Uprisings in Crisis: the so-called Gen Z in Revolt – Protests, Crisis, and Class Perspectives – English translation below.

A livello globale, tra il 2022 e il 2025, dai moti dello Sri Lanka fino alle più recenti proteste in Madagascar e Marocco, passando per numerosi paesi africani, asiatici e del Sud America, vi è stata una ripresa delle mobilitazioni di classe che hanno assunto anche forme “insurrezionali” contro il potere costituito, espressione di alti livelli di radicalizzazione di massa e corrispettivi livelli di scontro.
Questi eventi hanno messo in risalto il protagonismo delle masse sfruttate come risposta alla crisi del capitalismo e al marciare verso la guerra che segnano i tempi odierni, determinando il continuo peggiorare delle condizioni imposto al proletariato intero. Di contro la contraddizione dominante rimane sempre nel contrasto di interessi fra proletariato internazionale e borghesia imperialista.
Non è la prima volta che le masse proletarie sfruttate dei paesi della periferia imperialista mettono in campo mobilitazioni ampie e determinate. Il loro susseguirsi e allargarsi nel tempo ci dice che questi episodi non possono essere letti come fenomeni isolati o contingenti. Si tratta invece dell’espressione visibile di come la crisi strutturale del capitalismo si vada rovesciando sulle masse proletarie, nello specifico su quelle dei paesi della periferia imperialista.
La periferia ha una collocazione e un ruolo strutturale ben definito nella divisione del lavoro e nei mercati, a livello mondiale, in stretta relazione con i paesi del centro imperialista.
La “globalizzazione” che ha segnato l’intera fase storica alle nostre spalle (1990-2020), ha significato un importante salto in avanti nei meccanismi del capitalismo mondiale e – pur essendo figlia delle sue contraddizioni – ha modificato profondamente i processi di internazionalizzazione delle catene produttive del valore, degli scambi e delle relazioni ad ogni livello fra i diversi paesi. Uno dei principali fenomeni che l’hanno caratterizzata è stato l’intenso processo di delocalizzazione produttiva dai paesi del centro verso la periferia. Processi dovuti alla ricerca di un prezzo della forza lavoro sempre più basso, in paesi dove ci fossero pochi lacci e vincoli allo sfruttamento della stessa.
Ciò ha prodotto un aumento quantitativo esponenziale della classe lavoratrice nei paesi della periferia, assieme – negli stessi paesi – a politiche funzionali a mantenere in condizioni di vita e di lavoro miserrimi questo nuovo proletariato, sia a livello salariale che a livello di assistenza sociale. Solo in questo modo era infatti possibile mantenere concorrenziale questa forza-lavoro. È stata la fase delle, cosiddette, politiche “neo-liberiste” ossia di puro sfruttamento intensivo e privatizzazione di tutto il privatizzabile, politiche di austerità in virtù dello strozzinaggio del debito internazionale. I vincoli di relazione storica e politica con i paesi del centro imperialista e le ricadute della crisi capitalistica internazionale, hanno costituito il combinato disposto su cui si è progressivamente prodotto un consistente peggioramento delle condizioni delle masse, ad ogni livello e sotto ogni aspetto, fino al vero e proprio degrado sociale.
Ciò ha colpito intere fasce sociali subordinate costituendo il terreno materiale dell’esplosione degli scontri odierni mentre, d’altro verso, alimentava i processi emigratori di una larga fetta di proletari. Per sfuggire ad una situazione infame, migliaia di proletari risalgono le catene del valore, dalla periferia verso il centro imperialista, nel quale sperano di trovare un padrone al quale offrire le loro braccia.
Per fare un esempio, gli eventi del 7 ottobre che hanno dato inizio all’attuale guerra in Palestina, hanno visto massacrati nel blitz di Hamas molti lavoratori provenienti dal sud-est asiatico. Oppure si può pensare a quegli stessi lavoratori che da tempo vendono le proprie fatiche per costruire le varie torri di babele dei ricchi emiri e regnanti arabi, al prezzo di pochi dollari e di molti cadaveri seppelliti in silenzio sotto la sabbia.
