Il dramma di Gaza irrompe nelle strade italiane

E’ dai tempi delle mobilitazioni per la seconda guerra dell’Iraq (2003) che non si riscontravano livelli di partecipazione così intensi: piazze piene, molti giovani e lo sciopero molto partecipato. Al centro delle mobilitazioni, dei contenuti espressi la spinta per l’orrore di quanto sta avvenendo a Gaza. Su questa base la richiesta della fine della guerra in Palestina, l’urgenza di un sostegno alla popolazione palestinese martoriata e da l’appoggio all’aspetto umanitario dell’impresa della Flottiglia. Questi elementi hanno costituito – pur con diverse sfumature, collocazioni e posizioni – il livello di espressione e di coscienza medio del movimento sceso in piazza.
Come ogni movimento, anche questo va preso come prodotto del tempo storico e dei problemi da cui origina, per capire come li affronta, per indagare i contenuti generali che veicola, il carattere generale che assume e il peso complessivo che il movimento va ad assumere sul piano delle relazioni sociali, come elemento di possibile trasformazione o meno. La tendenza a schiacciare tutto sull’istanza “nazionale” palestinese caratterizza le forze organizzatrici della mobilitazione e costituisce il suo limite soggettivo. Il problema più generale dell’opposizione alla guerra viene collocato in un misto di umanitarismo, riformismo “radicale” e autodeterminazione dei popoli, che hanno nel carattere sociale interclassista il loro aspetto dominante.
Il movimento ha fatto irruzione sulla scena politica andando ad intaccare il quadro di “pace sociale” imposto e ponendo oggettivamente a livello generale – indipendentemente dalla consapevolezza reale – il problema dell’opposizione alla guerra che avanza. Questi i dati che a nostro avviso devono essere colti in prima battuta, pur nel coacervo di contraddizioni e false soluzioni presenti nella mobilitazione, per riportarli sul piano d’avanguardia della rimessa al centro della lotta alla guerra imperialista e per “il pane e la pace” come necessità di base, perseguibile solo attraverso la lotta di classe ai regimi del capitale che le negano ad ogni passo. Sono le avanguardie che devono allora trovare il modo di rilanciare un internazionalismo di classe fra sfruttati israeliani, arabi e – più in generale – del mondo intero, contro i reali responsabili di tutto questo: il capitalismo, i suoi stati, le sue nazioni.
Il successo dello sciopero e della mobilitazione
Nelle grandi città i cortei hanno cercato spazi e blocchi simbolici di porti, tangenziali, autostrade e stazioni. È intorno a questi luoghi che si sono registrate le principali tensioni. In stazione centrale a Milano la polizia ha caricato i manifestanti che avevano provato a raggiungere i binari e sono stati fermati. A Bologna, dopo che una parte dei circa 50mila in corteo erano riusciti a bloccare la tangenziale e l’autostrada A14, tagliando di fatto il Paese in due sulla dorsale adriatica. 20 mila a Venezia, dove tensioni ci sono state agli imbarchi di Marghera. Poi a Roma alla stazione Termini, l’ingresso nello scalo è stato a lungo interdetto attorno alla tarda mattinata e l’imbocco della tangenziale est bloccato nel primo pomeriggio. Ci sono stati i blocchi del porto di Livorno, Genova, Ravenna e Trieste. Il traffico nelle grandi arterie è stato bloccato a Firenze e Pisa. Oltre 10mila persone erano in piazza anche a Palermo, 15 mila a Cagliari e Napoli, dove è stata occupata la stazione, 10 mila a Torino, 5mila a Catania… (ilfattoquotidiano.it) “Secondo le stime si parlerebbe di circa 200mila persone, per un’affluenza maggiore, bisogna tornare indietro di oltre vent’anni, quando – nel 2003 – in Italia e nel mondo si scese in piazza per chiedere la fine della guerra in Iraq.” (wired.it) I settori più coinvolti negli scioperi sono stati i trasporti (treni e TPL con modalità variabili), scuola e università, porti (Genoa, Livorno, Trieste con blocchi/sit-in), logistica e pezzi del pubblico impiego.
Questa geografia urbana – città, snodi ferroviari, tangenziali, porti – racconta un movimento che prova a incidere sul ciclo economico, oltre a manifestare pacificamente in piazza.
Due parole sulla violenza di piazza
I manifestanti si sono mossi per dare significato alla giornata di mobilitazione anche attraverso i blocchi della circolazione (stazioni, strade e autostrade, porti), spesso tra l’entusiasmo e l’appoggio “della gente” come avvenuto tra gli automobilisti fermi in tangenziale a Roma. Sono le forze dell’ordine che hanno deciso il livello dello scontro, permettendo i blocchi (Roma…) o impedendoli (Milano, Bologna…). La responsabilità delle violenze ricade su chi gestisce “l’ordine pubblico” non su chi non si accontenta di manifestare in maniera simbolica contro un genocidio e la distruzione di una popolazione.
