Tendenze autoritarie – Il governo Italiano spinge sull’acceleratore 


Authoritarian Trends – The Italian Government Pushes the Accelerator

Repressione è civiltà 

“…ad altri spetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!”, non è Piantedosi, ma la chiusura del proprio discorso di insediamento il Dottore – Gian Maria Volonté – nel film “Indagine su un cittadino” (1970). Due anni dopo, in “Sbatti il mostro in prima pagina” (1972) un giovane Ignazio La Russa esclamava che “è possibile battere il comunismo, è possibile battere i nemici dell’Italia, e insieme lo faremo. Viva l’Italia!” E per completare le citazioni cinematografiche, nel medesimo film, l’Ing. Montelli – John Steiner – affermava lapidario che “Ciascuno deve stare al suo posto: la polizia a reprimere, la magistratura a condannare, la stampa a persuadere la gente a pensarla come vogliamo noi, e tutti in fondo stanno facendo il loro dovere. Sono gli operai che non stanno al gioco. Non lavorano abbastanza, se ne fregano. Vogliono sempre soldi.” 

È passato oltre mezzo secolo e anche gli operai hanno imparato a stare al gioco: se ne stanno buoni buoni nelle poche fabbriche rimaste e il resto del mondo del lavoro sciopera così poco che, dopo essere state ininterrottamente al limite fisiologico inferiore dal 1992, l’ISTAT dal 2010 ha addirittura smesso di rilevare le ore perse per sciopero (il picco massimo fu nel 1969). Non vogliamo dire che la nostra classe sia morta, è solo che la sua conflittualità è estremamente bassa, così bassa da non costituire, almeno al momento, un pericolo per i piani padronali.

 

Nel frattempo l’Unione Sovietica non esiste più e con essa anche il pericolo comunista sembra sconfitto, eppure…  

A sentire la narrazione del Governo le cose sembrano stare in tutt’altro modo. “Il movimento antagonista dichiara pubblicamente il suo obiettivo di stampo eversivo che persegue il sovvertimento del sistema democratico”, tuona il Ministro Piantedosi. Non passa giorno senza che qualche rappresentante del Governo denunci l’irresponsabilità della sinistra (che a livello istituzionale è totalmente genuflessa al Governo, salvo l’usuale gioco delle parti), dichiari chi protesta essere un terrorista, proclami il suo odio e terrore per il pericolo rosso del comunismo, esprima il proprio disprezzo per i (pochi) contestatori e per i tanti marginali che esprimono in forme “non consone” il proprio malessere, rispetto al quale il Governo offre solo criminalizzazione e repressione aumentando i crimini, le pene, le multe e le aggravanti per fatti di rilevanza politica e sociale. Lo strumento che adotta sono i Pacchetti sicurezza. Proveremo in questo articolo a ricostruire la storia di questi Pacchetti, interrogandoci sul significato che questi hanno sia per la classe dominante che per la nostra classe. 

Intermezzo sui centri sociali e gli scontri di Torino del 31 gennaio 2026 

Hanno iniziato il 21 agosto sgomberando il simbolico Leoncavallo, hanno continuato a dicembre sgomberando lo storico Askatasuna. E andranno avanti. Il Viminale ha presentato una lista di 126 centri sociali da sgomberare (uno solo è di destra, la sede di CasaPound). È una resa dei conti. Il concetto di spazio autogestito di aggregazione sociale e politica ha smesso di avere una legittimità sociale, culturale e politica nel panorama Italiano. Per il Governo si tratta di luoghi dai quali potrebbero partire o organizzarsi le proteste di oggi, ma soprattutto quelle di domani. Per questo, in nome della legalità, vanno chiusi. Non è solo un attacco politico a chi contesta, ma anche sociale. Si vuole distruggere l’idea stessa che delle persone, volontariamente, si prodighino per sistemare immobili abbandonati destinandoli ad attività di accoglienza e solidarietà ai migranti, spazi di cultura e formazione ad accesso libero (doposcuola, scuole di italiano, concerti, rassegne…) fuori dal controllo diretto dello Stato e dei pochissimi (sempre meno) fondi che questo mette a disposizione per il sociale e il culturale. L’attacco al sociale passa insomma anche attraverso lo sgombero di questi luoghi, molti dei quali semi-legalizzati, che hanno caratterizzato il tessuto urbano italiano dagli anni ‘90.

La manifestazione pro-Askatasuna è stata un momento importante di questa “resa dei conti finale” attraverso la quale la destra vuole chiudere questa partita.  

L’immagine (modificata con l’IA) del poliziotto sfuggito alla ferocia dei manifestanti è diventata il simbolo della giornata. La narrazione di parte dei giornali e telegiornali, alla quale si sono accodati tutti i partiti istituzionali, è stata utilizzata per veicolare un messaggio chiaro e semplice: “Hanno colpito lo Stato” e quindi lo Stato è legittimato a reagire. Il Ministro Piantedosi ha immediatamente denunciato “La chiara matrice eversiva” dei fatti e colto l’occasione per attaccare chiunque scenda in piazza a manifestare contro il Governo, perchè “Così facendo si offre complicità a questi gruppi organizzati” per poi rilanciare il loro incubo peggiore, il rischio che il comunismo torni per le strade: “dobbiamo evitare il ritorno delle BR” (per loro BR e comunismo è la stessa cosa). Il pericolo rosso agita i loro sonni molto più di quanto sia vivo nei sogni dei compagni.  

Il problema però è che i fatti che emergono dalle decine di video postati da #liberi_di_lottare e ripresi da “Il Manifesto”, raccontano tutt’altro. Nei video si vedono molte immagini di uomini in divisa che: in maniera provocatoria impediscono ai manifestanti di accedere al piazzale antistante lo stabile sgomberato, che era il termine naturale del corteo; manganellano manifestanti pacifici e inermi lasciandoli in pozze di sangue; lanciano decine di lacrimogeni ad altezza uomo (il 2 ottobre 2025, a Bologna, una manifestante ha perso un occhio a causa di questa pratica); hanno usato pietre e bastoni contro i manifestanti, compresi quelli che stavano scappando; hanno manganellato senza problemi chi aveva i segni PRESS e i fotografi; hanno bloccato media attivisti ai caselli autostradali trattenendoli fino al termine del corteo. Sono decine i manifestanti rimasti feriti, la maggior parte non si sono presentati in pronto soccorso per paura di essere identificati e denunciati. 

Tornando al poliziotto malmenato dai manifestanti, e diventato uomo-simbolo della giornata la testimonianza di Rita Rapisarda del Manifesto che ha assistito in prima persona chiarifica che il poliziotto: si è allontanato dalla sua squadra per andare a manganellare in solitaria un gruppetto isolato di manifestanti; quando questi hanno reagito lo sconsiderato ha avuto la peggio; mentre gli davano qualche calcio e qualche schiaffo sono stati gli stessi manifestanti a sospingerlo verso i suoi colleghi, che rimanevano fermi a guardare; il martello con cui è stato colpito alla gamba è un martelletto che forse forse gli ha lasciato qualche livido. 