In questo quadro vanno a pesare ulteriormente i processi di polarizzazione e scontro in atto fra le maggiori centrali imperialiste, che fanno di questi paesi e aree snodi strategici fondamentali della competizione internazionale, sia dal punto di vista economico-politico che militare. Si tratta di processi di riallineamento imperialista, mai indolori, che aprono la strada ad un gioco al massacro fatto sulla pelle di milioni di persone. É la guerra che avanza nelle sue diverse forme: intervento diretto a destabilizzare intere aree e nazioni, guerre per procura o localizzate o infinite guerre civili.
Dalla guerra di posizionamento nel Sahel africano che risale fino alla frammentazione libica, dai massacri nel Sudan, all’endemica guerra civile in Congo, agli scontri Indo-Pakistani e Thai -Cambogiani, ecc.. tutti tasselli unitari di una stessa dinamica imperialista.
Ciò che va sottolineato è come questo conflitto fra i maggiori poli imperialisti, sotterraneo e/o manifesto, fa di queste aree e questi paesi il terreno di un perenne confronto che si gioca sulla pelle di milioni di proletari. Sia quando la “guerra” è l’elemento immediato, diretto, tangibile che determina la vita e l’esistenza di masse di proletari e diseredati, sia quando gli interessi delle cricche al potere, mettono in campo, sulla base dei loro interessi e schieramenti internazionali politiche di “stabilizzazione” interna contro i sommovimenti di massa.
Questo intrecciarsi di contraddizioni dirimenti nelle sue ricadute ed effetti sul piano delle relazioni sociali e nei rapporti di classe, costituiscono fattori di COSTANTE INSTABILITA’ sia fra le diverse frazioni di borghesia, che nei rapporti di fra le classi, per le caratteristiche proprie a questi paesi.
I recenti sommovimenti di massa che hanno attraversato i paesi africani e dell’Asia del Sud hanno riconosciuto nel “potere” qualunque esso fosse, il nemico riconosciuto. Il distacco fra chi sta “in alto” e chi vive “in basso”, il parassitismo delle classi dirigenti a scapito di milioni di persone, quale elemento fondamentale. Queste istanze hanno coagulato la spinta di massa, alimentata anche da rivendicazioni di base per il miglioramento della propria condizione. I movimenti sono stati esasperati dal confronto con le feroci politiche repressive che da sempre caratterizzano i rapporti di scontro reali fra le classi in questi paesi, funzionale a governare la costante instabilità dei regimi in questione. Ciò trova in particolare nell’Esercito l’elemento di garanzia fondamentale per la tenuta del sistema complessivo, sia nel suo ruolo repressivo, che come fattore di ricomposizione, guida e stabilizzazione del sistema e continuità degli interessi borghesi. Bangladesh, Nepal, Madagascar sono gli esempi più lampanti di questo ruolo complessivo.
La cosiddetta GenZ (ossia i giovani nati a cavallo dell’anno 2000) ha subito in particolar modo questa crisi sociale ed economica complessiva, in effetti ne sono i figli. Pur sulla base delle differenze fra paese e paese, ha trainato i momenti di protesta o perché si è dimostrata la parte più dinamica e determinata della protesta stessa o perché semplicemente costituisce la parte maggioritaria della popolazione come in Madagascar.
Ma anche la GenZ è differenziata socialmente: in parte è figlia dei processi di urbanizzazione intensiva con una collocazione nel mercato del lavoro estremamente precaria e frammentata, in parte proviene dagli strati sociali istruiti “esclusi” dalla partecipazione economica e politica, in parte è espressione del corpo impoverito – a livello di massa – in lotta per i propri diritti contro le politiche dei vari governi.
La radice di questi moti di protesta non è sociologica e generazionale. La immediata generalizzazione di esperienze comuni, legate al costruire e guidare le mobilitazioni e allo scontro con il potere, ci parlano di esperienze che, seppur geograficamente lontane, “comunicano” ed “imparano” velocemente l’una dalle altre.
Come movimento generale che ha rappresentato gli interessi dei vari strati sociali contro “il potere” altro non poteva porsi. È stata principalmente la voce di una nuova composizione sociale: di un proletariato giovanile che nei fatti, senza programmi e proclami, e suo malgrado, si è fatto anche carico di istanze sociali più larghe e posto nel piatto il peso degli interessi delle classi subordinate.
Se è vero che un “ moto insurrezionale” non è “un insurrezione”, è altrettanto vero che ogni movimento nel suo incedere affronta i problemi che si sono posti nello scontro con la classe avversa. La radicalità delle forme di lotta come in questi casi sta ad indicare la profondità dei problemi che vivono le masse sfruttate, obbligate oltretutto a misurarsi con estreme condizioni avverse nella lotta. Non per un momento, ma per un lungo periodo.
É vero che questi movimenti non hanno avuto una indicazione, se non addirittura una direzione, rivoluzionaria. Ma non poteva essere differentemente. Il punto qui non riguarda tanto i movimenti quanto le soggettività politiche di avanguardia. Si tratta del complesso problema della costruzione del ruolo della soggettività rivoluzionaria, non semplicemente su un piano ideologico, ma di internità effettiva nei vari strati di classe in movimento.
Questo è un processo reale non astratto, che porta continuamente a chiederci sulla scia di Lenin: “Le masse hanno fatto il proprio dovere, e noi?”
Non basta – ammesso che abbia un senso – dire che un “movimento di massa” è inadeguato. Un movimento di massa pone sempre dei nodi a cui i comunisti sono chiamati a rispondere sul piano politico, tattico e strategico. L’analisi di cui sopra, seppur in modo estremamente parziale e limitato, non ci serve per esaltare i moti della GenZ o i suoi limiti. Il punto è cercare di capire quali tipi di questioni a livello generale e particolare ha posto nel Sud del mondo il confronto fra le classi subordinate e la borghesia.
In generale, per il poco però che ne sappiamo, questi movimenti hanno espresso per lo più una coscienza democratica e nazionale legata all’esigenza di rinnovamento, deboli ci sembra siano state le istanze anticapitaliste e di cambio di sistema economico e sociale. Come dicevamo, non può essere diversamente in un momento di così grave arretramento dell’istanza comunista. Ma quali problemi si pongono alle avanguardie che hanno la possibilità di agire in loco e quali indicazione devono arrivare dalle avanguardie che invece sono nel centro del capitale?
Innanzitutto emerge con chiarezza la necessità del collegamento e di rapporti di solidarietà internazionalista, di riconoscersi dentro una condizione comune in quanto sfruttati e di rifiutare le istanze nazionali che frammentano la lotta e ostacolano l’emancipazione collettiva. Questo è il primo punto sul quale bisogna battere.
Secondariamente si tratta di unificare in questa prospettiva comune anche le battaglie sulle rivendicazioni materiali di classe, e su questa base sviluppare organizzazione di classe capace di reggere lo scontro con il nemico di classe: migliori condizioni salariali, no alla precarietà, servizi di assistenza, scolastici e sanitari garantiti, pensioni, possono diventare un punto di rivendicazione economica comune, capace di collegare nella battaglia immediata gli sfruttati del mondo intero.
Ma questo ancora non basta, se non si denunciano i tradimenti sindacali e politici delle forze che apparentemente si schierano dalla parte dei rivoltosi, ma poi sono subito disposte a venderli per acquisire una posizione di rilievo nel nuovo assetto di potere post-rivolta. Gli esempi concreti da ogni singola rivolta non mancano e dovrebbero essere studiati e generalizzati di modo da imparare quali tattiche e quali falsi amici vanno respinti come la peste.
La tematizzazione di una reale alternativa di sistema è il punto finale e di sintesi di tutti questi discorsi, che va messo al centro prendendo da esempio tutti i movimenti presenti e passati che non hanno fatto questo salto politico, e infatti sono finiti intrappolati tra le macerie dell’ stesso sistema di potere che avevano cercato di abbattere.
A partire da queste riflessioni basilari bisogna cercare di costruire la soggettività politica capace di orientare e legare all’interno di un progetto internazionalista e anticapitalista le risposte di classe alla crisi ed alla guerra, per l’alternativa proletaria.
Uprisings in Crisis: the so-called Gen Z in Revolt – Protests, Crisis, and Class Perspectives
At the global level, between 2022 and 2025, from the uprisings in Sri Lanka to the more recent protests in Madagascar and Morocco, and across numerous countries in Africa, Asia, and South America, there has been a resurgence of class-based mobilizations. These have at times taken on “insurrectionary” forms against constituted power, expressing high levels of mass radicalization and corresponding levels of confrontation.
These events have highlighted the protagonism of exploited masses as a response to the crisis of capitalism and to the march toward war that characterizes the present period, leading to a continuous deterioration of conditions imposed on the proletariat as a whole. Conversely, the dominant contradiction remains the clash of interests between the international proletariat and the imperialist bourgeoisie.
This is not the first time that exploited proletarian masses in countries of the imperialist periphery have engaged in broad and determined mobilizations. Their recurrence and expansion over time show that these episodes cannot be interpreted as isolated or contingent phenomena. Rather, they represent the visible expression of how the structural crisis of capitalism is being offloaded onto proletarian masses, particularly those in countries of the imperialist periphery.
The periphery occupies a clearly defined structural position and role within the global division of labor and world markets, in close relation to countries at the imperialist center.
The “globalization” that marked the entire historical phase behind us (1990–2020) represented a significant leap forward in the mechanisms of global capitalism and—while itself a product of its contradictions—profoundly altered the processes of internationalization of value production chains, trade, and relations at all levels among countries. One of its defining features was the intense process of productive relocation from core countries to the periphery, driven by the search for ever cheaper labor power in countries with minimal constraints on exploitation.
This produced an exponential quantitative increase in the working class in peripheral countries, alongside policies aimed—within those same countries—at maintaining this new proletariat in miserable living and working conditions, both in terms of wages and social welfare. Only in this way could labor power be kept competitive. This was the phase of so-called “neoliberal” policies: intensive exploitation, privatization of everything that could be privatized, and austerity policies imposed through the usury of international debt. Historical and political ties with imperialist core countries, together with the repercussions of the international capitalist crisis, combined to generate a progressive and substantial deterioration in the living conditions of the masses at every level and in every respect, culminating in outright social degradation.
This has affected entire subordinate social strata, constituting the material ground for the current explosion of clashes, while at the same time fueling migratory processes among large sections of the proletariat. In order to escape an intolerable situation, thousands of proletarians move up the value chains, from the periphery toward the imperialist center, where they hope to find a master to whom they can sell their labor.
By way of example, the events of October 7 that marked the beginning of the current war in Palestine saw many workers from Southeast Asia massacred in Hamas’ attack. One can also think of those same workers who for years have sold their labor to build the various towers of Babel of wealthy emirs and Arab rulers, at the cost of a few dollars and many corpses silently buried beneath the sand.
Within this framework, processes of polarization and confrontation among the major imperialist powers further weigh on these dynamics, turning these countries and regions into key strategic nodes of international competition, both economically and politically as well as militarily. These are processes of imperialist realignment—never painless—that pave the way for a deadly game played on the backs of millions of people. It is war advancing in its various forms: direct intervention to destabilize entire regions and nations, proxy wars, localized conflicts, or endless civil wars.
From positional warfare in the African Sahel to the fragmentation of Libya, from the massacres in Sudan to the endemic civil war in the Congo, from Indo-Pakistani tensions to Thai-Cambodian clashes, all are elements of a single imperialist dynamic.
What must be emphasized is how this conflict among major imperialist poles—latent and/or overt—turns these areas and countries into permanent battlegrounds fought over at the expense of millions of proletarians. This is true both when “war” is the immediate, direct, tangible element shaping the lives of proletarian masses and dispossessed people, and when the interests of ruling cliques deploy internal “stabilization” policies—based on their own interests and international alignments—against mass uprisings.
This intertwining of decisive contradictions, in their social and class effects, constitutes factors of constant instability, both among different bourgeois factions and in class relations themselves, due to the specific characteristics of these countries.