La divisione in buoni e cattivi è falsa e fuorviante. Non descrive la realtà materiale di piazze che tentano blocchi politici (stazioni, tangenziali, caselli, scali) e apparati di ordine pubblico che impediscono tali azioni, spostando il conflitto sulla dimensione dello scontro e la sua spettacolarizzazione da dare in pasto ai media. È da questa scelta delle prefetture che sono derivati gli scontri, i feriti, i fermi (Milano, Bologna, Marghera, Brescia…)
Una società violenta genera violenza e la vetrina rotta è ben poca cosa se rapportata allo sterminio e alla devastazione in corso a Gaza e Cisgiordania
Limiti e opportunità: un passaggio politico
La Global Sumud Flotilla ha avuto il merito di forzare l’agenda, rompere il silenzio e offrire un punto di convergenza. Gli attacchi con droni denunciati il 24/09 hanno ulteriormente polarizzato il quadro, confermando la centralità della Flotilla nel discorso pubblico.
Il limite principale di questo movimento, che ha abbondantemente travalicato i suoi organizzatori, è la confusione tra solidarietà internazionale e adesione a piattaforme nazionaliste, la confusione tra lo schierarsi dalla parte della popolazione palestinese e lo schierarsi per l’autodeterminazione nazionale palestinese. Per questo va rimessa al centro la parola d’ordine per il “pane e per la pace”: della lotta alla guerra imperialista e all’economia di guerra, per contrastare la traiettoria nazionalista e campista in favore di una prospettiva classista, antimilitarista e anticapitalista.
Le mobilitazioni sono il primo e necessario punto di partenza, ma non bastano se non diventano organizzazione permanente, strategia proletaria e internazionalista di lungo periodo. Qui il salto dalla solidarietà ed “emergenza umanitaria” allo spartiacque strategico. Anche perché in chi si è mobilitato è chiaramente percepito il rischio di una generalizzazione bellica che fa della distruzione di popolazioni, città e territori la sua caratteristica. La distruzione di Gaza non è solo un dramma contingente, ma il nuovo modello della guerra imperialista che andrà ad estendersi ulteriormente su territori e popolazioni sempre più ampie, diventando la norma delle guerre future che sembrano essere all’orizzonte.
Il punto di partenza, “Pane e pace”
Lotta alla guerra imperialista, a tutti i suoi fronti, per il “Pane e per la pace” non è neutralità: è ricentramento materiale sul rifiuto della guerra, della sofferenza delle popolazioni e dell’economia di guerra e quindi sul salario, i servizi, la dignità umana come punto di partenza del conflitto sociale. È la rottura con la logica delle alleanze belliche e con l’idea che l’interesse “nazionale” venga prima della vita degli sfruttati e delle popolazioni. Da qui derivano rivendicazioni concrete:
- Cessate il fuoco immediato, fine di ogni appoggio allo sforzo bellico occidentale e di ogni appoggio alle forze guerrafondaie islamiche, russe o occidentali che siano
- Solidarietà di classe arabo-israeliana, occidentale e orientale, nella prospettiva dell’unità degli sfruttati del mondo intero.
- Blocco della produzione, dei porti e della logistica come leve dello sciopero internazionale contro la guerra e per la difesa degli interessi immediati di classe contro l’economia di guerra (salario, stabilità del posto di lavoro, sicurezza, servizi…)
Il compito politico degli internazionalisti è di spingere verso questo salto: dalla manifestazione episodica a alla mobilitazione di classe stabile, capace di unificare conflitti (salari, affitti, bollette, scuola, sanità…) in una piattaforma antimilitarista e anticapitalista che parta dal pane e dalla pace.
Conclusione
Nella fase imperialista odierna qualsiasi guerra è guerra imperialista ed imperialiste sono tutte le forze che vi partecipano (o almeno sotto uno o l’altro imperialismo si collocano), ne deriva che è terminata la funzione progressiva (se mai c’è stata) delle guerre di “liberazione” nazionale. Il dato reale da cui ripartire è allora semplice e nella sua agitazione non richiede grandi argomentazioni teoriche: la lotta alla guerra imperialista, a tutti i suoi fronti, per il “Pane e per la pace” è la base minima da cui iniziare per tessere il rifiuto della guerra, dell’economia di guerra e di ogni tipo di nazionalismo.
Quattro parole d’ordine chiare sono sufficienti per la convergenza delle forze internazionaliste:
- In Palestina come in Ucraina e ovunque, la questione è di classe, mai nazionale. Nessun appoggio a nessun fronte nazionale, e agli imperialismi che li sostengono: il nostro fronte è il fronte di classe.
- Difesa degli interessi immediati di classe a partire dal rifiuto dell’economia di guerra.
- Solidarietà tra gli sfruttati del mondo intero.
- Non c’è via d’uscita dalla crisi e dalla guerra se non nel superamento del capitalismo: orientare ogni sforzo politico in questa direzione.
Per approfondire:
