Il prezzo delle alleanze: 15 tragedie del proletariato tradito da falsi alleati e da false illusioni


The Price of Alliances: 15 Tragedies of the Proletariat Betrayed by False Allies and False Illusions

Iran 1979

Introduzione

Tra il III Congresso dell’Internazionale comunista del luglio 1921 (Parola d’ordine: “Alle masse!”), le Tesi del Comitato esecutivo del dicembre 1921 (Tesi sul Fronte unico dei lavoratori) e il IV Congresso del dicembre 1922 (Tesi sul Governo operaio), il Comintern passò dalla linea dell’offensiva immediata del 1919–21 (Parola d’ordine: “Rivoluzione mondiale!”) alla tattica dell’unità d’azione con i partiti operai riformisti (Parole d’ordine: Fronte unico e Governo operaio). A partire da questo momento la sinistra della borghesia non viene più considerata un nemico di classe, un ostacolo alla rivoluzione, traditori con le mani sporche di sangue comunista come quello di Luxemburg e Liebnecht, bensì un nuovo potenziale alleato. Al di là delle disamine politiche attorno ai motivi – che comunque ruotano attorno al fallimento di alcuni moti rivoluzionari in Occidente e al crescente isolamento della rivoluzione entro i confini russi – per cui nel corso di questo anno, e per tutti i successivi, la parola d’ordine originaria dell’internazionale “Rivoluzione mondiale” venne sostituita con la nuova, opportunista, del “Fronte unico”, intento di questo articolo è andare a vedere nella realtà storica quali furono gli effetti pratici dell’applicazione della tattica del Fronte unico e del Governo operaio nei più importanti episodi di lotta di classe dell’ultimo secolo. Speriamo che questo lavoro possa fungere da monito per i tanti compagni che pretendono, a tutt’oggi, che la tattica del fronte unico e del parlamentarismo siano ancora una valida e praticabile prospettiva per l’emancipazione del proletariato.

Prodromi 0, Finlandia 1918: la trappola mortale del parlamentarismo

Nel gennaio 1918, nel vuoto di potere seguito al crollo dell’Impero zarista, la Finlandia precipitò in una guerra civile tra i Rossi (operai e contadini poveri, guardie rosse, sostenuti dal Partito Socialdemocratico, non vi era ancora stata la scissione dei comunisti) e i Bianchi (borghesia, grandi proprietari e apparato statale nascente), guidati da Mannerheim. La classe operaia finlandese, una delle più organizzate d’Europa, aveva già conquistato un ampio consenso elettorale e una forte rappresentanza parlamentare. Proprio l’illusione che, grazie all’ottenuta maggioranza, il potere e la transizione al socialismo si potessero esercitare attraverso il Parlamento, sorretto dall’insurrezione armata si rivelò fatale.

La direzione socialdemocratica, pur sostenendo formalmente l’insurrezione, rifiutò di rompere apertamente con la legalità borghese, oscillando tra governo parlamentare e appoggio esitante alla mobilitazione armata. Anche i comunisti, ancora politicamente immaturi e legati all’orizzonte parlamentare, non seppero imporre una linea di rottura netta con lo Stato. La borghesia finlandese, invece, non ebbe esitazioni: abbandonò ogni finzione democratica e chiese l’intervento diretto dell’imperialismo tedesco, che nel marzo–aprile 1918 intervenne militarmente a sostegno dei Bianchi.

La sconfitta dei Rossi fu seguita da una repressione di classe senza precedenti: oltre 30.000 proletari uccisi o morti nei campi di concentramento, decine di migliaia incarcerati, il movimento operaio annientato. La socialdemocrazia, che aveva promesso una transizione pacifica e un uso “progressivo” delle istituzioni, accettò la restaurazione dell’ordine borghese, lasciando i lavoratori alla vendetta dei vincitori.

La Finlandia del 1918 anticipa una lezione che il movimento comunista rifiuterà troppe volte di apprendere: il parlamentarismo non è un terreno neutro da usare tatticamente contro la borghesia, ma uno strumento del suo dominio. Quando la rivoluzione diventa reale, il Parlamento viene accantonato e il potere passa alle armi; chi resta prigioniero della legalità borghese prepara la sconfitta e il massacro.

Prodromi 1, gennaio 1919: la rivoluzione di Berlino e il “tradimento” della SPD

Nel novembre 1918, dopo la sconfitta nella Prima Guerra mondiale, il movimento operaio e soldatesco tedesco insorse e costrinse alla caduta il Secondo Reich. Il consigliere socialista Friedrich Ebert, con la sua SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco) e d’accordo con l’alto comando militare (patto Ebert-Groener), fece affidamento sui Freikorps e sull’esercito per mantenere l’ordine.
 Dal 5 al 12 gennaio 1919 a Berlino scoppiò la rivolta della Lega di Spartaco (Spartakusbund), guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, che chiedeva una repubblica dei consigli sul modello russo. Il governo provvisorio – con la SPD al comando – ordinò la repressione e affidò l’azione ai Freikorps. Luxemburg e Liebknecht vennero assassinati per strada e i loro corpi gettati in un fosso. 

Questo episodio è spesso citato come «tradimento» del proletariato: fu la prima – ma come dimostreremo ora, non certo l’unica – di numerosissime volte in cui la socialdemocrazia, in questo caso la SPD, inizialmente alleata delle masse insorte, finì per sacrificarle al fine di salvare lo Stato borghese.

