of states, social polarisation, and the accelerated restructuring of labour. Together, these processes form an unstable framework in which ruling classes search for new forms of control, while social contradictions accumulate without yet encountering a political response commensurate with the moment.

United States: war economy, social inflation, and the fracture of the middle class

In the United States, Trumpist rhetoric continues to promise an “unprecedented boom”, but the data point to a far more contradictory reality. Unemployment has risen again to 4.6%, the highest level since 2021, while inflation remains stable at around 3%. Behind these average numbers, however, lies a precise social dynamic: prices for food and essential services are rising, and around 20 million people are facing higher health insurance costs after the gradual dismantling of Obamacare.

Alongside this, a new and structurally relevant element has emerged in recent months: employment data show that job growth is increasingly concentrated in low-wage, highly precarious sectors, while employment begins to decline within the salaried middle class, particularly in administrative, accounting, legal, support roles and other qualified services. It is precisely in these areas that the large-scale introduction of artificial intelligence systems—process automation, data analysis, text and code generation—is producing a first effect of substitution or compression of human labour.

We are not yet facing “mass technological unemployment” like that of the 1970s, but rather a signal that could indicate that AI may become a tool for restructuring labour to the detriment not only of low-skilled proletarian workers and their repetitive tasks, but also of the middle class engaged in more intellectual functions, reducing wages, stability, and bargaining power. This is a crucial shift, because it strikes one of the material and ideological pillars of US social stability, while the state invests enormous resources in rearmament, tariffs, and security policies, relaunching an increasingly aggressive anti-immigration front.

Completing the US picture, over the course of the year a repressive offensive has in fact intensified, directed against migrants, political opposition, and dissent. ICE (Immigration and Customs Enforcement) raids hit several major urban areas in a coordinated manner—including New York, Chicago, Los Angeles, Houston, and Phoenix—with the joint involvement of multiple layers of the repressive apparatus: local and state police forces, federal agencies, and, in some states, National Guard units deployed in support of operations or for territorial control. This deployment signals a qualitative leap in the use of militarised instruments for the management of internal order. There were tens of thousands of arrests overall during the year, often carried out in workplaces, working-class neighbourhoods, and private homes. This is not merely immigration control, but genuine demonstrative operations designed to produce fear, social disciplining, and securitarian consensus, marking an openly authoritarian escalation.

In parallel, the Donald Trump administration adopted punitive measures against those who expressed support for Palestine: suspensions from academic and professional programmes, revocations or denials of visas, obstacles to access to banking services, and pressure on universities, foundations, and cultural institutions. Added to this are direct interventions against freedom of the press and expression, including campaigns to delegitimise critical media, restrictions on access to information, and an increasingly unrestrained use of the state apparatus to target political opponents, activists, and journalists.

Taken together, these measures outline a coherent model: the authoritarian management of the internal social crisis, in which repression, nationalism, an internal war on migrants, and external war become complementary instruments of governance.

Europe: rearmament, debt, and authoritarian drift

In Europe, the process is symmetrical. Germany has definitively set aside two historic taboos: rejection of debt and reluctance toward military leadership. Billions are now allocated to rearmament, while constitutional limits on military indebtedness are overridden without hesitation. In parallel, the far right is being normalised: the AfD is now the second parliamentary force. This is the product of a social crisis managed from above through security, emergency, and discipline.

The conflict around the EU–Mercosur agreement, once again postponed in December, made clear yet another internal fracture within the Union. On the one hand, Germany, Spain, the Nordic countries, and the European Commission present it as a response to US tariffs and a way to reduce dependence on China; on the other hand, France, Italy, and farmers fear an influx of low-cost products that could severely hit European agriculture. The protests—sometimes violent—by farmers in Brussels show that the crisis is being offloaded onto already weakened social sectors, while large industrial capital searches for new markets and new rents.

Italy: the construction of an increasingly authoritarian state

Within this framework, Italy represents an advanced laboratory of internal authoritarian tension. The Meloni government proceeds by accumulating measures that restrict spaces of conflict and social rights, while power becomes increasingly centralised in the hands of the executive.

The so-called Security Bill expands offences and strengthens repressive tools against demonstrations, occupations, and forms of social conflict, targeting in particular movements, students, and organised workers.

In Italy, authoritarian tension also takes a less visible but equally decisive form: the centralisation of political power through the systematic construction of an area of impunity for political and economic power. The separation of judicial careers, the hollowing out of the offence of false accounting, the reform of the Court of Auditors, together with the decriminalisation of abuse of office and the loosening of controls over procurement and public spending, constitute a coherent design. Criminal and accounting risk for those who manage public money is reduced, political discretion is expanded, and clientelist, business-oriented, and mafia-linked practices are normalised, reshaping power structures in an increasingly centralised direction. In this framework, the rhetoric of “efficiency” and “cutting red tape” in reality covers a transfer of power and resources toward private interests, at the expense even of bourgeois legality and its forms of control, including over the collective use of public resources. The proposal to separate judicial careers is presented as a technical reform, but in reality it reflects a logic of subordinating judicial power and concentrating executive authority.

Finally, there are evictions of political and social spaces, as in the case of Askatasuna. These too indicate a clear line: shutting down every space of autonomous and conflictual aggregation, not least in response to the major demonstrations and strikes that took place in Italy between late September and early October.

These are not isolated drifts, but a coherent design: managing an impoverished and fragmented society through control, policing, and the criminalisation of dissent, while accepting without resistance the imperatives of private profit, the constraints of the war economy, and those of the global market.

Permanent war and the financialisation of conflict

War remains the pivot of the world order. In Ukraine, while talk of peace plans multiplies, the United States and Europe continue to finance the conflict. In December, European leaders agreed on a €90 billion loan to support Kyiv for two years, choosing not to directly use frozen Russian assets. War is thus financed through debt, guaranteeing continuity to the profits of the military-industrial complex and weighing like a boulder on future generations.

In the Pacific, Washington announces over $11 billion in arms sales to Taiwan, while China responds by strengthening its military posture. The conflict here has not yet openly erupted, but it is fuelled through permanent tension, functional to global economic and political restructuring.

China and the end of the “Asian Century” myth

The myth of China’s overtaking also shows deep cracks. Youth unemployment officially exceeds 20%, probably much more. Social perception is changing: more and more Chinese attribute inequality to structural defects, corruption, and stagnation, not to individual failure. However, protest remains contained even though there have been important demonstrations, such as those held during the Christmas period by delivery riders in the cities of Changsha and Zigzong.

At the macroeconomic level, the gap with the United States widens again: China’s GDP falls from 70% to 64% of the American one. Only India maintains a trend of relative growth, while Africa, Latin America, and Southeast Asia lose overall weight. The multipolar order promised by the BRICS in reality proves fragile and unequal.

Global South: war, coups, and imperial competition

From the Middle East to Africa, war is normality. In Palestine, beyond military devastation, extreme climatic events strike a population already at the limit. In Iran, 2025 marks a record in executions, while opponents and Nobel laureates remain imprisoned, yet the streets once again fill with people protesting against the cost of living, corruption, repression, and the regime as a whole.

In Africa, coups, conflicts, and external interference multiply: Sudan and the Democratic Republic of Congo count hundreds of thousands of dead and millions of displaced; Ethiopia, Guinea-Bissau, Benin, and Madagascar become nodes of an increasingly explicit military and geopolitical competition. The West does not retreat: it reorganises alliances, privatises war, and supports regimes functional to its interests.

In Latin America, the radical right and repression advance. Brazil remains marked by conflict over the post-Bolsonaro period; in Chile, Kast’s victory consolidates a “Trumpised” right nostalgic for Pinochet. Venezuela faces new sanctions and naval blockades, while oil (of which Venezuela holds the world’s largest reserves) remains the heart of the confrontation.

Conclusion: a system that produces instability and repression, but also social and class conflict

The end-of-year balance sheet is clear. Global capitalism does not overcome the crisis: it governs it through war—now a structural element—debt, authoritarianism, and the restructuring of labour. Billionaires increase—there are 79 in Italy—while millions slide into insecurity. The social divide widens: a few rich ever richer, many poor ever poorer. The idea of social mobility, of improving one’s condition through education and effort, no longer works.

Artificial intelligence, far from being a neutral tool of progress, is being integrated as a lever to compress wages, rights, and stability, now also striking the middle class and its intellectual tasks. It is also used for military functions and social control, and it absorbs ever more resources for its development, to the point that many observers fear a new speculative bubble linked to AI.

The bourgeoisie speaks of security and stability, but builds an increasingly unstable world. The political question that remains open is not whether this system is sustainable, but how long it will be possible to govern it without deep social ruptures or the generalisation of war—and whether forces will emerge capable of transforming widespread malaise and conflicts into an international and radical class response. The movements of Generation Z that crossed 2025 may have been only an anticipation.

Faced with the sequence of upheavals that crossed 2024 and 2025, it becomes impossible to continue reading these events as local crises, episodic explosions, or simple emotional reactions. What emerges, viewed in backlight across Sri Lanka, Kenya, Bangladesh, Indonesia, Nepal, Morocco, Madagascar, and Iran, is the possible closure of a historical phase: the end of social peace built on the blackmail of precariousness and on the illusion that continuous sacrifices could be compensated by a better future. That future never arrived, and today millions of people, especially young workers, are beginning to grasp this with growing clarity.

Everywhere, conflict opens on the most elementary and at the same time most radical terrain: the material reproduction of life. The price of food, energy, transport, housing, and healthcare has surpassed the threshold of endurance. Wages do not rise, when they are not directly eroded by inflation or paid months late. Public services collapse while political elites continue to drain resources toward military apparatuses, useless mega-projects, or private rents. Protest therefore usually begins as an immediate defence of survival, but it quickly turns into a crisis of legitimacy of power. When hunger, debt, and insecurity become structural, the state ceases to appear as an arbiter and reveals itself for what it is: an instrument for managing the interests of a minority.