Recent mass upheavals across African and South Asian countries have identified “power,” in whatever form it takes, as the common enemy. The gulf between those “at the top” and those living “at the bottom,” and the parasitism of ruling classes at the expense of millions, have emerged as central elements. These demands have coagulated mass momentum, also fueled by basic claims aimed at improving living conditions. The movements have been exacerbated by confrontation with the brutal repressive policies that have long characterized real class संघर्ष in these countries, functioning as a means of governing the constant instability of these regimes. In particular, the army plays a fundamental role as guarantor of the system’s stability, both through repression and as an agent of recomposition, leadership, and stabilization of the system and continuity of bourgeois interests. Bangladesh, Nepal, and Madagascar offer the clearest examples of this overall role.
The so-called Gen Z (young people born around the year 2000) has been particularly affected by this overall social and economic crisis; indeed, they are its children. Despite differences from country to country, this generation has driven protest moments either because it proved to be the most dynamic and determined component of the struggle, or because it constitutes the majority of the population, as in Madagascar.
Gen Z itself is socially differentiated: in part it is the product of intensive urbanization processes with extremely precarious and fragmented positions in the labor market; in part it comes from educated social strata excluded from economic and political participation; in part it represents the impoverished mass body fighting for its rights against government policies.
The root of these protest movements is not sociological or generational. The rapid generalization of shared experiences—related to organizing and leading mobilizations and confronting power—shows that these struggles, though geographically distant, “communicate” and “learn” from one another quickly.
As a general movement representing the interests of various social strata against “power,” it could not be otherwise. It has primarily given voice to a new social composition: a youthful proletariat that, in practice—without programs or proclamations and often against its own will—has taken on broader social demands and placed the weight of subordinate class interests on the table.
If it is true that an “insurrectionary movement” is not an “insurrection,” it is equally true that every movement, in its advance, confronts the problems posed by the clash with the opposing class. The radical nature of the forms of struggle in these cases indicates the depth of the problems experienced by exploited masses, who are forced to contend with extremely adverse conditions—not for a moment, but for an extended period.
It is true that these movements have lacked revolutionary guidance or direction. But it could hardly have been otherwise. The issue here concerns not so much the movements themselves as the political vanguard subjectivities. It is the complex problem of constructing a revolutionary subjectivity—not merely on an ideological level, but through real embeddedness within the various class strata in motion.
This is a real, not abstract, process, which constantly leads us to ask, in Lenin’s words: “The masses have done their duty—have we?”
It is not enough—assuming it even makes sense—to say that a “mass movement” is inadequate. A mass movement always poses challenges to which communists are called to respond politically, tactically, and strategically. The analysis above, though necessarily partial and limited, is not meant to glorify Gen Z uprisings or highlight their shortcomings. The point is to understand what kinds of general and specific questions the class confrontation between subordinate classes and the bourgeoisie has raised in the Global South.
In general—based on what limited knowledge we have—these movements have mostly expressed a democratic and national consciousness linked to demands for renewal. Anti-capitalist demands and calls for systemic economic and social change appear weak. As noted, this is unsurprising in a period of severe retreat of communist influence. But what challenges does this pose to vanguards able to act locally, and what guidance should come from vanguards located at the center of capital?
First and foremost, the need for internationalist connections and relations of solidarity clearly emerges: recognizing a shared condition as exploited people and rejecting national frameworks that fragment struggle and obstruct collective emancipation. This is the first point on which emphasis must be placed.
Second, it is necessary to unify within this common perspective struggles over material class demands and, on this basis, to develop class organization capable of sustaining confrontation with the class enemy. Improved wages, opposition to precarity, guaranteed social, educational, and healthcare services, and pensions can become shared economic demands capable of linking the immediate struggles of exploited people worldwide.
Yet this is still insufficient unless one also exposes the trade-union and political betrayals of forces that appear to side with the rebels but are quick to sell them out in exchange for positions of power in the post-revolt order. Concrete examples from every uprising abound and should be studied and generalized to learn which tactics and which false allies must be rejected like the plague.
The articulation of a genuine alternative system represents the final and synthesizing point of all these considerations. It must be placed at the center, drawing lessons from all present and past movements that failed to make this political leap and were consequently trapped within the ruins of the very power system they sought to overthrow.
Starting from these basic reflections, it becomes necessary to build a political subjectivity capable of orienting and binding class responses to crisis and war within an internationalist and anti-capitalist project—for a proletarian alternative.