Prodromi 2, Marzo 1921: l’Azione di marzo e la debolezza del movimento comunista

Nel marzo 1921, in varie zone industriali della Sassonia, del Mansfeld e del Leuna, il Partito Comunista di Germania (KPD) e altri gruppi rivoluzionari lanciarono l’“Azione di marzo” (Märzkämpfe) con scioperi generali e occupazioni di fabbriche. 

Tuttavia, la mobilitazione fu mal coordinata, poco supportata dai lavoratori più moderati e soprattutto ostacolata dall’USPD e dalla SPD – i due partiti socialdemocratici – che non vollero subordinarsi a un’insurrezione radicale. Il risultato fu una sconfitta netta: migliaia di arresti e un enorme perdita di terreno politico per i comunisti.

In questo caso il “tradimento” riguarda più la mancanza di alleanze operative efficaci con le masse e il non sfruttamento dell’insurrezione che un tradimento deliberato da parte della borghesia: ma il risultato è lo stesso. Le speranze proletarie furono schiacciate, l’Internazionale avrebbe dovuto prendere atto che la socialdemocrazia è un ostacolo sulla strada della rivoluzione e non un suo possibile alleato. Invece al III congresso, 4 mesi dopo, nonostante la disfatta di marzo, la parola d’ordine “Alle masse!” aprirà la strada all’assunzione della tattica del Fronte unico. La Sinistra Comunista Italiana fu l’unica ad opporsi, ma era troppo debole di fronte a Lenin e all’Internazionale per prevalere. Da qui in avanti l’Internazionale adottò la tattica del Fronte unico, vediamone le conseguenze pratiche.

Ottobre 1923: l’insurrezione di Amburgo e il collasso dell’Ottobre rosso tedesco

Nel contesto della crisi economica, dell’iperinflazione e dell’occupazione della Ruhr, il KPD credeva imminente una rivoluzione tedesca. Il governo di Wilhelm Cuno cadde dopo le grandi mobilitazioni. Il KPD entra in governi di coalizione in Sassonia e Turingia con la SPD di sinistra (tattica del “governo operaio”). Dapprima l’Internazionale spinge per l’insurrezione, ma poi all’ultimo revoca l’ordine. Isolata dal resto della Germania tra il 23 e il 24 ottobre 1923 ad Amburgo si svolse l’insurrezione comunista. Vi furono circa 100 vittime e 1.400 arresti.

Nonostante l’azione, il resto del Partito e i vertici della Komintern non appoggiarono il movimento. Lo Stato rispose militarmente, il movimento comunista solo tentennando e lasciando fondamentalmente isolata l’azione. Il Governo operaio si rivelò una trappola. Il risultato fu l’isolamento del KPD, rafforzamento della repressione e il progressivo declino dei comunisti tedeschi.

Il “tradimento” qui fu doppio: da un lato, la promessa di una rivoluzione non fu mantenuta dai vertici stessi del KPD controllato dall’Internazionale; dall’altro, gli alleati nei Governi operai (sindacati, socialisti moderati) non sostenendo l’azione, lasciando i comunisti soli e si allinearono con la repressione che ne seguì.

Riflessione

Questi quattro episodi mostrano chiaramente come le alleanze o i tentativi di sovvertire lo Stato borghese tramite la presenza della sinistra rivoluzionaria in parlamento finirono ripetutamente con la repressione o il collasso. Il tradimento non fu sempre e solo esterno (da parte della borghesia o dello Stato), ma anche e soprattutto interno (da parte dei partiti socialdemocratici, dei sindacati, della burocrazia operaia). Le forze proletarie che puntarono a un’unità con la sinistra socialdemocratica – e all’insurrezione senza che le condizioni fossero mature – pagarono caro: la repressione che seguì rafforzò il sistema borghese invece di aprire la via al socialismo.

Queste esperienze fallimentari avrebbero dovuto essere sufficienti a cambiare la rotta, purtroppo non fu così. L’internazionale, e la Russia che ormai la controllava, avevano già abbandonato la prospettiva della  rivoluzione mondiale, in favore della ricerca di modalità di coesistenza con i regimi democratici o autoritari del capitale. La piaga del Fronte unico continuò a mietere vittime comuniste per oltre un secolo, e continua a farlo. In troppi sono i pretesi comunisti che credono di far cosa utile alla causa appoggiando tatticamente forze socialdemocratiche, invocando governi operai o, addirittura, sostenendo forze apertamente reazionarie come Hamas e i tagliagole islamici e anticomunisti ritenuti fieri nemici dell’imperialismo USA.

La storia degli ultimi 100 anni è tristemente costellata di momenti in cui i movimenti proletari hanno scelto di allearsi con forze borghesi o nazionaliste, credendo che l’unità contro l’imperialismo o il fascismo avrebbe aperto la via alla rivoluzione sociale. Ogni volta, una volta consolidato il potere, i “compagni di viaggio” borghesi si sono voltati contro gli operai, temendo che la spinta rivoluzionaria travolgesse anche i loro interessi. Dal massacro di Shanghai alla rivoluzione iraniana, la lezione è sempre la stessa, il Fronte unico con la borghesia porta alla sconfitta e al sangue dei proletari e dei comunisti, mai alla liberazione.

Canton e Shanghai, 1927 – La rivoluzione tradita

Nel 1925–27 il Partito Comunista Cinese, seguendo la linea dell’Internazionale Comunista, si alleò con il Kuomintang di Chiang Kai-shek per costruire un Fronte unico anti-imperialista. Gli operai di Shanghai insorsero, fondarono consigli, scioperarono, presero fabbriche e porti. Ma quando il KMT, sostenuto dalla borghesia cinese e dagli interessi stranieri, entrò in città, ruppe l’alleanza: il 12 aprile 1927 i comunisti e migliaia di operai vennero massacrati. 

L’esperienza insegna che il nazionalismo borghese, anche se rivoluzionario in apparenza, teme più il potere operaio che l’imperialismo.

Spagna 1936–1939 – La rivoluzione soffocata

Durante la guerra civile spagnola, la classe operaia e contadina, sostenuta da anarchici e marxisti, avviò collettivizzazioni e consigli popolari. All’interno del Fronte Popolare, il Partito Comunista, su indicazione di Mosca, impose però la priorità della “disciplina repubblicana” e dell’unità nazionale. Nel maggio 1937, a Barcellona, i comunisti e la polizia repubblicana attaccarono il POUM e gli anarchici della CNT, liquidando la rivoluzione sociale in nome dell’“ordine”. Franco vinse due anni dopo, ma la sconfitta vera era già avvenuta: quella dell’autonomia proletaria, della parte più radicale del proletariato spagnolo, sacrificato sull’altare dell’alleanza antifascista.

Grecia 1944–1949 – Dai partigiani alla sconfitta

Il movimento di liberazione greco (EAM-ELAS), dominato dai comunisti, liberò il paese dall’occupazione nazista. Ma, succube della linea di Mosca, invece di prendere il potere, accettò di entrare in un governo di unità nazionale sotto tutela britannica. Quando nel dicembre 1944 gli operai e i partigiani tentarono di completare la rivoluzione, Londra ordinò ai propri carri armati di sparare su Atene. Il Partito Comunista, stretto tra la fedeltà a Mosca e la realtà del tradimento, fu annientato. La guerra civile che seguì spazzò via ogni speranza socialista. I proletari che avevano liberato la Grecia furono fucilati come “banditi”.

Vietnam 1945 – Il massacro dei trotskisti

Alla fine della guerra, i militanti del Viet Minh guidati da Ho Chi Minh negoziarono e manovrarono con le potenze alleate (OSS – poi CIA – USA, britannici a Saigon, ritorno francese), mentre reprimevano i concorrenti rivoluzionari. In quel contesto, i rivoluzionari trotskisti, che chiedevano il potere ai consigli operai e contadini, furono eliminati fisicamente dallo stesso movimento comunista di Ho Chi Minh. L’uccisione di Ta Thu Thau e di centinaia di operai a Saigon mostrò che il nuovo potere preferiva allearsi con la borghesia nazionalista e gli ex coloniali pur di impedire una rivoluzione indipendente. Il mito dell’unità nazionale seppellì la rivoluzione sociale.

Egitto 1952–1954 – Il nasserismo e la fine dei comunisti

Quando i “Liberi ufficiali” di Nasser rovesciarono la monarchia, parte dei comunisti egiziani li sostennero, credendo che la rivoluzione nazionale avrebbe aperto la via al socialismo. Ma una volta consolidato il regime, Nasser sciolse partiti e sindacati, imprigionò gli stessi militanti che lo avevano appoggiato e costruì uno Stato autoritario, centralizzato, fondato sull’esercito e sulla burocrazia. L’Egitto divenne una potenza regionale e i lavoratori furono ridotti al silenzio. L’esperimento dimostrò che il nazionalismo progressista può emancipare una nazione, ma solo al prezzo di soggiogare la sua classe operaia.

Iraq 1958–1963 – Il sogno infranto del comunismo arabo

Dopo la rivoluzione che abbatté la monarchia, il generale Qassem e il Partito Comunista Iracheno stabilirono un’alleanza “patriottica”. I comunisti sostennero il governo, rinunciando alla presa diretta del potere. Nel 1963, i nazionalisti del Baath, appoggiati dagli Stati Uniti, presero il controllo dello Stato e scatenarono una campagna di terrore: decine di migliaia di militanti furono imprigionati o uccisi. Il partito che aveva creduto di guidare la rivoluzione si ritrovò cancellato. L’illusione dell’unità con la borghesia “patriottica” terminò in una delle più grandi disfatte del comunismo arabo grazie anche all’assistenza, documentata, da parte degli USA.

Indonesia 1965 – Il genocidio dimenticato

Il Partito Comunista Indonesiano (PKI), terzo al mondo per numero di iscritti, sostenne il presidente Sukarno nel suo progetto di “democrazia guidata” anti-occidentale. Quando l’esercito di Suharto organizzò un colpo di Stato, i comunisti esitarono a mobilitare la base per non rompere il fronte nazionale. Il risultato fu il massacro di un numero di operai e comunisti che varia a seconda delle fonti tra il mezzo milione e il milione. Le potenze occidentali sostennero Suharto; l’URSS tacque. Fu una delle più grandi stragi politiche del secolo, cancellata dai manuali. A tutt’oggi ci sono testimonianze dei loro scheletri trovati scavando le fondamenta degli hotel nella turistica Bali. La collaborazione col nazionalismo costò al comunismo indonesiano la propria stessa esistenza.

Sudan 1969–1971 – Il tradimento di Nimeiri

Nel 1969 il generale Nimeiri prese il potere con il sostegno del Partito Comunista Sudanese, che lo considerava un alleato “progressista”. Ma due anni dopo, quando una fazione comunista tentò un colpo di Stato per consolidare la rivoluzione, Nimeiri reagì con una repressione brutale: eliminò i leader comunisti, sciolse i sindacati e aprì al capitale straniero. Il socialismo sudanese finì nel sangue. Il caso dimostrò come ogni alleanza con il nazionalismo militare si trasforma, alla prima occasione, in un boomerang contro gli stessi lavoratori che l’hanno reso possibile.

Cile 1970–1973 – La via pacifica alla catastrofe

L’elezione di Salvador Allende fu accolta come un segnale di speranza: per la prima volta, un governo marxista arrivava al potere per via democratica. Ma la strategia di “compromesso storico” con la borghesia e l’esercito lasciò le mani libere ai generali. Quando Allende cercò di difendere le sue riforme, Pinochet bombardò la Moneda. Migliaia di operai furono arrestati, torturati, uccisi. Gli stessi sindacati che avevano costruito l’Unità Popolare vennero smantellati. Il sogno di un socialismo pacifico si dissolse nel fumo dei carri armati: ancora una volta, l’alleanza con la borghesia fu la tomba del proletariato.

Iran 1979–1983 – Dalla rivoluzione alla teocrazia

Nel 1979, comunisti, islamisti, femministe e studenti rovesciarono lo Scià. I partiti di sinistra (Tudeh, Fedayin, Mojahedin) sostennero Khomeini, credendo che l’unità anti-imperialista avrebbe garantito spazio per la rivoluzione sociale. Ma appena consolidato il potere, il clero instaurò la Repubblica Islamica e annientò ogni forma di opposizione. Tra il 1981 e il 1983 migliaia di comunisti furono giustiziati, gli altri fuggirono all’estero. L’alleanza con il nazionalismo religioso, come in Indonesia e in Iraq, divenne un suicidio politico. La rivoluzione che doveva liberare i poveri si trasformò in una teocrazia che li incatenò di nuovo. Questo ultimo esempio ci parla molto chiaramente anche di cosa succederebbe in Palestina qualora il programma nazionalista arrivasse a compimento.

Grecia 2015 – La resa senza carri armati

Dopo la crisi del 2008, pagata duramente dal proletariato greco, la classe lavoratrice ellenica divenne la più combattiva d’Europa. Con la vittoria elettorale di SYRIZA nel gennaio 2015, una parte del proletariato europeo credette di poter rovesciare l’austerità e i rapporti di forza imposti dal capitale attraverso il voto. In tutta Europa i movimenti di sinistra guardarono con entusiasmo e speranza al referendum del luglio 2015, con cui il popolo greco respinse in massa i diktat della Troika, sembrò in quel momento che una via alternativa al capitalismo, ma attraverso il suo parlamento fosse una concreta possibilità. Ma proprio nel momento decisivo, il governo Tsipras scelse la sottomissione: ignorò l’esito referendario, firmò un nuovo memorandum, applicò tagli, privatizzazioni e riforme antisociali più dure delle precedenti. Senza colpi di Stato, senza repressione armata, la volontà popolare venne neutralizzata dall’interno delle istituzioni, dalla socialdemocrazia, come in Finlandia un secolo prima.

Il caso greco dimostra che, nell’epoca dell’imperialismo e della finanza globale, il parlamentarismo non può essere uno strumento di emancipazione perché già è un meccanismo di integrazione e disarmo politico. Quando la sinistra accetta di governare lo Stato borghese senza distruggerlo, non conquista il potere: amministra la sconfitta, trasformando la speranza proletaria in rassegnazione e dispersione, preparando insomma il terreno alla reazione della destra.

Conclusione: si può imparare qualcosa dalla storia?

Sebbene molti dei movimenti comunisti qui citati erano quantomeno ambigui, filo-russi, sebbene i loro militanti di base spesso confondessero socialismo e capitalismo di stato, comunque pensavano di lottare per un mondo di liberi ed uguali.

Quello che qui ci interessa sottolineare è che, comunque, quei militanti, per quanto confusi su alcuni aspetti, erano espressione della parte più radicale del proletariato. Dalla Finlandia e Germania a Shanghai a Teheran, alla Grecia la storia continua a ripeterci la stessa lezione: ogni volta che il proletariato rinuncia alla propria indipendenza per “non spaventare” la borghesia progressista, firma la propria condanna, il più delle volte molto sanguinosa. Gli operai che sostengono i generali o i preti finiscono nelle loro prigioni. Gli intellettuali che predicano la “fase nazionale” consegnano le masse ai loro futuri carnefici. Nessuna emancipazione reale nasce dall’unità con chi possiede, comanda e teme la libertà degli sfruttati. L’unico fronte che non tradisce è quello della classe lavoratrice, contro ogni classe dominante.

L’avanguardia del proletariato è proprio quella parte di classe che cerca di far vivere nelle esperienze odierne della classe gli insegnamenti tratti dagli avvenimenti del passato. È così che la memoria non rimane lettera morta ma si trasforma in bagaglio utile per le battaglie del presente e del futuro. Senza una memoria storica proletaria e rivoluzionaria rischieremo di ripetere i medesimi errori già commessi dai nostri compagni nel passato, precludendo così la liberazione dalle catene del capitale.


Bibliografia per approfondire

Finlandia

Kuusinen, Otto W. La rivoluzione in Finlandia. Milano: Società Editrice Avanti!, 1921. Versione digitale disponibile online.

Kuusinen, Otto W. The Finnish Revolution: A Self-Criticism. London: Workers’ Socialist Federation, 1919. PDF online disponibile su Wikisource.

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_finlandesehttps://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_finlandese

Germania (Prodromi 1,2,3)

PCInt Il comunista – La tragedia del proletariato tedesco nel primo dopoguerra (ampio saggio, dal 1918 al 1923: SPD, Freikorps, assassinio di Luxemburg/Liebknecht). https://pcint.org/40_pdf/18_publication-pdf/IT/2021-tragedia-w.pdf

ICT – Cento anni dopo: le lezioni della rivoluzione tedesca 1918-19 https://www.leftcom.org/it/articles/2018-11-30/cento-anni-dopo-le-lezioni-della-rivoluzione-tedesca

A Hundred Years Since the Murder of Luxemburg and Liebknecht
https://www.leftcom.org/en/articles/2019-01-15/a-hundred-years-since-the-murder-of-luxemburg-and-liebknecht

ICT . Alle origini dell’opposizione di Trotsky https://www.leftcom.org/it/articles/1982-10-01/alle-origini-dell%E2%80%99opposizione-di-trotsky

Avvio all’opportunismo – Note sul “fronte unico” – https://www.leftcom.org/it/articles/1972-06-01/avvio-all-opportunismo-note-sul-fronte-unico

Quinterna – Tesi di laurea: LA SINISTRA COMUNISTA DAI FRONTI POPOLARI ALLA RESISTENZA. quinterna.org

Wikipedia – Rivoluzione di novembre 1919 – https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_di_novembre

Wikipedia – Azione di marzo 1921 – https://it.wikipedia.org/wiki/B%C3%A9la_Kun#L’%22azione_di_marzo%22_in_Germania

Wikipedia – Insurrezione di ottobre 1923 – https://en.wikipedia.org/wiki/Hamburg_Uprising?utm_source=chatgpt.com

Cina (Canton & Shanghai), 1927 — “La rivoluzione tradita”

ICC Italia (testo al quale sono state eliminati riferimenti alla teoria della decadenza e aggiunti riferimenti storici) – Cina 1927: lo stalinismo consegna il proletariato alla borghesia (dettagli su GLU, 12 aprile, repressione a Shangai) https://files.libcom.org/files/The%20Chinese%20revolution%201925-1927.pdf

ITC – Biennio rosso cinese 1925-27 – https://www.leftcom.org/it/articles/2007-12-01/biennio-rosso-cinese-1925-27

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Spagna 1936–1939 — “La rivoluzione soffocata”

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Pcint Il comunista – Sulla guerra civile in Spagna 1936-39. Le posizioni della Frazione del PCd’I all’estero – https://www.pcint.org/02_IlC/184/184_06_spagna-frazione-pcdi.htm

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International Communist Current: “The May 1937 days in Barcelona”. en.internationalism.org

Wilipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_spagnola

Grecia 1944–1949 — (Dekemvriana e guerra civile)

The massacre of the internationalist communists in Greece, December 1944 – https://libcom.org/article/massacre-internationalist-communists-greece-december-1944

Libcom: “British perfidy in Greece: a story worth remembering” (sulle sparatorie del 3 dicembre 1944).- https://libcom.org/article/british-perfidy-greece-story-worth-remembering-ed-vulliamy-and-helena-smith

Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Dekemvriana

Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Terrore_bianco_(Grecia)

Vietnam 1945 — “Il massacro dei trotskisti”

Libcom Ngo Van – Thau, Ta Thu, 1906-1945: Vietnamese Trotskyist Leader – https://libcom.org/article/thau-ta-thu-1906-1945-vietnamese-trotskyist-leader

Libcom Ngo Van – 1945: The Saigon commune – https://libcom.org/article/1945-saigon-commune

Libcom Ngo Van, “A ‘Moscow trial’ in Ho Chi Minh’s guerrilla movement” – https://libcom.org/article/moscow-trial-ho-chi-minhs-guerrilla-movement-ngo-van-xuyet

Robert J. Alexander – Vietnamese Trotskyism – https://www.marxists.org/history/etol/writers/alex/works/in_trot/viet.htm

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Wikipedia – https://en.wikipedia.org/wiki/T%E1%BA%A1_Thu_Th%C3%A2u

Egitto 1952–1954 — “Il nasserismo e repressione dei comunisti)

D. A. Ide, “Socialism without Socialists: Egyptian Marxists and the State under Nasser” (Tesi/dottorato, University of Toledo, 2015) – https://etd.ohiolink.edu/acprod/odb_etd/ws/send_file/send?accession=toledo1430392180&disposition=inline

Derek Alan Ide – From Kafr al-Dawwar to Kharga’s ‘Desert Hell Camp’: the repression of Communist workers in Egypt, 1952-1965 – https://workersoftheworld.net/wp-content/uploads/2023/08/WoW_07_03.pdf

Jacobin – Egypt’s Gamal Abdel Nasser Was a Towering Figure Who Left an Ambiguous Legacy – https://jacobin.com/2020/09/egypt-gamal-abdel-nasser-legacy

Iraq 1958–1963 (dall’alleanza “patriottica” al bagno di sangue ba‘thista)

Hanna Batatu, The Old Social Classes and the Revolutionary Movements of Iraq libcom: “Red flag over Babylon: a brief overview of the Iraqi Communist Party” (quadro storico del PCI-iracheno) – https://www.dissentmagazine.org/wp-content/files_mf/1389811754d4Sluglett.pdf

Global Policy Forum (archivio): “CIA Lists Provide Basis for Iraqi Bloodbath” (sulle uccisioni di massa del 1963). https://archive.globalpolicy.org/security/issues/iraq/history/1963cialist.htm

Indonesia 1965 — “Il genocidio dei comunisti”

Sciences Po Mass Violence: “The Indonesian killings of 1965–1966” – https://www.sciencespo.fr/mass-violence-war-massacre-resistance/fr/document/indonesian-killings-1965-1966.html

https://www.nytimes.com/2016/04/19/world/asia/indonesia-anti-communist-purge-symposium.html

Indonesia, storia di un genocidio anticomunista – https://jacobinitalia.it/indonesia-storia-di-un-genocidio-anticomunista/

Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Massacri_indonesiani_del_1965-1966

Sudan 1969–1971 —  (Nimeiri e lo schiacciamento del PCS)

Il Programma Comunista / International Communist Party: “Some lessons from the events in Sudan, 1971” (lettura internazionalista a caldo). international-communist-party.org

CIA Reading Room (documentazione storica sulla repressione e il ruolo del PCS) – https://www.cia.gov/readingroom/docs/CIA-RDP84S00556R000200120004-8.pdf

Cile 1970–1973 — “La via pacifica alla catastrofe”

labor outlook – 50 years since the bloody coup d’etat in Chile – https://labouroutlook.org/2023/09/10/50-years-since-the-bloody-coup-detat-in-chile

Iran 1979–1983 — “Dalla rivoluzione alla teocrazia”

ICT – Thirty years of Islamic Iran, a Warning from History – https://www.leftcom.org/en/articles/2009-04-15/thirty-years-of-islamic-iran-a-warning-from-history

Wikipedia – https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_iraniana

Grecia

Rimandiamo alla cronaca

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Primo_governo_Tsipras

The Price of Alliances: 15 Tragedies of the Proletariat Betrayed by False Allies and False Illusions

Introduction

Between the Third Congress of the Communist International in July 1921 (slogan: “To the masses!”), the Theses of the Executive Committee of December 1921 (Theses on the United Front of Workers), and the Fourth Congress of December 1922 (Theses on the Workers’ Government), the Comintern shifted from the strategy of immediate revolutionary offensive of 1919–21 (slogan: “World Revolution!”) to the tactic of unity of action with reformist workers’ parties (slogans: United Front and Workers’ Government).

From this point onward, the left wing of the bourgeoisie was no longer considered a class enemy or an obstacle to revolution—no longer viewed as traitors with communist blood on their hands like those responsible for the murder of Luxemburg and Liebknecht—but rather as a new potential ally.

Beyond the political analyses of the reasons for this shift—which in any case revolved around the failure of several revolutionary uprisings in the West and the growing isolation of the revolution within Russian borders—the aim of this article is to examine, in historical reality, the practical effects of applying the tactics of the United Front and the Workers’ Government in the major episodes of class struggle over the last century.

We hope this work can serve as a warning to the many comrades who still insist today that the tactics of the united front and parliamentary action remain valid and viable paths toward proletarian emancipation.

Prodromes 0, Finland 1918: The Deadly Trap of Parliamentarism

In January 1918, in the power vacuum following the collapse of the Tsarist Empire, Finland plunged into a civil war between the Reds (workers and poor peasants, Red Guards, supported by the Social Democratic Party—there had not yet been a communist split) and the Whites (bourgeoisie, large landowners, and the emerging state apparatus), led by Mannerheim. The Finnish working class, one of the most organized in Europe, had already secured broad electoral support and a strong parliamentary presence. The illusion that, thanks to having won a majority, power and the transition to socialism could be exercised through Parliament—supported by armed insurrection—proved fatal.

The Social Democratic leadership, while formally supporting the insurrection, refused to break openly with bourgeois legality, oscillating between parliamentary government and hesitant backing of armed mobilization. The communists as well—still politically immature and tied to the parliamentary horizon—failed to impose a clear line of rupture with the state. The Finnish bourgeoisie, by contrast, hesitated not at all: it abandoned every democratic pretense and called for the direct intervention of German imperialism, which in March–April 1918 intervened militarily in support of the Whites.

The defeat of the Reds was followed by an unprecedented class repression: over 30,000 proletarians were killed or died in concentration camps, tens of thousands were imprisoned, and the workers’ movement was annihilated. Social democracy, which had promised a peaceful transition and a “progressive” use of institutions, accepted the restoration of bourgeois order, abandoning the workers to the revenge of the victors.

Finland 1918 anticipates a lesson the communist movement would refuse to learn time and again: parliamentarism is not a neutral terrain to be tactically used against the bourgeoisie, but an instrument of its domination. When revolution becomes real, Parliament is discarded and power passes to arms; those who remain prisoners of bourgeois legality prepare defeat and massacre.

Prodromes 1, January 1919: The Berlin Revolution and the “Betrayal” of the SPD

In November 1918, after defeat in the First World War, the German workers’ and soldiers’ movement rose up and forced the fall of the Second Reich. Socialist leader Friedrich Ebert, together with the SPD (Social Democratic Party of Germany) and in agreement with the military high command (the Ebert–Groener Pact), relied on the Freikorps and the army to maintain order.

From January 5 to 12, 1919, the Spartacus League (Spartakusbund), led by Rosa Luxemburg and Karl Liebknecht, launched an uprising in Berlin calling for a council republic on the Russian model. The provisional government—led by the SPD—ordered repression and entrusted it to the Freikorps. Luxemburg and Liebknecht were murdered in the streets and their bodies dumped in a ditch.

This episode is often cited as a “betrayal” of the proletariat: it was the first—but, as we will show, by no means the last—of many times in which social democracy, initially allied with the insurgent masses, sacrificed them to save the bourgeois state.

Prodromes 2, March 1921: The March Action and the Weakness of the Communist Movement

In March 1921, in several industrial areas of Saxony, Mansfeld, and Leuna, the Communist Party of Germany (KPD) and other revolutionary groups launched the March Action (Märzkämpfe), involving general strikes and factory occupations.

However, the mobilization was poorly coordinated, weakly supported by more moderate workers, and above all obstructed by the USPD and SPD—the two social democratic parties—which refused to subordinate themselves to a radical insurrection. The result was a clear defeat: thousands of arrests and a massive loss of political ground for the communists.

Here the “betrayal” lies less in deliberate bourgeois treachery than in the absence of effective operational alliances with the masses and the failure to exploit the insurrection. The outcome, however, was the same. Proletarian hopes were crushed. The International should have recognized that social democracy was an obstacle to revolution, not a potential ally. Instead, four months later at the Third Congress, despite the March defeat, the slogan “To the masses!” paved the way for adopting the United Front tactic. The Italian Communist Left was the only force to oppose it, but it was too weak against Lenin and the International to prevail. From that point on, the International adopted the United Front tactic—let us now examine its practical consequences.

October 1923: The Hamburg Insurrection and the Collapse of the German Red October

Amid economic crisis, hyperinflation, and the occupation of the Ruhr, the KPD believed a German revolution was imminent. The government of Wilhelm Cuno fell after massive mobilizations. The KPD entered coalition governments in Saxony and Thuringia with the left wing of the SPD (the “workers’ government” tactic). Initially the International pushed for insurrection, then revoked the order at the last moment. Isolated from the rest of Germany, the communist insurrection in Hamburg took place on October 23–24, 1923. Around 100 people were killed and 1,400 arrested.

Despite the action, the rest of the Party and the Comintern leadership did not support the movement. The state responded militarily, while the communist movement hesitated, effectively leaving the action isolated. The workers’ government proved to be a trap. The result was the isolation of the KPD, strengthened repression, and the gradual decline of German communism.

The “betrayal” here was double: on one hand, the promise of revolution was not upheld by the KPD leadership itself, controlled by the International; on the other, allies within the workers’ governments (trade unions and moderate socialists) failed to support the action, leaving the communists alone and aligning themselves with the repression that followed.

Reflection

These four episodes clearly show how alliances or attempts to overthrow the bourgeois state through the parliamentary presence of the revolutionary left repeatedly ended in repression or collapse. Betrayal was not always external (by the bourgeoisie or the state), but also—and above all—internal (by social democratic parties, trade unions, and the workers’ bureaucracy). Proletarian forces that pursued unity with social democracy—and insurrection without mature conditions—paid dearly: the repression that followed strengthened the bourgeois system instead of opening the road to socialism.

These failures should have been enough to change course. Unfortunately, they were not. The International, and the Russia that now controlled it, had already abandoned the perspective of world revolution in favor of coexistence with democratic or authoritarian regimes of capital. The plague of the United Front continued to claim communist victims for over a century—and continues to do so today. Too many self-proclaimed communists still believe they serve the cause by tactically supporting social democratic forces, invoking workers’ governments, or even backing openly reactionary forces such as Hamas and Islamist, anti-communist cutthroats portrayed as staunch enemies of U.S. imperialism.

The history of the last 100 years is tragically filled with moments in which proletarian movements allied themselves with bourgeois or nationalist forces, believing that unity against imperialism or fascism would open the road to social revolution. Each time, once power was consolidated, bourgeois “fellow travelers” turned against the workers, fearing that revolutionary momentum would also sweep away their interests. From the Shanghai massacre to the Iranian Revolution, the lesson is always the same: the United Front with the bourgeoisie leads to defeat and bloodshed, never to liberation.

Canton and Shanghai, 1927 – The Betrayed Revolution

Between 1925 and 1927, the Chinese Communist Party, following Comintern directives, allied with Chiang Kai-shek’s Kuomintang to build an anti-imperialist United Front. Workers in Shanghai rose up, formed councils, struck, seized factories and ports. But when the KMT, backed by the Chinese bourgeoisie and foreign interests, entered the city, it broke the alliance: on April 12, 1927, communists and thousands of workers were massacred.

This experience teaches that bourgeois nationalism, even when seemingly revolutionary, fears workers’ power more than imperialism.

Spain 1936–1939 – The Suffocated Revolution

During the Spanish Civil War, the working class and peasantry, supported by anarchists and Marxists, launched collectivizations and popular councils. Within the Popular Front, however, the Communist Party—on Moscow’s instructions—imposed the priority of “republican discipline” and national unity. In May 1937 in Barcelona, communists and republican police attacked the POUM and CNT anarchists, liquidating the social revolution in the name of “order.” Franco won two years later, but the real defeat had already occurred: the defeat of proletarian autonomy, sacrificed on the altar of the anti-fascist alliance.

Greece 1944–1949 – From Partisans to Defeat

The Greek liberation movement (EAM–ELAS), dominated by communists, liberated the country from Nazi occupation. But under Moscow’s line, instead of taking power, it accepted entry into a government of national unity under British supervision. When workers and partisans attempted to complete the revolution in December 1944, London ordered its tanks to fire on Athens. The Communist Party, trapped between loyalty to Moscow and the reality of betrayal, was crushed. The civil war that followed wiped out all socialist hope. The proletarians who had liberated Greece were shot as “bandits.”

Vietnam 1945 – The Massacre of the Trotskyists

At the end of the war, Viet Minh militants led by Ho Chi Minh negotiated and maneuvered with Allied powers (U.S. OSS—later CIA—British forces in Saigon, and the returning French), while repressing revolutionary rivals. In this context, Trotskyist revolutionaries demanding power to workers’ and peasants’ councils were physically eliminated by Ho Chi Minh’s own movement. The murder of Ta Thu Thau and hundreds of workers in Saigon showed that the new power preferred alliance with nationalist bourgeois forces and former colonial rulers rather than allowing an independent revolution. The myth of national unity buried the social revolution.