It is in this passage that the mobilisations of 2025 show both their common character and their limit, because most protests are still against the corruption of the state and not yet against the state as an instrument of class oppression. Economic measures are no longer perceived as technical mistakes or poor choices, but as decisions made by a privileged class. Corruption and nepotism are no longer denounced as moral deviations, but as ordinary mechanisms of accumulation. Taxes on essential goods, labour reforms, cuts to social spending, and digital censorship are read as parts of a single design: making those who live from their labour pay for the crisis, and preventing this reality from becoming collective consciousness. Hence the speed with which economic demands merge with political ones, transforming a protest against the cost of living into an open contestation of the existing social order, or at least of the government that presides over it.

The class composition of these movements is another decisive element. The protagonist is no longer a traditional working-class subject, isolated and mediated by strong union apparatuses, but a constellation of proletarian and semi-proletarian figures: precarious youth, informal workers, gig-economy workers, already proletarianised students, impoverished small shopkeepers, and sectors of the middle class in rapid decline. What is often called “Generation Z” appears here not as a cultural category, but as a social fraction without prospects within the neoliberal model. The demand for decent work, sufficient wages, and a possible future is not an abstract generational claim, but the concrete expression of a shared material condition.

In this context, the crisis of traditional mediations becomes evident. Trade unions and parties, where they exist, appear hesitant, compromised, or openly hostile to the radicalisation of conflict. In many cases they are bypassed by spontaneous strikes, factory committees, informal coordinations, and digital networks built from below. The use of social networks, VPNs, and alternative communication tools is not only a technical matter, but a political signal: the need to organise outside channels controlled or neutralised by power. This is not yet a fully formed new model of class self-organisation, but a field of experimentation born from the rupture of existing representation.

The response of states is strikingly uniform. Faced with demands that put the distribution of resources and the control of power into question, the reaction is not reform but repression. Mass arrests, systematic violence, digital censorship, and the criminalisation of dissent branded as terrorism or anarchism become ordinary instruments of government. This reveals a structural fact: in the current phase, the state no longer has margins to grant significant improvements without harming the fundamental interests of bourgeois elites. Force replaces mediation because mediation is no longer sustainable.

Within this general framework, Iran occupies a particular and strategic position. The mobilisations of 2025 mark a qualitative leap compared to previous cycles. Protest is no longer centred mainly on civil rights or on the symbolic dimension of freedom, but is deeply rooted in the class question. Teachers, nurses, and workers in oil, petrochemicals, and transport enter the scene with strikes that hit vital sectors of the economy. The emergence of spontaneous factory committees and the calls for national coordination indicate a growing political awareness, still fragile but real.

The role of the energy sector is particularly significant. Striking production and export of oil means striking the main source of state financing and the core of power of the military structures that control wide portions of the economy. When broad demands emerge for democratic control of state enterprises and for a reduction of war spending, the conflict—more or less consciously—is beginning to challenge capital’s “compatibilities”. The demand is no longer only to live better, but to decide how collective resources are used.

The Iranian movement also shows how the social question, the democratic question, and the militarisation of the state are inseparable. Inflation, repression, the authoritarian management of the economy, and the political use of armed force appear as aspects of a single structure of domination. This makes the crisis particularly deep and, at the same time, particularly dangerous for the regime. The limits remain evident: repression is brutal, national coordination is unstable, international isolation weighs heavily. And yet, for the first time in years, the Iranian proletariat acts as an autonomous and recognisable subject, and this fact cannot easily be erased.

Immediately after Iran, Indonesia also deserves a specific mention for the role it is assuming in this cycle of struggles. Here conflict concentrates around the structural refusal of low-paid and hyper-precarious labour imposed by a growth model that enriches political and parliamentary elites while condemning millions of workers to insufficient wages and unstable contracts. The fusion between manufacturing workers, young gig-economy workers, and students, together with the presence of self-organised and openly conflictual practices, signals the emergence of a social antagonism that does not merely demand legislative corrections, but challenges the entire structure of power and the distribution of wealth in the country.

Taken together, the struggles of 2025 mark something extremely important: although it is absolutely premature to speak of revolution, we are witnessing the rupture of the idea that the existing order is inevitable or reformable without conflict. When millions of people take to the streets because they can no longer live, when repression becomes the only language of power, when proletarian youth stop asking for integration and begin to practice rupture, then we are facing new historical possibilities.

Thus 2025 closes with an acceleration of crisis and militarism, but also with new and unprecedented forms of conflict. Against a system of crisis and war that offers no future, collective struggle returns as not an ideological choice, but a material necessity. It is from this necessity, and not from abstract formulas, that the conflicts of the coming years will be decided—and it is on this terrain that internationalists must build their political capacity to act.


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