Ma questo è bastato. La trappola mediatica è scattata e già era pronta la denominazione di “Decreto Torino” per l’ultimo Pacchetto sicurezza. La sua bozza è stata approvata due giorni dopo. 

C’è un pacchetto per te 

In tempi di mediashopping il pacchetto va di moda. Vediamo una rapida cronologia dei differenti pacchetti sicurezza che sono stati avanzati nell’ultimo quarto di secolo cercando di rilevare i contenuti più significativi e qualche fatto di cronaca che è stato utilizzato per orientare l’opinione pubblica verso la loro accettazione (Dove i decreti sono stati convertiti in legge abbiamo lasciato solo il riferimento della legge).   

2001 – Ministro Amato, L. 128/2001: “Interventi legislativi in materia di tutela della sicurezza dei cittadini”. Il centro sinistra partorisce il nonno degli attuali pacchetti. Contiene misure per rafforzare la presenza delle forze dell’ordine e il controllo del territorio; modifiche alle procedure di espulsione degli stranieri irregolari rendendole più rapide; velocizzazione dei processi per rendere più immediata la risposta sanzionatoria; norme per il contrasto della violenza negli stadi e il possesso di armi improprie. I giornali sono pieni di fatti di cronaca legati alla violenza negli stadi e alla microcriminalità urbana. 

2007 – Prodi II – Amato (DL 249/2008): dopo il delitto Reggiani a Roma (una donna aggredita e uccisa da un cittadino rumeno), inasprisce le norme sulle espulsioni di stranieri e i reati di strada ma non viene convertito in legge per incompatibilità con i criteri di libera circolazione nell’UE. 

2008 (Berlusconi IV – Maroni) (L. 125/2008): facilitazione dell’espulsione per gli stranieri irregolari considerati pericolosi; allontanamenti dei cittadini UE per “motivi di pubblica sicurezza” anche senza condanna definitiva. Rafforzamento del potere discrezionale del Ministro dell’Interno e dei prefetti in materia di espulsioni. La “pericolosità sociale” diventa un criterio centrale, anche sganciato da effettive sentenze definitive. Inoltre si estendono i casi di arresto obbligatorio in flagranza e si rafforza la presenza delle forze di polizia sul territorio. È il primo provvedimento che, in modo sistematico, lega sicurezza urbana, immigrazione e criminalità nello stesso impianto normativo. I giornali si dedicano all’emergenza sicurezza, al fallimento dell’integrazione, ai cittadini da proteggere.

2009 – Pacchetto Maroni (poi L.94/2009): introduce il reato di “ingresso e soggiorno illegale” detto “reato di clandestinità” per gli immigrati irregolari sfruttando un contesto di allarme per l’immigrazione via mare e il concetto di “tolleranza zero” su irregolarità e controllo del territorio. 

2017 – Decreti Minniti-Orlando. Il papà di tutti i decreti sicurezza moderni, a firma del Governo Gentiloni, centro-sinistra, due decreti-legge. Il primo (DL 13/2017) interviene sull’immigrazione, restringendo le tutele per richiedenti asilo (abolizione del secondo grado di ricorso per diniego dell’asilo, istituzione di hotspot e centri per rimpatri – CPR) e accelerando le espulsioni. Il secondo (DL 14/2017) riguarda la sicurezza urbana: introduce il DASPO urbano (divieto di accesso a certe aree cittadine per chi viene ritenuto pericoloso o degrada il “decoro” urbano) e attribuisce a sindaci e prefetti nuovi poteri per allontanare da stazioni, ospedali, scuole persone indesiderate (come mendicanti, venditori abusivi). Il disagio sociale viene trattato come problema di sicurezza. Allora i giornali erano pieni di titoli sul degrado urbano e l’aumento di flussi migratori. 

2018-2019 – Decreti Salvini (I e II): Il primo decreto (poi L.132/2018) abolisce la protezione umanitaria per i migranti (molti richiedenti asilo rimangono in condizione di irregolarità), smantella in parte il sistema di accoglienza diffusa (SPRAR) a favore di grandi centri, amplia la rete dei CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) e introduce norme di polizia (come l’uso del taser e maggior potere ai prefetti). Il secondo (futura L.77/2019) alza drasticamente le pene per chi occupa strade o ferrovie durante proteste e per chi oppone resistenza a pubblico ufficiale, colpisce le ONG che soccorrono migranti in mare con pesanti sanzioni (fino a 1 milione di euro) e il sequestro delle navi se violano il divieto di ingresso in acque italiane. Centinaia di lavoratori e sindacalisti sono incriminati per picchetti, scioperi e blocchi stradali. Prima dell’ultimo decreto del 2025 rappresentavano “l’attacco più grande alla possibilità di protestare” in epoca recente secondo vari giuristi. I giornali traboccano di articoli legati allo sbarco di clandestini e a Salvini che li ostacola.

2020 – Decreto Lamorgese: nel 2020 il governo Conte II approva il DL 130/2020 a firma del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, che rivede parzialmente i decreti Salvini. Si ripristina una forma di protezione umanitaria (rinominata “protezione speciale”), si allentano le restrizioni sulle iscrizioni anagrafiche dei richiedenti asilo e si riducono le multe alle ONG, tornando a un approccio più soft sui salvataggi in mare. Tuttavia le norme repressive verso le manifestazioni e la linea generale securitaria restano in vigore. 

2022 – Norma “anti-rave”: uno dei primi atti del governo Meloni (centrodestra) è il discusso articolo 434-bis del codice penale sui “raduni pericolosi”, inserito con il DL 162/2022. Introduce il reato di “invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi”. La norma punisce con pene fino a 6 anni di carcere chi organizza o partecipa a raduni musicali non autorizzati. Il testo molto generico può applicarsi a qualunque assembramento sgradito. La direzione del nuovo esecutivo è chiara: tolleranza zero verso qualsiasi aggregazione fuori dal controllo (dai party ai picchetti). 

2023 – Decreti “Cutro” e “Caivano”: dopo il tragico naufragio di migranti a Cutro (febbraio 2023), viene varato il decreto, poi L. 50/2023 che invece di migliorare i soccorsi, inasprisce ancora le norme sull’immigrazione, limita ulteriormente la protezione speciale, rende più facile rimpatriare o lasciare senza documenti chi arriva in barca e prevede il prolungamento della detenzione amministrativa nei CPR.  

Nell’autunno 2023 a seguito di fatti di cronaca nera giovanile come il caso di abusi a Caivano e altri episodi di “baby gang”, nasce il Decreto Caivano, (poi L. 159/2023) con il DASPO urbano possibile per i minorenni maggiori di 14 anni. Il decreto mira a reprimere la devianza minorile abbassando l’età imputabile per alcuni reati gravi, introduce sanzioni pecuniarie ai genitori di minori che delinquono o non mandano i figli a scuola, da maggior potere ai questori di ammonire e sorvegliare i minori. Si delinea così la figura del minore pericoloso, da punire severamente insieme alla famiglia. 

2023 – Detenzione migranti fino a 18 mesi: sempre nel 2023, in concomitanza con l’aumento degli arrivi a Lampedusa durante l’estate, il governo Meloni interviene nuovamente sulla disciplina del trattenimento amministrativo degli stranieri irregolari nei CPR. Con un decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri nel settembre 2023, viene rafforzata e resa pienamente operativa la possibilità di trattenere i migranti fino a un massimo di 18 mesi. L’obiettivo dichiarato è quello di agevolare l’identificazione e l’espulsione degli stranieri irregolari; il rischio concreto è invece quello di una detenzione amministrativa prolungata e di massa, in un sistema già segnato da gravi criticità strutturali e da ripetute violazioni dei diritti fondamentali nei CPR italiani.

2025 – Decreto Sicurezza Meloni (L. 80/2025) su sicurezza pubblica e tutela del personale in servizio: il pacchetto sicurezza più esteso, è il cuore della stretta repressiva del governo Meloni. Introduce numerosi nuovi reati e nuove aggravanti potenziando in modo trasversale la capacità repressiva dello Stato in quattro ambiti principali: 

Ordine pubblico e proteste: diventa nuovamente reato il blocco stradale e ferroviario, aggravato se attuato in concorso con più persone (si mira a colpire picchetti e cortei non autorizzati); Daspo Urbano Esteso con il Questore che può vietare l’accesso a specifiche aree urbane, inclusi snodi di trasporto (stazioni, porti, aeroporti), per un massimo di 12 mesi a persone precedentemente denunciate o condannate (anche non definitivamente) per reati contro la persona o il patrimonio negli ultimi 5 anni; inasprite le pene per resistenza, oltraggio e lesioni contro pubblici ufficiali, con aggravanti speciali se colpiscono agenti in servizio; introduce il nuovo reato di rivolta in carcere o nei CPR. 

Casa e marginalità: introdotto il reato di occupazione arbitraria di immobili (art. 634-bis c.p.) e, con condanna fino a 7 anni e acellerazione delle procedure di rilascio dell’immobile; esteso il concetto di sfruttamento dell’accattonaggio anche ai minori tra 14 e 16 anni; inasprite le norme per la revoca della cittadinanza a stranieri condannati per reati gravi (terrorismo). 

Antiterrorismo e controllo sociale: nuovi reati per chi detiene o diffonde istruzioni per la fabbricazione di ordigni; obblighi più rigidi per autonoleggi e verifica clienti; rafforzate le verifiche antimafia; ampliato l’accesso delle forze dell’ordine a banche dati e strumenti informatici, anche tramite agenti sotto copertura. 

Forze di polizia: aumentate tutele legali e possibilità di portare armi fuori servizio; aggravate le pene per imbrattamenti e danneggiamenti a beni pubblici (intervento contro gli ecologisti) o veicoli delle forze dell’ordine; reintrodotto l’“onore delle divise” come principio cardine, anche nelle aule giudiziarie. 

2026 – Schema di Decreto Legge sulla sicurezza, in discussione alle camere: 

Manifestazioni: vi è una depenalizzazione delle sanzioni finalizzata ad incrementarne il peso pecuniario. Per il mancato preavviso di un corteo o sit-in o riunione in luogo pubblico o per deviazione del percorso della manifestazione, sanzioni fino a 10 mila euro, più elevate per i promotori, anche quando la convocazione sia digitale; multa fino a 20 mila euro per chi disobbedisce all’ordine di scioglimento della riunione o dell’assembramento; arresto immediato per i danneggiamenti durante i cortei. Fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti qualora “sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione”. Possibilità di istituire nelle città “zone a vigilanza rafforzata” (Zone Rosse Permanenti). Potenziamento del divieto di accesso ai centri urbani e la “possibilità di arresto in flagranza differita per i danneggiamenti in occasione di manifestazioni pubbliche”. Divieto di partecipare a manifestazioni pubbliche e pubbliche riunioni, o di prendere parte a pubblici assembramenti, per chi abbia condanne (anche non definitive) legate a proteste; estensione delle possibilità di perquisizione sul posto.
Minori (norme anti-maranza): ampliamento dell’elenco dei reati per cui si può applicare l’ammonimento del Questore dai 12 ai 14 anni; introduzione della possibilità dell’arresto in flagranza,  imposizione di misure cautelari. Sanzione amministrativa da 200 a 1000 euro per le famiglie tenute alla sorveglianza del minore.  

Lame: Reclusione dai 6 mesi ai tre anni per chiunque porti, senza giustificato motivo, una lama di lunghezza superiore agli 8 centimetri con possibilità di sospensione della patente. Divieto di vendita ai minori di strumenti atti ad offendere. Gli esercenti devono registrare le generalità di chi acquista lame superiori ai 15 cm.  

“Articolo Ramy”, reclusione da 6 mesi a 5 anni per chi non si ferma all’Alt della polizia.  

Forze dell’ordine: decade l’obbligo di iscrivere gli agenti nel registro degli indagati se le loro azioni sono giustificate da “legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità”… praticamente in ogni contesto. È il cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine. 
Migranti: interdizione temporanea del limiti delle acque territoriali per “minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Ossia possibilità di vietare l’ingresso nelle acque territoriali da 30 giorni a 6 mesi a delle navi e di disporne il fermo se si ritiene ci sia rischio terrorismo, anche solo per una “pressione migratoria eccezionale”. È la possibilità di istituire il “Blocco navale” che la destra invoca da tempo. I migranti sulle navi saranno rimpatriati o condotti ai CPR in Albania, senza poter fare domanda di asilo; viene eliminata la possibilità per i migranti di accedere al gratuito patrocinio.  

Esilio amministrativo: qualsiasi straniero ritenuto per motivi discrezionali un pericolo per la sicurezza nazionale, o anche solo per le “relazioni internazionali”, potrà essere espulso dal territorio italiano, anche se non ha commesso alcun reato. Questa norma (soprannominata “articolo Shahin” – dal nome dell’ex imam di Torino) consentirebbe di cacciare dal Paese un residente straniero solo perché sgradito al governo di turno, perfino se nel suo paese d’origine rischia la vita. 

Ciò che distingue l’attuale intervento è la portata senza precedenti della stretta repressiva, la sua accelerazione: mai prima d’ora si erano visti tutti assieme, in un unico disegno di legge combinato, tanti nuovi reati, aggravanti generalizzate, e la messa in discussione di principi consolidati. 

La costruzione secur-autoritaria 

La cosa, una tra le varie, da sottolineare è che secondo dati ufficiali (ISTAT, Ministero Interno), con poche rare eccezioni, i reati in italia sono in calo costante dagli anni 90. Siamo il terzultimo paese europeo per omicidi, negli ultimi 10 anni sono in costante calo. Parlando della violenza privata, Fubini, sul Corriere della Sera del 9 febbraio afferma che “Siamo un caso da studiare in tutte le università del mondo, su come un Paese possa trasformarsi in meglio”. Gli incidenti stradali sono nove volte più numerosi degli omicidi… eppure il tentativo di ridurli non è percepito con un emergenza.

L’intervento legislativo di cui stiamo parlando non origina da un problema reale. Si tratta piuttosto di un progetto che è parte di una costruzione securitaria e autoritaria volta a prevenire e reprimere possibili moti di protesta andando a costruire la figura di un nemico interno ben definito. Una sorta di mostro a quattro teste: i poveri, gli immigrati, i giovani e chi lotta. 

L’approccio emergenziale e punitivo verso povertà, migrazioni, gioventù e conflitti sociali (i pochi che ci sono) va letta su più piani, accenniamo qualche riflessione in merito. 

Il piano mediatico. Il primo a rendersi visibile. La scelta di cosa far andare in televisione e di cosa veicolare nei media orienta l’opinione pubblica e pone le premesse per far passare, sotto la scorta dell’impressione generale, i differenti decreti (Caivano, Cutro, Maranza…). La scelta dei contenuti e dei messaggi da veicolare, nella società dello spettacolo, è tutto. Pensiamo a cosa è successo alle mobilitazioni quando i telegiornali hanno smesso di parlare di Gaza. Pensiamo se i telegiornali e i vari “influencer della borghesia” invece di dedicare spazio ai maranza, alla De Crescenzo, a singoli reati condotti da immigrati – magari subito rilasciati dai giudici rossi – piuttosto che ai vari Vannacci, Corona o altri… documentassero quotidianamente, in ogni fascia di ascolto, il dramma delle famiglie che perdono qualcuno perché morto sul lavoro (più di mille l’anno), se avessero ripreso le immagini crude del dramma dei migranti morti in mare, se si fossero concentrate sui drammi di una sanità allo stremo, etc. I media non sono neutri, la scelta della narrazione che impongono all’opinione pubblica è funzionale oggi a creare un clima di insicurezza e paura, favorevole all’emersione di uno Stato e di un Esecutivo forte e autoritario. 

Il piano sociale: il malessere si diffonde nel Paese. I giovani sono fondamentalmente privi di prospettive. Il lavoro che aumenta, che tanto piace sbandierare a Meloni, è un lavoro precario e malpagato, se non sotto-pagato. In queste condizioni, nelle periferie cittadine si vengono a creare grandi sacche di povertà e disagio, che avrebbero bisogno di supporto. Ma il sociale praticamente non esiste più (non parliamo della crisi del sanitario). I tagli negli anni sono stati brutali, il supporto e gli interventi rivolti ai giovani, alla disabilità, alla marginalità, il sostegno ai problemi abitativi, sono tutti precipitati lasciando le persone da sole, povere e senza reti di sicurezza, se non quel che rimane, fino a che rimane, delle famiglie che hanno risparmiato qualcosa nei decenni passati. La criminalizzazione di questi settori “a rischio” corrisponde non a un pericolo reale, esercitato oggi, ma ad un pericolo potenziale di portata enorme. L’insieme complesso e stratificato dei dispositivi che abbiamo citato è volto non solo a colpire chi si muove oggi (a centinaia stanno arrivando i questi giorni gli avvisi di garanzia per chi ha partecipato alle manifestazioni del 27 settembre e del 3 ottobre) ma a dotarsi degli strumenti penali ed amministrativi (multe) per disincentivare la partecipazione ai movimenti di protesta di domani. Lo Stato punisce con sanzioni da migliaia di euro anche chi manifesta in modo non violento, pur di soffocare sul nascere mobilitazioni scomode. Il messaggio è chiaro: blocchi un attimo il traffico per una causa sociale? Ti rovino finanziariamente. In piazza non ci devi scendere. Un poco come nei bar durante il fascismo dove vi era il cartello: “Qui non si parla di politica”.

Il piano politico: il Ministro parla di pericolo ritorno delle BR, ma sono oltre 20 anni che di queste non si ha traccia. Tutta la destra tuona sul pericolo rosso, sovversivi, comunisti. Ma il “movimento” è da anni debole come non mai e fondamentalmente lontano da una classe lavoratrice che ha perso il contatto con le proprie tradizioni di lotta e di conflitto, con la propria aspirazione storica al superamento del capitalismo, con la fiducia nella propria capacità – in quanto classe – di cambiare il mondo. Eppure il pericolo rosso continua ad agitare con insistenza le notti della classe dominante. Sanno forse qualcosa che noi non sappiamo o che abbiamo dimenticato? Sta di fatto che il disegno complessivo che esce fuori unendo i puntini di questi ultimi anni è un attacco sistematico alle possibilità del conflitto (picchetti, scioperi, blocchi, interruzione della circolazione), andando a colpire penalmente ed economicamente i lavoratori più combattivi, i militanti più in vista, le strutture del sindacalismo conflittuale che vengono spesso criminalizzate e chiudendo gli spazi che – nonostante l’esperienza contraddittoria dei centri sociali che spesso hanno rappresentato un concreto e autoreferenziale arretramento politico – potrebbero costituire luoghi di aggregazione e organizzazione del conflitto. Il quadro risultante è chiaro: oggi l’Italia, sotto la spinta di questa legislazione, somiglia sempre più a uno “stato di polizia” in cui il dissenso viene trattato innanzitutto come un problema di ordine pubblico. 

Il piano economico: la crisi economica avanza, la produttività ristagna, i salari sono al palo, gli attriti internazionali si fanno sempre più duri e la boccata d’aria che avrebbe dovuto portare l’intelligenza artificiale (che riducendo il costo del capitale costante avrebbe dovuto rilanciare la produttività aumentando al massimo il saggio di sfruttamento della forza lavoro impiegata), bene che vada si trasformerà in un’enorme bolla speculativa dalle conseguenze devastanti da un lato, e in un aumento della disoccupazione e dell’impoverimento anche per il ceto medio impiegatizio dall’altro. Il continuo degrado delle condizioni economiche e sociali di settori sempre più ampi di popolazione porterà a moti, a scoppi improvvisi di protesta, a partire dai giovani. È già da qualche anno che ne vediamo le anticipazioni nei “moti nella crisi” che attraversano la periferia capitalista negli ultimi anni, dallo Sri-Lanka al Nepal, dal Madagascar all’Indonesia, dal Marocco all’Iran. La crisi del capitale avanza inarrestabile, con essa avanza la povertà di massa e quindi le possibilità di rivolte, ma si fa sempre più concreta l’opzione militare generalizzata.

Il piano militare: l’avanzare della crisi aumenta l’aggressività dei capitali nazionali e transnazionali e con essi la tendenza alla guerra. Quanto accade in Medio Oriente, Europa orientale, Mar cinese orientale e meridionale, Sahel, Golfo del Messico e sul versante americano del Mar Glaciale Artico è un progressivo e nemmeno tanto lento posizionarsi e stridere degli interessi delle varie potenze in contrasti sempre più potenzialmente esplosivi, che vanno nella chiara direzione della III Guerra Mondiale. I dispositivi securitari servono anche a creare un clima di irregimentazione verso gli interessi della guerra (compreso il previsto aumento dell’investimento bellico al 5% del PIL) e ad evitare che si diffondano sentimenti anti-militaristi (in questo dobbiamo dire che anche il campismo aiuta, a sinistra). 

Il piano ideologico del neo-nazionalismo e nuovi fascismi: è in un simile quadro di tendenza alla guerra che sono sorti i fascismi classici negli anni ’20 e ’30 del ‘900. Hitler e Mussolini, come Trump e la Meloni, non sono pazzi capitati casualmente al potere, ma la specifica risposta dei capitalismi nazionali Tedesco, USA e Italiano alla crisi che li travolse allora e che li avvplge oggi. Non un accidente ma una conseguenza determinata. Il nazionalismo è il veleno ideologico attraverso il quale la classe dominante cerca di cementare gli oppressi e la classe sfruttata attorno ad un illusorio interesse patriottico comune. La retorica della patria e della bandiera è il veleno nel nome del quale la classe dominata deve accettare i sacrifici, da quello economico di vedere la propria condizione degradare progressivamente, a quello estremo di offrire la propria vita sul fronte. L’estremismo nazionalista che cerca di diffondersi e che trova sempre più spazio e legittimazione nei media, il suprematismo bianco, la costruzione del nemico interno rosso, immigrato, giovane emarginato, hanno la funzione di orientare le tensioni sociali verso la guerra tra poveri, verso un nemico che non sia la classe dominante. È anche su questo piano ideologico che la borghesia si prepara ad affrontare i presenti e futuri problemi sociali. 

Il piano del consenso sociale: tutto questo avviene in un quadro di perdita complessiva del consenso sociale da parte dell’apparato statale e dei partiti che lo compongono. Da quando la crisi capitalista ha iniziato a manifestarsi, nei primi anni ’70, la partecipazione elettorale è costantemente scesa, passando da percentuali superiori al 90% a poco più del 60% e la discesa va facendosi sempre più rapida. È normale. Più avanza la crisi meno i differenti settori borghesi possono comprare voti sotto forma di agevolazioni, clientele, servizi offerti. Ricevendo sempre meno in cambio, la popolazione si allontana dai partiti e questi perdono la loro capacità di controllo e prevenzione sul corpo sociale. Nel 1976 la Democrazia Cristiana prese oltre 14 milioni di voti. Oggi Fratelli d’Italia ne prende la metà. Il distacco della popolazione dai suoi partiti implica la perdita del suo controllo, ne consegue la necessità di dotarsi di strumenti via via più repressivi. In questo quadro rientra anche la necessità di tutelare sempre di più le forze dell’ordine aumentando l’impunità.

Il piano della lotta di classe del comunismo: abbiamo visto come il pericolo rosso turbi i sonni della borghesia. Il problema, dal nostro punto di vista, è un altro, è che la “sinistra”, i comunisti, nel nostro paese hanno perso totalmente la fiducia nella classe e nella possibilità della rivoluzione. Persi in micro conflitti tra loro, chiusi nel terrore che il gruppo A possa rubare un militante al gruppo B, danneggiandone in maniera irreparabile il micro progettino, rimangono immobili e incapaci di elaborare una propria strategia. Hanno perso la fiducia nell’alternativa anticapitalista, non credono più che il proletariato possa conquistare il potere, non lo vedono nemmeno il proletariato. Si sono persi. In questa loro confusione e disorientamento offrono il servizio migliore alla classe dominante che proprio la chiarezza e un chiaro orientamento della classe temono più di ogni altra cosa. L’antagonismo sociale che vede nello scontro di piazza e nella spettacolarizzazione del conflitto il suo punto più alto ha fatto il suo tempo e ha abbondantemente dimostrato tutta la sua inconsistenza. Dobbiamo smettere di guardarci allo specchio e rivolgere invece lo sguardo alla nostra classe, ai suoi problemi, alle ristrutturazioni che subisce e a come le affronta. Lì sta il futuro, non nello stantio ambiente militante. Sta ai rivoluzionari di oggi elaborare una strategia complessiva sulla base dei dati di realtà disponibili, partendo dalla situazione concreta e non sulle proiezioni immaginifiche dei militanti di movimento, e noi siamo qua, aperti e vogliosi di sviluppare il ragionamento con chiunque senta questo piano del problema come proprio.  

Fonti

per i pacchetti sicurezza:  

https://www.giurisprudenzapenale.com/2023/11/17/approvato-un-disegno-di-legge-in-tema-di-sicurezza-pubblica-tutela-delle-forze-di-polizia-vittime-dellusura-e-dei-reati-di-tipo-mafioso/

https://www.rainews.it/articoli/2026/01/piantedosi-pacchetto-sicurezza-in-consiglio-dei-ministri-per-ok-entro-la-fine-del-mese-f1cd7d23-cda3-4c48-943c-c93f27ad42e8.html#:~:text=

https://ilmanifesto.it/due-pacchetti-sicurezza-in-arrivo-le-norme-piu-dure

Per i reati in Italia e l’attenzione che ad essi dedicano i media: 

https://grafici.altervista.org/reati-denunciati-dalle-forze-di-polizia-allautorita-giudiziaria-in-italia-per-tipo-di-delitto/

https://it.wikipedia.org/wiki/Criminalità_in_Italia

Sulla sicurezza percepita 

Sulle conseguenze per noi 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/01/15/decreto-sicurezza-dissenso-reato-penale-oggi/8257201

https://www.internazionale.it/reportage/annalisa-camilli/2025/06/27/decreto-sicurezza-italia-storia-repressione 

https://www.ildubbio.news/news/politica/45023/pacchetti-sicurezza-cosi-per-trentanni-la-politica-e-i-media-hanno-cavalcato-londa-populista.html

Authoritarian Trends – The Italian Government Pushes the Accelerator

Repression Is Civilization

“…others have the task of caring and educating. We have the duty to repress! Repression is our vaccine! Repression is civilization!”

These are not the words of Interior Minister Piantedosi, but the closing line of the Doctor — played by Gian Maria Volonté — in the film Investigation of a Citizen Above Suspicion (1970).

Two years later, in Slam the Monster on the Front Page (1972), a young Ignazio La Russa declared:

“It is possible to defeat communism, it is possible to defeat the enemies of Italy, and together we will do it. Long live Italy!”

And in the same film, Engineer Montelli — played by John Steiner — bluntly states:

“Everyone must stay in their place: the police to repress, the judiciary to convict, the press to persuade people to think the way we want, and deep down they are all doing their duty. It’s the workers who refuse to play along. They don’t work enough, they don’t care. They always want money.”

More than half a century has passed. Even the workers have learned to “play along”: they sit quietly in the few factories that remain, and the rest of the working world strikes so little that, after remaining continuously at the lower physiological threshold since 1992, ISTAT stopped recording hours lost to strikes in 2010 (the historical peak was in 1969).

We are not saying our class is dead. But its level of conflict is extremely low — so low that, for now, it poses no threat to the plans of capital.

Meanwhile the Soviet Union has disappeared, and with it the communist threat appears defeated. And yet…

If one listens to the Government’s narrative, reality seems completely different.

“The antagonistic movement openly declares its subversive objective aimed at overthrowing the democratic system,” thunders Minister Piantedosi.

Hardly a day passes without some government representative denouncing the irresponsibility of the left (which institutionally is entirely compliant with the Government, aside from the usual theatrical opposition), branding protesters as terrorists, evoking hatred and fear of the red communist threat, expressing contempt for the few demonstrators and the many marginalized individuals who express their distress in “inappropriate” ways — distress to which the Government responds only with criminalization and repression, increasing crimes, penalties, fines and aggravating circumstances for acts of political and social relevance.

The instrument it adopts is the Security Packages.

In this article we will attempt to reconstruct the history of these packages and reflect on what they mean — both for the ruling class and for our own.


Interlude: Social Centers and the Turin Clashes of January 31, 2026

It began on August 21 with the eviction of the symbolic Leoncavallo in Milan. It continued in December with the clearing out of the historic Askatasuna in Turin. And it will continue.

The Interior Ministry has presented a list of 126 social centers to be evicted (only one of them right-wing: the headquarters of CasaPound). This is a reckoning.

The very concept of self-managed spaces for social and political aggregation has lost its social, cultural and political legitimacy within the Italian landscape. For the Government, these are places from which today’s protests — and especially tomorrow’s — could originate or be organized. Therefore, in the name of legality, they must be shut down.

This is not merely a political attack on dissent. It is also a social one.

The aim is to destroy the very idea that people might voluntarily renovate abandoned buildings and dedicate them to migrant solidarity, cultural initiatives, educational activities, free-access spaces (after-school programs, Italian language courses, concerts, festivals…) beyond the direct control of the State and its ever-diminishing social funding.

The attack on social life thus also passes through the eviction of these spaces, many of which had semi-legal status and have shaped Italy’s urban fabric since the 1990s.

The pro-Askatasuna demonstration became an important moment in this “final reckoning” through which the right seeks to close this chapter once and for all.

The image (AI-modified) of the policeman allegedly escaping the ferocity of protesters became the symbol of the day. Part of the press and television — followed by all institutional parties — used it to convey a simple and powerful message: “They attacked the State.” Therefore, the State is legitimized to react.

Minister Piantedosi immediately denounced the “clear subversive matrix” of the events and used the opportunity to attack anyone who takes to the streets against the Government: “In doing so, you offer complicity to these organized groups,” he declared, before reviving their worst nightmare — the return of the Red Brigades: “we must prevent the return of the BR.” (For them, the Red Brigades and communism are the same thing.)

The red threat seems to disturb their sleep far more than it animates the dreams of comrades.

Yet the dozens of videos posted by #liberi_di_lottare and reported by Il Manifesto tell a very different story. They show officers in uniform provocatively blocking access to the square that was the natural endpoint of the march; beating peaceful demonstrators and leaving them bleeding; firing dozens of tear gas canisters at head height (on October 2, 2025, in Bologna, a protester lost an eye due to this practice); using stones and batons against demonstrators, including those fleeing; beating journalists and photographers clearly marked “PRESS”; blocking activist media at highway toll booths until the demonstration ended.

Dozens of protesters were injured. Many avoided hospitals for fear of identification and prosecution.

As for the policeman who became the symbolic victim of the day, journalist Rita Rapisarda of Il Manifesto, who witnessed the events firsthand, clarified that he had left his unit to charge alone at a small isolated group; when they reacted, he got the worst of it; while he received a few kicks and slaps, it was protesters themselves who pushed him back toward his colleagues, who stood by watching; the hammer allegedly used against him was a small tool that may have left a bruise.

But that was enough.

The media trap had sprung. The label “Turin Decree” for the latest Security Package was already circulating. Its draft was approved two days later.

There’s a Package for You

In the age of media-shopping, the “package” is fashionable. Let us take a brief look at the different security packages introduced over the last quarter century, highlighting their most significant contents and some of the news events used to steer public opinion toward accepting them (where decrees were converted into law, only the law reference is indicated).

2001 – Minister Amato, Law 128/2001

“Legislative measures concerning the protection of citizens’ security.” The centre-left produces the grandfather of today’s packages. It includes measures to strengthen police presence and territorial control; amendments to procedures for expelling irregular foreigners, making them faster; acceleration of judicial proceedings to ensure more immediate punitive responses; and provisions to combat stadium violence and possession of improvised weapons. Newspapers were filled with stories about stadium violence and urban petty crime.

2007 – Prodi II – Amato (Decree Law 249/2008)

Following the Reggiani murder in Rome (a woman assaulted and killed by a Romanian citizen), it tightened rules on the expulsion of foreigners and street crimes but was not converted into law due to incompatibility with EU free movement principles.

2008 – Berlusconi IV – Maroni (Law 125/2008)

Facilitated the expulsion of irregular foreigners deemed dangerous; allowed the removal of EU citizens for “public security reasons” even without a final conviction. Strengthened the discretionary power of the Interior Minister and prefects in expulsion matters. “Social dangerousness” became a central criterion, detached from definitive sentences. It also expanded mandatory arrest in flagrante and reinforced police presence. This was the first measure to systematically link urban security, immigration and crime within the same legislative framework. Newspapers focused heavily on the “security emergency,” failed integration, and citizens needing protection.

2009 – Maroni Package (Law 94/2009)

Introduced the crime of “illegal entry and stay” — the so-called “crime of clandestinity” — for irregular migrants, exploiting a climate of alarm over sea arrivals and promoting a “zero tolerance” approach to irregularity and territorial control.

2017 – Minniti-Orlando Decrees

The father of modern security decrees, under the Gentiloni centre-left government. The first (DL 13/2017) restricted asylum protections (abolished second-level appeals, created hotspots and repatriation centers — CPR — and accelerated expulsions). The second (DL 14/2017) concerned urban security: introduced the urban DASPO (ban from certain city areas for those deemed dangerous or degrading “urban decorum”) and granted mayors and prefects new powers to remove unwanted persons from stations, hospitals and schools (e.g., beggars, street vendors). Social hardship was treated as a security problem. Media coverage emphasized urban decay and rising migration flows.

2018–2019 – Salvini Decrees I and II

The first (Law 132/2018) abolished humanitarian protection for migrants (leaving many asylum seekers irregular), partially dismantled the SPRAR reception system in favour of large centres, expanded CPRs, and introduced policing measures such as taser use and greater powers for prefects.
The second (Law 77/2019) sharply increased penalties for road or rail blockades during protests and for resisting public officials; targeted NGOs rescuing migrants at sea with heavy fines (up to €1 million) and vessel seizure for violating entry bans into Italian waters. Hundreds of workers and trade unionists were prosecuted for pickets and strikes. Before the 2025 decree, these were considered by many jurists “the greatest attack on the right to protest” in recent times. Media coverage overflowed with stories about migrant landings and Salvini blocking them.

2020 – Lamorgese Decree (DL 130/2020)

Under the Conte II government, partially revised Salvini’s measures: reinstated a form of humanitarian protection (“special protection”), relaxed restrictions on asylum seekers’ residency registration, and reduced NGO fines, returning to a softer approach on sea rescues. However, repressive protest norms and the overall securitarian framework remained.

2022 – “Anti-Rave” Law

One of the first acts of the Meloni government (centre-right) introduced article 434-bis of the Criminal Code on “dangerous gatherings” via DL 162/2022. It created the crime of “invasion of land or buildings for dangerous gatherings,” punishable by up to six years in prison. Its broad wording allows application to any undesirable assembly. The direction of the new executive was clear: zero tolerance for any aggregation outside state control (from parties to pickets).

2023 – “Cutro” and “Caivano” Decrees

After the migrant shipwreck in Cutro (February 2023), the decree (later Law 50/2023) further tightened immigration rules instead of improving rescue systems, limited special protection, facilitated deportations or irregularization of arrivals, and extended administrative detention in CPRs.

In autumn 2023, following youth crime cases such as those in Caivano and “baby gang” episodes, the Caivano Decree (Law 159/2023) introduced urban DASPO for minors over 14. It aimed to repress juvenile deviance by lowering the age threshold for certain measures, imposing fines on parents of delinquent or truant minors, and expanding police warning and surveillance powers. The figure of the “dangerous minor” was consolidated.

2023 – Migrant Detention up to 18 Months

In summer 2023, amid increased arrivals in Lampedusa, the government extended administrative detention in CPRs to a maximum of 18 months. Officially justified to facilitate identification and deportation, it effectively institutionalized prolonged detention in facilities already criticized for structural deficiencies and rights violations.


2025 – Meloni Security Decree (Law 80/2025)

The most extensive security package to date, at the heart of the Meloni government’s repressive turn.

Public order and protests:
Recriminalized road and railway blockades, aggravated if carried out collectively; extended urban DASPO, allowing bans from transport hubs for up to 12 months for those previously charged or convicted (even without final judgment); increased penalties for resistance, insult or injury to public officials, with special aggravating factors for offenses against on-duty agents; introduced the crime of revolt in prisons or CPRs.

Housing and marginality:
Created the crime of arbitrary occupation of property (art. 634-bis c.p.), punishable up to 7 years, with accelerated eviction procedures; extended exploitation-of-begging provisions to minors aged 14–16; tightened rules for revoking citizenship of foreigners convicted of serious crimes (terrorism).

Anti-terrorism and social control:
New crimes for possession or dissemination of bomb-making instructions; stricter obligations for car rentals and identity checks; strengthened anti-mafia verifications; expanded law enforcement access to databases and undercover tools.

Police:
Increased legal protections and allowed off-duty weapon carrying; harsher penalties for vandalism or damage to public property (targeting climate activists) or police vehicles; reintroduced the “honor of the uniform” as a guiding principle, even in courtrooms.


2026 – Draft Security Decree (Under Parliamentary Discussion)

Demonstrations:
Decriminalization aimed at increasing financial penalties. Failure to notify or route deviations for public demonstrations: fines up to €10,000 (higher for organizers), even for digital calls. Fines up to €20,000 for disobeying dispersal orders. Immediate arrest for damage during protests. Preventive detention up to 12 hours if there is “reasonable belief” of risk to peaceful conduct. Possibility of establishing permanent “reinforced surveillance zones” (permanent red zones). Expanded urban access bans and deferred flagrante arrest for protest-related damage. Ban on participation in public demonstrations or assemblies for individuals with protest-related convictions (even non-final). Expanded on-the-spot search powers.

Minors (“anti-maranza” measures):
Expanded offenses triggering police warnings for minors aged 12–14; introduction of arrest in flagrante and precautionary measures; administrative fines (€200–€1000) for families responsible for supervising minors.

Blades:
Prison sentences (6 months to 3 years) for carrying blades over 8 cm without justification, with possible driving license suspension. Ban on sale of offensive tools to minors. Retailers must record identity details for purchases of blades over 15 cm.

“Ramy Article”:
6 months to 5 years imprisonment for failing to stop at a police order.

Law enforcement shield:
Removes the obligation to register officers as suspects if actions are justified by self-defense, duty fulfillment, lawful use of weapons or necessity — effectively a “penal shield.”

Migrants:
Temporary interdiction of territorial waters for “serious threat to public order or national security.” Allows banning ships from entering territorial waters for 30 days to 6 months and seizing them if deemed a terrorism risk or under “exceptional migratory pressure.” Enables a “naval blockade.” Migrants on such vessels may be repatriated or sent to CPRs in Albania without access to asylum procedures; legal aid is eliminated.

Administrative exile:
Any foreigner deemed, at the government’s discretion, a threat to national security or even “international relations” may be expelled, even without committing a crime. This measure (nicknamed the “Shahin article,” after a former imam in Turin) would allow expulsion of a foreign resident simply for being unwelcome to the government, even if they risk death in their country of origin.


The Securitarian-Authoritarian Construction

The Securitarian-Authoritarian Construction

One thing among many is worth emphasizing: according to official data (ISTAT, Ministry of the Interior), with only a few rare exceptions, crime in Italy has been in steady decline since the 1990s. We are the third-lowest country in Europe for homicides, and over the last ten years they have been consistently decreasing. Speaking of interpersonal violence, Fubini, writing in Corriere della Sera on 9 February, states that “we are a case study for universities around the world, in how a country can transform itself for the better.” Road accidents are nine times more numerous than homicides… and yet attempts to reduce them are not perceived as an emergency.

The legislative intervention we are discussing does not originate from a real problem. It is, rather, a project that forms part of a securitarian and authoritarian construction aimed at preventing and repressing possible waves of protest by building the figure of a clearly defined internal enemy. A kind of four-headed monster: the poor, migrants, young people, and those who struggle.

This emergency-driven, punitive approach toward poverty, migration, youth, and social conflict (what little there is) must be read across multiple levels. Let us sketch a few reflections.

The media level

The first to become visible. The choice of what is broadcast on television and circulated through the media shapes public opinion and lays the groundwork for pushing through, under the cover of a general “impression,” the various decrees (Caivano, Cutro, Maranza…). In the society of spectacle, the selection of content and messages is everything. Think of what happened to mobilizations when the news stopped talking about Gaza. Think of what it would look like if television news and the various “influencers of the bourgeoisie,” instead of devoting space to the maranza, to De Crescenzo, to individual crimes committed by migrants—perhaps immediately released by “red judges”—rather than to figures like Vannacci, Corona, and the rest… were instead documenting every day, in every viewing slot, the tragedy of families who lose someone because they died at work (more than a thousand a year); if they showed the raw images of migrants dying at sea; if they focused on the dramas of a health system at the breaking point, and so on. The media are not neutral: the narrative they impose on public opinion is functional today to producing a climate of insecurity and fear, favourable to the emergence of a strong, authoritarian State and Executive.

The social level

Discontent spreads throughout the country. Young people are essentially without prospects. The jobs whose growth Meloni loves to boast about are precarious and poorly paid—if not outright underpaid. Under these conditions, vast pockets of poverty and hardship take shape in urban peripheries, which would need support. But “the social” practically no longer exists (not to mention the crisis of the health system). The cuts over the years have been brutal: support and interventions aimed at youth, disability, marginality, housing problems—everything has collapsed, leaving people alone, poor, and without safety nets, except for what remains—so long as it remains—of families who managed to save something in past decades. The criminalization of these “at-risk” sectors corresponds not to a real danger exercised today, but to an enormous potential danger. The complex and stratified set of measures we have cited is designed not only to strike those who are active today (hundreds of preliminary investigation notices are arriving these days for those who took part in the demonstrations of 27 September and 3 October), but to equip the State with penal and administrative tools (fines) to discourage participation in tomorrow’s protest movements. The State punishes with fines of thousands of euros even those who demonstrate non-violently, in order to smother inconvenient mobilizations at birth. The message is clear: you block traffic for a moment for a social cause? I ruin you financially. You are not to take to the streets. Much like the signs in bars during fascism that read: “No politics discussed here.”

The political level

The Minister speaks of the danger of the BR returning, but it has been over twenty years since there has been any trace of them. The entire right thunders about the red danger, subversives, communists. But the “movement” has been weaker than ever for years, and fundamentally distant from a working class that has lost contact with its own traditions of struggle and conflict, with its historic aspiration to overcome capitalism, with its confidence in its capacity—as a class—to change the world. And yet the red danger continues to disturb, insistently, the nights of the ruling class. Do they perhaps know something we do not know, or have forgotten? The fact remains that the overall design that emerges when we connect the dots of recent years is a systematic attack on the very possibility of conflict (pickets, strikes, blockades, interruptions of circulation), striking at the most combative workers and the most visible militants both penalmente and economically, criminalizing the structures of militant trade unionism, and closing the spaces that—despite the contradictory experience of social centres, which often represented a concrete and self-referential political retreat—could still function as places of aggregation and organization of conflict. The resulting picture is clear: today Italy, driven by this legislation, increasingly resembles a “police state” in which dissent is treated first and foremost as a problem of public order.

The economic level

The economic crisis advances, productivity stagnates, wages are stuck, international frictions grow harsher and harsher, and the breath of fresh air that artificial intelligence was supposed to bring (which, by lowering the cost of constant capital, was supposed to relaunch productivity by maximising the rate of exploitation of employed labour power) will, at best, turn into an enormous speculative bubble with devastating consequences on the one hand, and into rising unemployment and impoverishment—even for the employed middle strata—on the other. The continuing degradation of the economic and social conditions of ever wider sections of the population will lead to unrest, to sudden outbreaks of protest, starting with young people. For some years now we have already seen anticipations of this in the “moti nella crisi” that have run through the capitalist periphery in recent years, from Sri Lanka to Nepal, from Madagascar to Indonesia, from Morocco to Iran. The crisis of capital advances inexorably; with it advances mass poverty and therefore the possibility of revolts—but the option of generalized militarization becomes ever more concrete.

The military level

As the crisis advances, it increases the aggressiveness of national and transnational capitals, and with them the tendency toward war. What is happening in the Middle East, Eastern Europe, the East and South China Seas, the Sahel, the Gulf of Mexico, and on the American side of the Arctic Ocean is a progressive—and not even particularly slow—repositioning and grinding of the interests of the various powers in increasingly explosive conflicts, moving in the clear direction of World War III. Securitarian devices also serve to create a climate of regimentation in line with the interests of war (including the planned increase in military investment to 5% of GDP) and to prevent the spread of anti-militarist sentiments (and here we must say that “campism” on the left helps as well).

The ideological level of neo-nationalism and new fascisms

It is within a similar framework—marked by the tendency toward war—that the classic fascisms arose in the 1920s and 1930s. Hitler and Mussolini, like Trump and Meloni, are not mad people who accidentally came to power, but the specific response of German, U.S., and Italian national capitalisms to the crisis that overwhelmed them then and that engulfs them today. Not an accident, but a determined consequence. Nationalism is the ideological poison through which the ruling class tries to cement the oppressed and the exploited class around an illusory common patriotic interest. The rhetoric of homeland and flag is the poison in whose name the dominated class must accept sacrifices—from the economic sacrifice of watching its condition progressively deteriorate, to the extreme sacrifice of offering its life at the front. The nationalist extremism that seeks to spread and finds ever more space and legitimation in the media, white supremacism, and the construction of the internal enemy—red, migrant, marginalized youth—serve to direct social tensions toward war among the poor, toward an enemy that is not the ruling class. It is also on this ideological terrain that the bourgeoisie prepares to confront present and future social problems.

The level of social consent

All of this takes place in a context of an overall loss of social consent for the state apparatus and the parties that compose it. Since the capitalist crisis began to manifest itself, in the early 1970s, electoral participation has steadily declined, falling from over 90% to just above 60%, and the decline is becoming increasingly rapid. It is normal. The more the crisis advances, the less the various bourgeois sectors can “buy votes” in the form of benefits, patronage, and services offered. Receiving less and less in return, the population distances itself from the parties, and those parties lose their capacity to control and pre-empt tensions within the social body. In 1976 the Christian Democrats took over 14 million votes. Today Fratelli d’Italia gets half of that. The detachment of the population from its parties implies the loss of its control; hence the need to equip the state with increasingly repressive instruments. Within this framework also falls the need to protect the police more and more by expanding impunity.

The level of class struggle and communism

We have seen how the red threat disturbs the bourgeoisie’s sleep. The problem, from our point of view, is another: the “left,” communists, in our country have completely lost faith in the class and in the possibility of revolution. Lost in micro-conflicts among themselves, trapped in the fear that group A might “steal” a militant from group B, irreparably damaging some tiny project, they remain immobile and incapable of elaborating any strategy of their own. They have lost faith in the anti-capitalist alternative; they no longer believe the proletariat can conquer power; they do not even see the proletariat. They are lost. In their confusion and disorientation, they provide the ruling class with the best possible service—because what the ruling class fears more than anything is clarity and a clear orientation of the class. Social antagonism that sees street clashes and the spectacle of conflict as its highest point has had its day, and it has abundantly demonstrated its inconsistency. We must stop looking at ourselves in the mirror and instead turn our gaze toward our class: its problems, the restructuring it undergoes, and how it confronts it. That is where the future lies, not in the stale militant milieu. It is up to today’s revolutionaries to elaborate an overall strategy on the basis of the available realities, starting from the concrete situation and not from the imaginary projections of movement militants—and we are here, open and eager to develop this reasoning with anyone who feels this level of the problem as their own.


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