Egypt 1952–1954 – Nasserism and the End of the Communists

When Nasser’s “Free Officers” overthrew the monarchy, part of the Egyptian communist movement supported them, believing the national revolution would open the road to socialism. Once consolidated, however, Nasser dissolved parties and unions, imprisoned the very militants who had supported him, and built an authoritarian, centralized state based on the army and bureaucracy. Egypt became a regional power while workers were silenced. The experiment showed that progressive nationalism can emancipate a nation only by subjugating its working class.

Iraq 1958–1963 – The Shattered Dream of Arab Communism

After the revolution that overthrew the monarchy, General Qassem and the Iraqi Communist Party formed a “patriotic” alliance. Communists supported the government, renouncing direct seizure of power. In 1963, Ba’athist nationalists—backed by the United States—took control of the state and unleashed a campaign of terror: tens of thousands of militants were imprisoned or killed. The party that believed it was guiding the revolution was erased. The illusion of unity with the “patriotic” bourgeoisie ended in one of the greatest defeats of Arab communism, aided by documented U.S. assistance.

Indonesia 1965 – The Forgotten Genocide

The Indonesian Communist Party (PKI), the third largest in the world, supported President Sukarno’s anti-Western “guided democracy.” When Suharto’s army staged a coup, communists hesitated to mobilize their base in order not to break the national front. The result was the massacre of between half a million and one million workers and communists, depending on sources. Western powers supported Suharto; the USSR remained silent. It was one of the century’s greatest political massacres, erased from textbooks. Even today, human remains are uncovered when hotel foundations are dug in tourist areas like Bali. Collaboration with nationalism cost Indonesian communism its very existence.

Sudan 1969–1971 – Nimeiri’s Betrayal

In 1969, General Nimeiri took power with the support of the Sudanese Communist Party, which considered him a “progressive” ally. Two years later, when a communist faction attempted a coup to consolidate the revolution, Nimeiri responded with brutal repression: he eliminated communist leaders, dissolved unions, and opened the country to foreign capital. Sudanese socialism ended in blood. The case demonstrated how every alliance with military nationalism turns, at the first opportunity, into a boomerang against the workers who enabled it.

Chile 1970–1973 – The Peaceful Road to Catastrophe

Salvador Allende’s election was welcomed as a sign of hope: for the first time, a Marxist government came to power through democratic means. But the strategy of “historic compromise” with the bourgeoisie and the army left generals free to act. When Allende tried to defend his reforms, Pinochet bombed La Moneda. Thousands of workers were arrested, tortured, and killed. The unions that had built Popular Unity were dismantled. The dream of peaceful socialism dissolved in tank smoke: once again, alliance with the bourgeoisie proved to be the proletariat’s grave.

Iran 1979–1983 – From Revolution to Theocracy

In 1979, communists, Islamists, feminists, and students overthrew the Shah. Left parties (Tudeh, Fedayin, Mojahedin) supported Khomeini, believing anti-imperialist unity would guarantee space for social revolution. Once power was consolidated, however, the clergy established the Islamic Republic and annihilated all opposition. Between 1981 and 1983, thousands of communists were executed and others forced into exile. Alliance with religious nationalism—like in Indonesia and Iraq—became political suicide. The revolution meant to liberate the poor turned into a theocracy that re-enslaved them. This final example clearly foreshadows what would happen in Palestine should a nationalist program reach completion.

Greece 2015 – Surrender Without Tanks

After the 2008 crisis, paid for heavily by the Greek proletariat, the Greek working class became the most militant in Europe. With SYRIZA’s electoral victory in January 2015, part of the European proletariat believed austerity and capitalist power relations could be overturned through the ballot box. Across Europe, left-wing movements enthusiastically watched the July 2015 referendum, in which the Greek people overwhelmingly rejected Troika diktats. For a moment, it seemed that an alternative path to capitalism—through Parliament—was possible. But at the decisive moment, the Tsipras government chose submission: it ignored the referendum, signed a new memorandum, and imposed cuts, privatizations, and antisocial reforms harsher than previous ones. Without coups or armed repression, popular will was neutralized from within institutions—by social democracy, as in Finland a century earlier.

The Greek case shows that in the age of imperialism and global finance, parliamentarism cannot be an instrument of emancipation because it already functions as a mechanism of integration and political disarmament. When the left agrees to govern the bourgeois state without destroying it, it does not conquer power—it administers defeat, transforming proletarian hope into resignation and dispersion, preparing the ground for right-wing reaction.

Conclusion: Can History Teach Us Anything?

Although many of the communist movements cited here were ambiguous or pro-Russian, and although their grassroots militants often confused socialism with state capitalism, they nonetheless believed they were fighting for a world of free and equal human beings.

What matters here is that those militants—however confused on certain points—represented the most radical fraction of the proletariat. From Finland and Germany to Shanghai, Tehran, and Greece, history repeats the same lesson: every time the proletariat renounces its independence in order “not to frighten” the progressive bourgeoisie, it signs its own death sentence—most often a bloody one. Workers who support generals or priests end up in their prisons. Intellectuals who preach the “national phase” deliver the masses to their future executioners. No real emancipation arises from unity with those who own, command, and fear the freedom of the exploited. The only front that does not betray is that of the working class, against every ruling class.

The proletarian vanguard is precisely that part of the class which seeks to bring into present struggles the lessons drawn from past events. This is how memory ceases to be a dead letter and becomes a living weapon for present and future battles. Without a proletarian and revolutionary historical memory, we risk repeating the same errors committed by our comrades in the past—thus postponing once again liberation from the chains of capital.


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